Why Me? Why Not di Liam Gallagher raccoglie i cocci del passato e rende giustizia al brit-pop (recensione)

La voce dell'ex Oasis risveglia i nostalgici e incuriosisce i contemporanei, e in 11 brani ritroviamo un cantautore inquieto ma consapevole

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Why Me? Why Not di Liam Gallagher è il secondo disco solista dell’ex Oasis, che a quanto pare ha capito che i Beady Eye non funzionavano come avrebbe voluto. Funzionavano gli Oasis, eccome, e questa sarà l’eterna frustrazione per noi che siamo cresciuti con Definitely Maybe (1994) e per il piccolo dei nostri fratelli-coltelli, che non si rassegna ai ripetuti “no” di Noel. Quest’ultimo è noncurante e, seppur parli di un possibile musical sulle canzoni della band, ha chiuso il capitolo da tempo.

Mentre Noel sfreccia a tutto gas con i suoi High Flying Birds, suo fratello resta indietro e raccoglie i cocci, ora con rabbia e ora con malinconia, e propone ciò che sa fare senza il suo collaboratore di sangue. Why Me? Why Not riprende quanto è rimasto da As You Were (2017) e si avvale nuovamente del co-working con gli autori Greg Kurstin e Andrew Wyatt, ma la principale songwriter del disco è la consapevolezza.

Liam ha capito che tutto può avere una fine, ma dall’interno del suo secondo album ci fa capire che possiamo trovarlo dentro la sua nuova zona di comfort, a bussare con vigore sui confini per farci diventare i suoi emissari che consegneranno il suo messaggio a Noel. Quest’ultimo lo riceverà, ma nuovamente passerà oltre.

Why Me? Why Not di Liam Gallagher riprende la lezione dei suoi amati Beatles, relegandoli a quel quadro che affiggiamo nella nostra stanza per creare uno spazio creativo che si limita a un piccolo punto di bellezza, un palliativo per una macchia che viola l’uniformità dell’intonaco. Non lo influenzano come prima, ma a loro deve tanto. Liam è un solista maturo e calmo, ha sotterrato il carattere burrascoso e ha ritrovato un certo equilibrio pur rimanendo un’anima inquieta e logora. Le chitarre rock non mancano e tanto meno i beat “cicciosi” e sostenuti. La voce è più che presente, anche se nell’indie-rock che il cantautore esplora si è soliti sotterrare il canto sotto un muro di strumenti. Liam si discosta dai canoni e ci offre un disco che si descrive già nel titolo: Perché io? Perché no. Contraddizioni, queste (s)conosciute.

Shockwave, One Of Us e Once sono la trinità che apre il disco, il calcio che sfonda la porta per entrare con una certa prepotenza. La prima, tipicamente rock, è la ritrovata identità di Liam non senza lo stiletto indirizzato a Noel: “I riflettori sono su di me”, un piacere di sottolineare che l’artista sgomita ancora per liberarsi dall’ombra degli Oasis. Sì, una contraddizione, ma stiamo parlando di Liam. La seconda è rabbia e frustrazione: “Dicevi che avremmo vissuto per sempre”, ma non è andata così e pur con il linguaggio sonoro del brit-pop il cantautore sa ergersi a megafono dal quale vomitare le sue parole strazianti. La terza strizza l’occhio a I’m Outta Time per quella modulazione vocale che rievoca il fantasma di John Lennon. Once, infatti, è la ballad che ci si aspettava con tutti gli ingredienti: un piano, una chitarra acustica, gli archi (anche un mellotron?) e una batteria lieve come l’atmosfera che stiamo respirando.

Si atterra sul morbido con Now That I’ve Found You e Halo, ritmati col buon umore che serve per prepararci alla beatlesiana title-track, una scelta sonora che troviamo anche in Meadow. La voce di Liam funziona anche quando viene filtrata da effetti che creano un’autostrada onirica sulla sinusoide del timbro, l’oggetto più discusso se messo a paragone con la voce di Noel. Se i due fratelli sono belligeranti, del resto, lo sono anche i loro fan che continuano a dividersi sulle due differenti qualità di canto. Con questo disco possiamo confermare che il piccolo dei Gallagher potrebbe cantare di tutto grazie alla sottintesa ruvidità della sua performance: un esempio è Be Still, rock quanto basta ma british nel DNA grazie al rullante in battere, oppure possiamo parlare di Alright Now, che volge lo sguardo ancora a John Lennon ma si muove tra corridoi vintage con il classico shuffle lento che ha reso grandi gli Oasis.

Con The River ritorniamo alle dinamiche di Shockwave: la batteria è l’incudine che divide et impera su un concentrato di riverberi e delay che ricordano la bellezza verace dell’analogico – sì, anche in questo caso i Fab Four hanno fatto il loro dovere con Revolution – e, perché no, gli stessi Oasis. Il suo messaggio, questa volta, è dedicato ai giovani: è necessario un cambiamento e loro sono i necessari fautori.

Gone chiude il disco e potremmo ritrovarci fuori da un saloon a minacciare il nostro sfidante mentre facciamo roteare la nostra mano sulla fodera della pistola. Le chitarre e il 6/8 ci schiantano dritti su un set di Sergio Leone o del Quentin Tarantino più nostalgico. Dietro la macchina da presa, però, c’è Liam.

Il suo sguardo è ancora quello di una sfida, e questo è il buono della sua personalità. Pur presentandosi con un carattere autoreferenziale dalla prima traccia, Liam dimostra di essere un uomo dedito all’attenzione e all’autodeterminazione: la sua musica non deve spiegazioni, e tanto meno lui. L’apprensione per i suoi figli è la stessa per le sue creature musicali: la roccia appuntita che era prima ha smussato gli angoli, levigandosi grazie a una maturità in cui tutti speravamo. Arrabbiato, deluso e consapevole, Why Me? Why Not di Liam Gallagher è il disco della nuova attitudine di un cantautore tormentato e irrequieto, ma cresciuto abbastanza per rendersi parte attiva e protagonista della sua esistenza trascorsa per troppi anni nel ruolo di spettatore inconsapevole di se stesso.

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