Il nuovo album degli Who ci insegna che il rock non è morto (recensione)

Roger Daltrey e Pete Townshend hanno ancora tanta polvere da spararci addosso: il disco è stratificato come solo gli Who sanno fare

6
CONDIVISIONI

Pete Townshend fa ancora roteare il braccio dopo ogni pennata, Roger Daltrey ha ancora sufficiente cassa toracica per regalarci liriche piene di energia: il nuovo album degli Who è tutto questo, e benvenuto sia questo 2019.

13 anni dopo The Endless Wire (2006) forse nessuno si aspettava che i reduci della storica formazione di Behind Blue Eyes avessero ancora tanto da dire, ma se ci aspettiamo l’opera omnia di una band che ormai si ritrova stanca e nostalgica a comporre musica con la dentiera in spirito possiamo prenderci a schiaffi da soli. Pete Townshend era stato perentorio: nessuna nostalgia, nessuna tristezza. Solo una lista di canzoni composte insieme al fratello Simon e consegnate a Roger per lasciargli il giusto ossigeno.

Who, questo il titolo dell’album, potrebbe essere un disco che ancora una volta salva il rock dall’autodistruzione. Così lontano e così vicino a Quadrophenia (1973), come Daltrey afferma con fierezza, ci fa riscoprire un power duo che spara ancora ottime cartucce a partire dal team e dal backstage. Who è stato registrato tra Londra e Los Angeles nel corso della primavera e dell’estate, e la produzione porta sia la firma di Townshend che quella di Dave Sardy, un nome oltremodo ricorrente nella scena british dal momento che ha co-prodotto l’opera di Noel Gallagher, Oasis e Gorillaz.

Un lavoro minuzioso – e si sente, eccome si sente – è stato operato anche sulla produzione vocale, curata da quel Dave Eringa che già si è occupato di Roger Daltrey in passato e che tra l’altro ha partecipato all’esperienza dei Manic Street Preachers. Ne vogliamo ancora? Alla batteria c’è Zak Starkey, figlio di Richard “Ringo Starr” Starkey. Insomma, ascoltare Who è come sentirsi a casa.

Ce ne accorgiamo dalla prima traccia, nonché uno dei singoli estratti come anticipazione del nuovo album degli Who: All This Music Must Fade è il nostro regalo di Natale per accoglierci con un’opening track energica, rock ed esplosiva. Gli accordi si declinano in ogni battuta fino a quando Starkey si unisce con un beat pirotecnico.

La voce di Daltrey è ancora profonda ed esuberante. Forse non lo vedremo più a torso nudo mentre esibisce la sua risposta a Robert Plant con più testosterone, ma è certo che il suo vigore è ancora forte. Lo percepiamo da Ball And Chain: Pete Townshend preme ancora forte sul distorsore e strizza ancora le corde per sfornare riff sepolcrali. C’è un po’ di desert rock, in questa incalzante seconda traccia.

L’intento del nuovo album degli Who era proprio questo: c’è un’età che avanza, ma sono avanzati ancora tanti proiettili che oggi stridono quando la loro traiettoria lambisce le nostre orecchie. Il viaggio nel mondo secondo i veterani del rock continua con I Don’t Wanna Get Wise, tipicamente rock’n’roll con l’infezione dell’harmonizer, ma soprattutto con quello special che esplora il creato dello space rock.

Come solo due rocker britannici sanno fare.

Who
  • Who
  • music

Detour, per caso, ci ricorda My Generation? Sì, lo fa. Forse si tratta di una scelta casuale, ma i fatti ci dicono che alla quarta traccia del nuovo album degli Who stiamo ancora ascoltando gli Who. Forse non ritroveremo più quell’ordinata e folle imperfezione che era tipica del compianto Keith Moon, lo storico batterista che ha dipinto i tratti caratteristici della band e ha rivoluzionato il ruolo del batterista rock, tanto da ispirare John Bonham dei Led Zeppelin, Dave Grohl dei Nirvana e tanti altri.

Detour sembra rispondere a My Generation dal futuro che oggi si compie, e l’accenno al sintetizzatore di Baba O’ Riley sul finale forse fuga ogni dubbio.

Interessanti sono gli episodi di Beads On One String, sentimentale e profonda ma mai commovente né banale e Hero Ground Zero, così intensa e pop da collocarsi tra i momenti più profondi del disco. Street Song, a seguire, è da ascoltare ad occhi chiusi anche solo per lo special dal forte impatto emozionale. In questi brano troviamo gli Who più celebrativi e degni dello stadio, anche quando esplorano l’elettronica nei vari abbellimenti apportati nell’arrangiamento.

Si atterra sul morbido con I’ll Be Back. Tutto è vintage e domestico, e l’occasione che Roger Daltrey coglie per riposare le corde vocali è questo brano dolce e sognante, nervoso come ogni ballata degli Who che si rispetti ma non così banale da essere triste. C’è un’orchestra, c’è un pianoforte elettrico, c’è un’armonica calda e rassicurante: c’è tutto.

Audace l’arpeggio iniziale di Break The News, con un arrangiamento che sortisce lo stesso effetto di Warning dei Green Day: no, non si è detto che le due canzoni si somiglino, ma entrambe sortiscono l’effetto del già sentito. Break The News ha quel qualcosa di familiare, ma probabilmente è semplicemente la risposta a un nostro vuoto sonoro. Si presenta come un country rock notturno, un dettaglio che contribuisce a descrivere il nuovo album degli Who come un disco stratificato e riuscito nella combinazione di tutte le sue sfumature.

Starkey picchia forte in Rockin’ In Rage, una nuova elevazione dopo il riposo di Break The News: Daltrey riprende vigore, pur senza un eccessivo ricorso al distorsore di Pete Townshend, la cui presenza è tutt’altro che scontata.

Eleganza, sobrietà e seduzione dipingono She Rocked My World, un tango sensuale e teso che si sposta tra le onde spigolose del tipico mood degli Who. La band, infatti, sa distruggere gli strumenti anche quando questi vengono lasciati integri. Niente decolla: tutto resta imprigionato in una danza claustrofobica che ci sorprende proprio per la sua coerenza.

Nella deluxe edition esistono tre chicche: This Gun Will Misfire, ancora nel mood del disco, ma anche Got Nothing To Prove che si presenta come un bootleg di una vecchia registrazione e infine Danny And My Ponies, con la voce di Roger Daltrey alterata dall’autotune. L’unica nota dolente del disco.

C’è di più: l’artwork di questo nuovo album degli Who è firmata da un nome storico. Dietro il collage che mostra Chuck Berry, Muhammad Ali, Batman e Robin e gli ultimi secondi di vita di una chitarra di Pete Townshend c’è la firma di Peter Blake. Proprio lui, lo stesso che firmò la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

Per descrivere il disco in una frase dovremmo attingere dal testo di All This Music Must Fade, specialmente nella frase: “So che odierete questa canzone”, e la risposta è no. Niente del nuovo disco degli Who si fa odiare, e non perché si parla degli Who. Il motivo è che sono quegli Who, quelli che per fortuna non ci mancano, perché sono ancora qui. Il sodalizio tra Townshend e Daltrey è ancora molto forte e per questo ci ritroviamo con un album che funziona come aveva promesso di fare.

Diamo ragione a Daltrey e diciamo che il nuovo album degli Who è secondo solo a Quadrophenia? Non affrettiamoci. Quadrophenia è il disco di The Real Me, Helpless Dancer e soprattutto è l’opera rock degli Who per eccellenza. Forse fra altri quarant’anni diremo che questo nuovo album degli Who “era” il disco di Break The News e She Rocked My World e le celebrazioni dei primi 20, 30, 40 anni dalla sua pubblicazione divideranno il pubblico.

Si riconosca, tuttavia, che il nuovo album degli Who chiude perfettamente un 2019 che ha visto ritornare grandi nomi della scena internazionale, alcuni dei quali si sono rifatti vivi dopo tanti anni di silenzio.

Commenti (1):
Antonio

================
“Danny And My Ponies, con la voce di Roger Daltrey alterata dall’autotune. L’unica nota dolente del disco”
===========

Sono quasi certo sia la voce di Townshend. E non la trovo dolente

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.