The Handmaid’s Tale 3×13 chiude la stagione con il perfetto mix di adrenalina, lacrime e sospiri di sollievo (recensione)

Difficile prevedere le implicazioni del grande gesto di June, così come il suo stesso futuro, ma per il momento è sufficiente godersi la gioia del suo successo

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Prima del debutto Elisabeth Moss e lo showrunner Bruce Miller avevano promesso una luce in fondo al tunnel. Abbiamo creduto più volte di averla intravista lungo il percorso, ma si è sempre trattato di brevi bagliori della durata di un istante. Nulla a che vedere con il riverbero abbagliante di Mayday, e in particolare delle sue scene conclusive.

The Handmaid’s Tale 3×13 apre con un flashback agli ultimi istanti della vita pre-Gilead, e in particolare al terrificante passaggio delle donne fra gabbie e camion simili a carri bestiame. La crudeltà del regime – in quelle immagini ancora il germe di sé – torna prepotentemente alla ribalta per spiegare e quasi giustificare la durezza di June, costretta dal fallimento di ogni altro sforzo a trasformare l’ultima missione nella vera e propria ragion d’essere della sua vita.

Come le sue stesse azioni avevano lasciato intendere nelle scorse settimane, il salvataggio delle bambine è un obiettivo irrinunciabile, al quale qualsiasi forma di dissenso o semplice reazione deve essere piegata con le buone o le cattive maniere. Lo aveva già sperimentato Eleanor, e questa volta tocca a Joseph Lawrence – con il suo tentativo di staccare la spina alla missione per questioni di sicurezza – e alla piccola Kiki, cui June punta una pistola in faccia prima dell’intervento di una sconvolta Beth.

Le cose non sono certo più semplici o chiare a Toronto. I termini dell’accordo fra Serena e Tuello rimangono oscuri, e se già sembrava inspiegabile che una delle fondatrici di Gilead avesse la possibilità di trascorrere del tempo con la piccola Nichole, ancora più inconcepibile è che questa volta la donna sia prossima al rilascio. O perlomeno, questo è ciò che sarebbe successo se non si fosse scatenata la vendetta di Fred Waterford nei suoi confronti. Dopo un colloquio con l’uomo, infatti, Mark Tuello toglie Nichole a Serena e arresta quest’ultima per crimini contro l’umanità, schiavitù sessuale e lo stupro di June Osborne.

A Gilead, intanto, l’elaborazione del piano di June prosegue alacremente. Le ancelle lasciano delle saponette nella sua borsa della spesa per segnalarle il proprio coinvolgimento, e June le scioglie per oscurare i vetri delle finestre e ungere i cardini di porte e cancelli. Beth e Sienna, invece, riempiono degli zaini con bottiglie d’acqua, panini e altre provviste per il viaggio. L’arrivo della marta con la piccola Kiki in pieno giorno sembra mettere a repentaglio l’intera missione, ma è la reazione scomposta di June – che punta una pistola alla testa di entrambe – a essere ancor più spaventosa.

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Neppure Lawrence, con il suo debole tentativo di ristabilire la propria autorità, riesce a intaccarne la sfrontatezza. L’adrenalina, una certa incoscienza o più semplicemente la disperazione spingono June a reclamare il proprio protere e proseguire a dispetto di qualsiasi pericolo. Così, al calar della notte, il centinaio di bambine riunite nel salone dei Lawrence viene accompagnato in aeroporto da June, Beth, Sienna, Rita, Janine e altre.

L’ultimo ostacolo da superare è la pericolosa presenza di una pattuglia armata. Le piccole devono imbarcarsi senza essere viste, dunque June e le altre ancelle lanciano dei grossi sassi contro l’auto per creare un diversivo. In una scena carica di tensione, June si espone come un’esca e fugge addentrandosi nel bosco. La guardia la insegue e spara più volte fino a colpirla. Lei si accascia, ma stringe a sé una pistola che punta contro il soldato per costringerlo a lanciare un segnale di falso allarme via radio.

L’uomo l’asseconda, ma June spara ugualmente e lo uccide. Il fatto che non si alzi per tornare dalle altre ancelle conferma che la ferita è reale, e non un espediente per ingannare l’inseguitore. In sottofondo, intanto, il rumore dei motori conferma l’avvenuta partenza dell’aereo. June può tirare un sospiro di sollievo e abbandonarsi a uno stato di semi-incoscienza, in attesa che Janine e le altre la soccorrano alle prime luci del mattino.

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La missione giunge felicemente a compimento con l’approdo del volo in Canada. Qui le bambine e le loro accompagnatrici vengono accolte da un gruppo di medici e volontari pronti a prendersi cura di loro. Moira ed Emily si occupano dello sbarco e l’incontro con Rita segna il momento più commovente dell’intero episodio. Luke spera invano che dalla rampa scenda anche la figlia Hannah, ma l’unica – magra – consolazione che ottiene è scoprire dalla stessa Rita che l’intero piano è opera della sua June. Quali siano le conseguenze di un tale atto di ribellione, tuttavia, rimane incerto.

The Handmaid’s Tale 3×13 si configura così come il finale di stagione che speravamo di vedere. Al di là di qualsiasi considerazione logica, delle analisi minuziose del susseguirsi degli eventi e di tutte le incoerenze registrate nel penultimo episodio o nel corso dell’intera stagione, Mayday ha finalmente dato anziché limitarsi a togliere. Gli ottimi ingredienti del finale di stagione stati l’adrenalina, le lacrime e i sospiri di sollievo.

Il primo, l’adrenalina, pervade l’intero episodio, e non soltanto a causa dell’ovvia pericolosità del piano escogitato da June. Col passare delle ore e dei giorni, infatti, si accumula sul suo cammino una serie di ostacoli dal potenziale distruttivo. Anzitutto c’è il tentativo di defezione del comandante Lawrence. In secondo luogo la deviazione della marta e della piccola Kiki dal piano stabilito, con la conseguente fuga della domestica e le successive ricognizioni delle squadre di guardia alla ricerca della bambina. Infine l’arrivo dai Lawrence di un numero di piccoli ben superiore rispetto a quello previsto, con tutte le difficoltà legate al far attraversare loro il bosco, imbarcarli e assicurarsi che l’auto di pattuglia in aeroporto non li notasse.

La tensione si rivela dunque uno stato d’animo preponderante in ogni fase di elaborazione ed esecuzione del piano, e non pare certo meno opprimente per noi spettatori. Dall’inizio dell’episodio osserviamo June tener duro e rispondere al meglio a qualsiasi possibile imprevisto, soffocando l’agitazione e la sofferenza e accettando di fare tutto il necessario per portare a termine il piano. La popolarità suggerita da zia Lydia si trasformata invece – e una volta per tutte – in un’eccezionale capacità di leadership.

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Le lacrime, poi, sono nel DNA della serie, e in The Handmaid’s Tale 3×13 esprimono più che mai la forza della partecipazione emotiva alle più svariate circostanze. C’è il momento di comunione e preghiera fra June e la piccola Kiki, per esempio, in cui la fede della bambina dà voce al senso di gratitudine nei confronti di una donna che promette di restituirle la libertà. E soprattutto c’è la commozione per l’approdo sicuro dell’aereo in Canada, il luogo in cui le bambine possono vestirsi come vogliono. È proprio fra le lacrime che Kiki ritrova il suo papà; che Luke guarda scendere decine di bambine, ma non la sua Hannah; che Rita ritrova Emily e svela a Luke come l’intera missione sia opera di June.

E infine i sospiri di sollievo, tirati ogniqualvolta The Handmaid’s Tale si riveli un po’ meno sé stessa, più aperta al possibilismo che al catastrofismo. È al sollievo che noi spettatori ci abbandoniamo quando gli imminenti pericoli si dissolvono; quando le bambine, le marta e le ancelle arrivano in aeroporto e le piccole riescono a salire in aereo; quando June riesce a difendersi dall’ultima, devastante minaccia di morte. E un pizzico di sollievo lo avvertiamo dinanzi alla possibilità che anche Serena possa forse iniziare a pagare per le sue atrocità.

The Handmaid’s Tale 3×13 è davvero il finale necessario a restituire un briciolo di speranza nel futuro – non dell’umanità, ma quantomeno della serie e di Gilead – e, chissà, magari pensare di chiudere il cerchio. In virtù di questi ultimi eventi, infatti, sembra possibile che la quarta stagione possa essere l’ultima. Difficile convincersi che la giustizia riesca improvvisamente a trionfare su tutta la linea e che le donne coinvolte nella resistenza a Gilead possano riuscire a tornare tutte alla loro vecchia vita, ma è finalmente legittimo sperare che succeda.

Se spostassimo la riflessione su un piano più razionale e meno emotivo, noteremmo invece come il grande successo di June abbia implicazioni più complesse del previsto. A questo proposito l’analisi dello showrunner Bruce Miller è particolarmente utile. Tutto ciò che June credeva fosse impossibile si è rivelato in realtà più che possibile; lo ha dimostrato lei stessa colpendo al cuore il regime. Non credo che nutra una grande speranza di uscirne viva, penso piuttosto che le interessi di più scombinare Gilead.

In effetti è ciò che riesce a ottenere portando in salvo le bambine nelle scene conclusive di The Handmaid’s Tale 3×13. Ma le piccole sono davvero al sicuro? Sono ancora una volta le parole di Bruce Miller a chiarire la complessità della questione. L’analogia che ho sempre usato per spiegare la cosa è questa: negli ultimi cinquant’anni in America ci sono state molte adozioni dalla Cina. Cosa succederebbe se i cinesi venissero e dicessero: “Tutti quei bambini sono cinesi, non americani, sono nati qui e sono stati portati via, è immorale che sia successo tutto ciò?”. Nel cuore della notte qualcuno va di casa in casa, rapisce duecento bambini cinesi e li riporta in Cina. “È lì che devono stare”. Cosa succederebbe in questo caso?

La condizione di quei bambini è regolata dal diritto di Gilead, spiega ancora Miller. Fanno parte della famiglia di qualcun altro, hanno dei genitori. Dal loro punto di vista, dei bambini adottati sono stati presi e portati via dal Paese, e alcuni di loro non sono neppure nati fuori di lì. I genitori di molti di loro vivono ancora a Gilead, quindi non si può dire che siano stati presi e restituiti ai genitori. Sono stati semplicemente prelevati e condotti in un qualsiasi Paese terzo. Credo dunque che dal punto di vista di Gilead questo sia un buon motivo per dichiarare guerra. Erano già pronti a dar battaglia per una sola bambina…

Il ragionamento non fa una piega, considerata l’importanza del fattore natalità per i vertici del regime e la smisurata forza militare di cui esso può servirsi per piegare la volontà degli altri Paesi. Che l’ultimo spunto di Miller sia o meno un amo in vista della quarta stagione, il momento delle risposte è ovviamente ancora lontano. Viste le macabre implicazioni dell’ultimo, coraggioso gesto di June in The Handmaid’s Tale 3×13, per il momento potrebbe essere una buona idea limitarsi a gioire del buon esito della sua missione.

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