L’Arte Che Cura, dal festival su arte e benessere il racconto di un laboratorio di arteterapia

Bilancio finale positivo per la manifestazione ideata da Massimo Doriani. Al centro tanti workshop di arteterapia, per far scoprire ai cittadini il potere liberatorio delle arti. Ma come funzionano i laboratori? Ne abbiamo vissuto uno dall’interno

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Positivo il bilancio della quarta edizione dell’Arte che Cura, al Pan di Napoli dal 23 novembre al primo dicembre. Il festival su arte e benessere ideato dallo psicoterapeuta Massimo Doriani e organizzato dall’Accademia Imago col sostegno di Optima Italia ha avuto duecentomila visualizzazioni su facebook, seicento partecipanti ai 15 workshop di arteterapia, 350 iscritti ai 9 concorsi artistici, tra cui sono stati selezioni 165 finalisti che si contenderanno i 42 premi in borse di studio da assegnare nella serata finale del 21 dicembre.

I benefici dell’Arteterapia

“L’evento – ha spiegato Doriani – si inserisce in un ambizioso progetto che si propone di promuovere momenti d’incontro tra chi è interessato alle potenzialità trasformative e terapeutiche dell’arte”. Arteterapia è la parola chiave. La metodologia parte dall’idea dell’arte come forma di espressione individuale. Attraverso la creatività, canalizzata in un linguaggio artistico specifico – sia esso pittura, fotografia, teatro, scrittura –, le persone perciò riescono a dare voce alle parti profonde di sé e ricavarne benessere.

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Lo psicoterapeuta Massimo Doriani, ideatore de “L’Arte Che Cura”

A chiunque è capitato, guardando un’opera d’arte o realizzandola, di “sentirsi bene”. Questa emozione positiva può trasformarsi in un vero percorso di crescita personale se a indirizzare il processo è una figura che conosce i presupposti tecnici e scientifici dell’arteterapia. L’arteterapeuta segue una formazione quinquennale: apprende nozioni relative alla psicologia della relazione d’aiuto, fa un percorso di evoluzione personale tramite sessioni di psicodramma analitico, studia le discipline artistiche. È un professionista che grazie a conoscenze, abilità e competenze specifiche aiuta le persone a esprimersi attraverso l’arte, per favorirne la crescita personale e il raggiungimento del benessere.

Cosa succede in un laboratorio di arteterapia?

I dieci giorni de L’Arte Che Cura sono stati un grande laboratorio di arteterapia, con 15 workshop dimostrativi. Accompagnati da arteterapeuti esperti, centinaia di cittadini hanno fatto esperienza del potere liberatorio dell’arte in ogni sua forma: videodramma, scrittura autobiografica, bioenergetica, musicoterapia, teatroterapia.

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Momenti del lavoro di un laboratorio di arteterapia

Cosa succede in un laboratorio di arteterapia? Per rispondere a questa domanda abbiamo seguito la sessione dedicata al Videodramma, condotta da Massimo Doriani e Caterina Ventura. Obiettivo del videodramma è la realizzazione di un cortometraggio che racconta con il linguaggio del cinema una storia di vita vissuta. La storia viene scelta dai partecipanti al laboratorio. Lo stesso gruppo poi scrive la sceneggiatura e recita. Tutto autoprodotto quindi: solo gli aspetti più tecnici, riprese e montaggio, sono curati da un cineoperatore.

Lo psicodramma analitico

Alla base di tutto c’è lo psicodramma analitico, creato dallo psichiatra Jacob Levi Moreno. Si tratta di una tecnica di conduzione di gruppo nata a scopo analitico-terapeutico, che utilizza la rappresentazione teatrale per stimolare, più che il pensiero razionale, l’attivazione corporea, il contatto col mondo emotivo e inconscio. È prevista la presenza di un conduttore e un osservatore, che accompagnano il gruppo dalla scelta delle storie fino alla drammatizzazione in scene.

Dopo la fase di “riscaldamento” – le persone camminano, si guardano, si rilassano con immagini mentali su temi molto generali suggeriti dal conduttore – comincia la discussione. I membri del gruppo scelgono due storie. Quella di Michela, sulla “difficoltà di essere donna e ricoprire più ruoli, in una vita frenetica che si fatica ad armonizzare”. E quella di Roberto, un’esperienza di lavoro alle dipendenze di un amico d’infanzia, in cui il deteriorarsi del rapporto l’ha obbligato a licenziarsi. I partecipanti hanno scelto queste storie soprattutto perché hanno trovato in esse elementi appartenenti alla loro vita. Sono cioè vicende in cui hanno potuto immedesimarsi e sentirsi rappresentati.

Nella fase di messa in scena Michela e Roberto hanno fatto da protagonisti principali e registi, scegliendo nel gruppo le persone più adatte a interpretare i personaggi secondari. “Adatte” in senso simbolico: la figlia di Michela, per esempio, è stata impersonata da una signora di sessant’anni che, ha commentato successivamente, immedesimandosi fortemente nell’angoscia frenetica di Michela, che è pure la sua, ha provato un piacere liberatorio nel trasformarsi in una bambina capricciosa. La cosa sorprendente è la naturalezza con cui le persone indossano nello psicodramma i panni di un altro. Guido si è trasformato istantaneamente in un capo duro e indisponente per Roberto, istigandolo a tirare fuori le emozioni più trattenute. Gli “attori” che impersonavano figlia, datore di lavoro e amico del cuore di Michela, l’hanno sottoposta a sollecitazioni asfissianti, che lei ha ammesso essere molto realistiche.

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Un momento dello psicodramma, sotto la guida del conduttore

Lo psicodramma ha tecniche e ruoli specifici, come quello del doppiatore. I membri del gruppo che non stanno recitando possono intervenire in qualunque momento con battute che, secondo loro, corrispondono al pensiero dei protagonisti. Appunto, “doppiando” la loro voce. È una forma di coinvolgimento che, da un lato, rende esplicito quello che gli stessi protagonisti possono non aver il coraggio di dire. Inoltre, aiuta tutti a proiettare empaticamente nella storia di un altro le proprie emozioni. L’obiettivo dello psicodramma, sottolinea Doriani, “è togliere di mezzo le razionalizzazioni e far fluire liberamente le parti emotive”, agite plasticamente nella messinscena.

I conduttori dirigono in maniera non impositiva, però sollecitano a manifestare le emozioni in maniera immediata. A un certo punto suggeriscono al protagonista della storia di trovare un finale: che non deve corrispondere necessariamente a quanto effettivamente accaduto, anzi. Può essere un una conclusione del tutto diversa, persino fantastica, completamente irrealistica. Lo psicodramma non ripete la realtà, mira a costruire una “semirealtà”, ricorda Doriani, in cui trovano espressione conflitti, aspirazioni, desideri, emozioni profonde dei partecipanti.

Arteterapia: il videodramma

Il passaggio dalla psicodramma al videodramma è immediato. I partecipanti, divisi in due gruppi, ripercorrono disposti in cerchio le storie messe in scena. Il gruppo di Roberto, stimolato da un facilitatore, Carlo, counselor di scrittura autobiografica, comincia subito a discutere, trovando parole e immagini che descrivano l’esperienza vissuta. Il gruppo di Michela si rilassa ascoltando una musica strumentale che li spinge alla visualizzazione interiore di quanto accaduto. Quale che sia la tecnica seguita, l’obiettivo è il medesimo, scrivere in tempi brevi una sceneggiatura collettiva di poche battute. “La sceneggiatura funziona per sottrazione, bisogna ridurre le emozioni e raggiungere il nocciolo del racconto”, ricorda Carlo.

Psicodramma
La musica aiuta il gruppo a visualizzare interiormente quanto accaduto nello psicodramma

Con rapidità emergono i temi essenziali. Per Roberto si tratta delle emozioni contrastanti vissute nella sgradevole esperienza di lavoro. Da un lato il desiderio di fuga, dall’altro il bisogno positivo di ritrovare sé stesso. Il videodramma di Roberto sarà costruito così: ogni emozione sarà interpretata da un partecipante, per costruire una polifonia di voci in cui si esprimono i sentimenti di ognuno e del gruppo nel suo insieme. Titolo: C’è sempre una soluzione.

Nel gruppo di Michela emerge la frammentazione: non solo dei pezzi della sua vita quotidiana, ma anche la frammentazione emotiva che le causa sofferenza e sensi di colpa – non sentirsi mai all’altezza dei bisogni altrui, si tratti della figlia che richiede attenzione o del datore di lavoro che pretende professionalità. Il videodramma, intitolato Acquapazza, presenterà uno schermo diviso in tre parti, per raccontare una vita spezzata che progressivamente, grazie alla presa di consapevolezza, a poco a poco riesce a integrarsi. Nell’inquadratura finale resta una sola immagine, quella della protagonista che ha ritrovato sé stessa. Così le emozioni trovano una traduzione che corrisponde precisamente al linguaggio usato, all’estetica cinematografica.

L’armonia del lavoro collettivo in fase di sceneggiatura ha permesso di vivere con facilità la fase delle riprese. Michela, per sua stessa ammissione provata dallo psicodramma, si è poi sentita rilassata mentre girava, perché ormai consapevole della natura delle sue difficoltà. E anche se, per esempio, Guido ha faticato nelle riprese a ripetere la sua parte di “cattivo”, dovendo sottoporsi a vari ciak, ciò non costituisce un male. “Il punto – sottolinea Doriani – non è girare un ciak buono. Il lavoro del videodramma mira a stimolare le emozioni: quindi ogni ciak è buono, perché ognuno aiuta a esprimere emozioni e sfumature autentiche”.

Videodramma
Un fotogramma di Acquapazza: la vita frammentata di una donna dei nostri tempi

Tutti i partecipanti, quando si sono rivisti nel cortometraggio finale, hanno sottolineato la bontà dell’esperienza del videodramma. “È come se tutte le parti problematiche di me, quelle che mi fanno soffrire – ha detto Michela – mi ritornassero alleggerite. In primo luogo perché le ho condivise e trovate riflesse negli altri. E poi perché nel cortometraggio le ho viste come messe a distanza, fuori di me”. Ed è così anche per i coprotagonisti, che proiettano sé stessi nelle difficoltà e ansie dei protagonisti. Emozione, condivisione, trasformazione sono le parole che tutti i partecipanti si rilanciano. Ed è da qui che origina quel processo di espressione dell’inconscio, consapevolezza e benessere che è il risultato dell’arteterapia.