Strani amori, mettono nei guai: quando ho messo su la prima Tribute Band della Pausini

Lo sappia, Laura Pausini, che io e gli Epicentro, almeno per una sera, il 26 febbraio del 1994, abbiamo cantato il suo successo

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Oggi ho fatto un’intervista con una radio australiana.

Un’intervista per la comunità italiana in Australia. Questi sono strani giorni, non credo sia necessario sottolinearlo, per questo mi ritrovo a gestire a fatica il mio tempo, tempo che, nonostante sembra tutto si stia dilatando, dalle attese allo scorrere delle ore in cattività, nei fatti sembra non bastare mai a fare le tante, tantissime, troppe cose che stanno saltando fuori. In buona parte, va detto, cose che non generano economie, almeno nell’immediato, ma che comunque ruotano intorno all’idea di lavoro, dalle interviste, appunto, agli interventi, passando per le centinaia di canzoni e album e demo che ricevo ogni giorno, quasi sempre accompagnate da messaggi che, immagino volendo suonar simpatici o quantomeno disinvolti, partono dal concetto “adesso che avrai sicuramente un sacco di tempo libero potresti trovare il modo di ascoltarmi”, laddove un tempo mi approcciavano, in misura solo lievemente inferiore, attaccando con l’ormai classico “so di star per compiere un gesto suicida, ma mi piacerebbe essere stroncato da te”, in tutti i casi pensando di essere particolarmente originali, temo.

Ho meno tempo di prima, questo è un uso personale di uno spazio personale, perché questo è il mio diario, quindi no, non ho tempo per ascoltare i vostri lavori, non più di prima, e non ho neanche una grande voglia, anche se sto ragionando su come incamerare il tutto dentro qualcosa di strutturato, e nei fatti sto faticando a stare dietro a tutto, ma tengo botta, per dirla come fossi un avventore del Bar Mario del vecchio Ligabue.

Ho quindi fatto un’intervista per la comunità italiana in Australia, per una radio australiana e come spesso mi capita, diciamo pure sempre, parlo di un sempre che esce da questo momento pandemico e emergenziale, intendo in tutte le interviste che mi è capitato di fare negli ultimi anni, da che ho ripreso a scrivere di musica per quotidiani e magazine, non è mancata la domanda su quali artisti non sopporto.

Lo so, sono considerato un cattivo, un cattivo maestro, anche, uno politicamente scorretto, che si nota di più perché parla di buchi di culo dei cavalli che per tutto quello che fa per spingere, magari, le giovani cantautrici col progetto Anatomia Femminile, non è questo il caso, perché di Anatomia Femminile abbiamo a lungo parlato nell’intervista, ci sta che mi si chieda qualcosa del genere. Dopo aver specificato che la parola sopportare fatico a applicarla alle persone, soprattutto a quelle che non frequento e non fanno parte della mia vita quotidiana, e che più in generale, se non sopporto qualcuno nella mia vita quotidiana semplicemente evito di frequentarlo, semmai mi capita di non sopportare certe musiche, certe canzoni, certi album, e in questo caso è ovvio che io applichi alla musica, alle canzoni, agli album esattamente il medesimo principio, non li frequento, non li ascolto, se non, capita abbastanza spesso in tempi di pace, mai in tempi pandemici e emergenziali, nei quali mi dedico a scrivere di quello che voglio, questo diario appunto, e non presto minima attenzione alla musica che gira intorno, già è dura dover stare in clausura, mica mi voglio male, dopo aver specificato che la parola sopportare fatico a applicarla alle persone, soprattutto a quelle che non frequento e non fanno parte della mia vita quotidiana, e che più in generale, se non sopporto qualcuno nella mia vita quotidiana semplicemente evito di frequentarlo, semmai mi capita di non sopportare certe musiche, certe canzoni, certi album, e in questo caso è ovvio che io applichi alla musica, alle canzoni, agli album esattamente il medesimo principio, non li frequento, non li ascolto, ho ovviamente fatto il nome di Laura Pausini, più perché fa parte di un cliché, il mio e credo ormai anche il suo, che perché io abbia davvero qualcosa a che fare con la sua musica, la ascolto solo quando esce, per scriverci su se devo scriverci su, poi la tengo a debita distanza di sicurezza, almeno un paio di metri, ben da prima del Coronavirus.

Mi si chiede, quale artista mal sopporti e, specificata la faccenda della malsopportazione, cito Laura Pausini e la sua musica.

È una sorta di coppia di fatto, la nostra, nostro malgrado, al punto che spesso mi si accusa, quando mi si vuole accusare, e i fan degli artisti di cui scrivo negativamente spesso amano un po’ tutti gli artisti di cui scrivo negativamente, finendo quindi per accusarmi in generale, che so?, se scrivo di Tizio mi accusano anche per quello che ho detto a Caio o a Sempronio, finendo quindi spesso per citare Sempronio, che nello specifico, nel mio specifico è quasi sempre Laura Pausini, perché con lei ho avuto scazzi social piuttosto noti, noti almeno tra addetti ai lavori e tra quanti seguono quel che ruota intorno alla musica, quasi sempre partiti da lei e ai quali non ho risposto sui social, praticamente mai, lì a fare quello che legge e si diverte, perché incazzarsi e tirarmi addosso l’ira dei fan non mi sfiora, e rendendo anche felici i quotidiani e magazine coi quali lavoro e per i quali ho di volta in volta scritto di lei, perché se una artista con sei milioni e passa di fan cita un articolo dicendo che è “il male” e invitando a non leggerlo, è ovvio, poi in molti anche dei suoi fan andranno a leggerlo, a condividerlo, magari dicendo che è “il male”, certo, ma mettendolo comunque in circolo, e sia chiaro, io non traggo guadagno economico dalla condivisione e dai click sui miei articoli, e i miei articoli sono molto letti in generale, per questo posso permettermi di dedicare così tante attenzioni al cantautorato femminile, per dire, e per molti di loro, degli artisti come la Pausini, sicuramente, e come i suoi fan, ma come i fan in generale, pensano che i miei articoli tranchant, sarcastici, feroci siano la mia risposta a quei post feroci, perché a dirla tutta in queste faccende non è che ci sia un solo cattivo, prendete queste parole con tutta la leggerezza del caso, ma ce ne sono sempre almeno due, chi scrive, articoli e post, e chi ne è oggetto, mentre io, a dirla tutta, pur sapendo, non sono mica ingenuo, che se scrivo un articolo come la mia recensione di Simili, quella che veniva presentato così “Esce Simili di Laura Pausini, potevi intitolarlo ‘A cazzo di cane‘” poi se ne parlerà e se ne parlerà molto e lo si leggerà molto, moltissimo, per anni, entrerà a suo modo nella storia con la s minuscola della critica musicale italiana, un classico a suo modo, ma, mi state leggendo e mi state leggendo solo oggi da oltre mille parole, se mi leggete dall’inizio di questo diario da quasi duecentomila parole, credo che parlare di fiducia sia qualcosa di praticabile, non ho mai scritto una sola parola che non pensassi, che non sottoscrivessi, una parola furba, nel senso di paracula, messa lì solo per fare effetto, perché le parole che scrivo sono le mie parole, messe sotto la mia firma, negli articoli funziona così, associata alla mia faccia, figuriamoci se non ci tengo alla mia firma e alla mia faccia, a quest’ultima meno, va beh, quindi, fidatevi, non uso certo i miei pezzi, io li chiamo così perché associo la parola articolo ai giornalisti, e io non sono un giornalista, non uso i miei pezzi per rispondere ai post dei cantanti, né alle loro parole dette a voce, che so?, in radio, tranne forse la famosa, per me e chi mi legge, pagella data a Sanremo nel 2019 a Nek, dopo che mi ha attaccato in maniera scomposta e maleducata a RTL 102,5, durante la diretta con Mara Maionchi e Malgioglio, noi tre, io, Mara Maionchi e Cristiano Malgioglio le Tre Emme del programma di punta su RTL 102,5 a Sanremo, laddove io non solo non gli ho risposto ma non gli avrei mai risposto, perché io in radio provo a essere me stesso senza snaturare i luoghi che frequento, e quello era un programma di intrattenimento leggero, non un luogo di critica musicale, pagella uscita il giorno dopo e nella quale gli ho dato zero, voto del resto non troppo diverso dal voto che gli avrei dato altrimenti, un due, con la pagella che recitava, la posso ripetere tranquillamente a memoria, era corta, è facile da ricordare, “Al cavaliere nero nun je devi caga’ er cazzo”, per il resto no, non uso mai i miei pezzi per rispondere agli artisti, figuriamoci se uso i miei pezzi per rispondere a personaggi che neanche reputo artisti, dei quali, in un mondo non dico giusto, la giustizia non è di questo mondo, ma normale, e anche la normalità, direi, non fa più parte del nostro panorama ottico, io neanche dovrei conoscere per nome, non li dovrei neanche aver sentiti nominare.

Io vorrei non dover scrivere di Laura Pausini, e in effetti, è qui che stavo andando a parare, ne scrivo pochissimo. Mi si imputa spesso, dai suoi fan e dai suoi fan che magari mi riversano contro odio perché sono anche fan di altri artisti di cui ho scritto, che sto sempre a parlare di lei, ma i fatti dicono esattamente il contrario, ne ho scritto pochissimo e se posso lo evito, perché, appunto, non fa parte del mio panorama ottico, del mio orizzonte, non mi interessa la sua musica, non me ne voglio occupare e quando posso metto in pratica il mio volere.

Evito, poi, oggi sto parlando di altro, di commentare quanti mi accusano di sputare nel piatto in cui ho mangiato, andando a citare i due libri che ho scritto su di lei quando di lavoro facevo in prevalenza il biografo degli artisti, perché in quei libri nulla di contrario a quel che penso è contenuto, il suo attaccarmi per la prima volta è partito proprio da lì, dal suo non aver potuto controllare in anticipo quello che avevo scritto pensando che poi la avrei denigrata, fatto non avvenuto perché quelle erano biografie, non libri di critica musicale, figuriamoci se avrei mai dedicato libri di critica musicale a Laura Pausini, e comunque col fatto di avermi attaccato, cara Laura, quei libri hanno pure venduto un botto, il mio editore immagino ti sia grato, evito comunque di commentare quanti mi accusano di sputare nel piatto in cui ho mangiato, fatto in qualche modo partito proprio dalle sue critiche, lei che in un noto post diceva proprio che io grazie a lei davo da mangiare ai miei figli, figuriamoci, perché io quei libri li ho pubblicati, e li ho anche venduti, perché so scrivere e perché gli editori mi pagano per scrivere, non certo perché lei è lei, altrimenti chiunque scriverebbe libri e li venderebbe, purtroppo non funziona così, sucate forte. Quindi sì, la musica di Laura Pausini mi fa cagare, e sì, ho scritto libri in cui ho raccontato la sua biografia, ciò nonostante la sua musica mi fa cagare e mi faceva cagare anche allora, ho anche scritto un libro su Silvio Berlusconi, che mi faceva assai più cagare della musica di Laura Pausini, sotto falso nome, non certo per mia scelta, ma dell’editore che era in fissa con gli pseudonimi stranieri, ho anche scritto due libri sugli ultimi due papi, spacciandomi per un teologo tedesco, figuriamoci, in quel caso fingevo di essere il Robin Masters di Magnup P.I., il nome che avevo scelto era quello di Charles Higgins, il suo maggiordomo, quello coi baffetti che gestiva la sua tenuta e accudiva ai due dobermann Zeus e Apollo, maggiordomo che nell’ultima puntata veniva fuori essere in realtà proprio Robin Masters, lo scrittore padrone della tenuta stessa, infatti il libro uscito a nome Charles Higgins risultava tradotto da Roberto Maestri, Robin Masters, appunto, pensa quanto ci vuole poco a rendere felice uno scrittore massimalista come me, se si è scrittori professionisti si scrive non necessariamente di quel che ci piace, anzi, quasi mai, non ho mai scritto dei miei artisti preferiti, o quasi, in oltre venti anni di carriera, scrivo per lavoro, mica perché sono un fan che ambisce a finire in libreria. E detto questo, anche avessi sputato nel piatto in cui ho mangiato, il piatto in cui ho mangiato io è mio e sarò anche libero si sputarci, se voglio, anche di cagarci, al limite, senza per questo essere attaccabile o essere coprofago, ci cagherei, mica poi mangerei quel che ci ho cagato dentro.

Qualcuno a questo punto penserà che la quarantena, giunta oggi al cinquantaseiesimo giorno, mi sta facendo male, almeno da un punto di vista psicologico, fatto che per altro non mi sentirei di negare così, su due piedi, ma nei fatti, se vi sto scrivendo di Laura Pausini, oggi, al cinquantaseiesimo giorno di clausura, quarantena o come stracazzo volete chiamare questo nostro vivere segregati nel tempo e senza idea di quando finirà, è perché in effetti mi sono ritrovato a parlarne durante un’intervista domenicale per una radio rivolta alla comunità italiana in Australia, e perché, il fatto di essermi ritrovato a parlarne  durante un’intervista domenicale per una radio rivolta alla comunità italiana in Australia mi ha riportato indietro nel tempo, a un episodio di vita vissuta poi finito dentro il mio terzo romanzo, Anime @ losanghe, da poco uscito come parte della trilogia Avrei Voluto Tutto, un episodio che oggi, al cinquantaseiesimo giorno di clausura, mentre l’idea di tornare alla nostra vita precedente sembra sempre meno praticabile, mi istilla quel minimo di energia e voglia di vivere che, temo, mi è assai più necessaria di quanto non voglia ammettere.

Perché l’episodio che vi sto per raccontare, è ovvio che ve lo sto per raccontare, è ambientato in quel tratto della mia vita nel quale stavo per attraversare la strada che divide l’ordinarietà e la selvaggitudine, e perché, soprattutto, è avvenuto quando ero giovane e mi sentivo come tutti i giovani dovrebbero sentirsi immortale, e mai come oggi l’immortalità è un aspetto che fatico a decodificare, figuriamoci se riesco a metterlo in pratica.

Era il 1994, annus horribilis della mia e non solo della mia vita.

Il 14 febbraio, giorno della strage di San Valentino, volendo anche festa degli innamorati, io all’epoca stavo con Marina, oggi mia moglie e madre dei nostri quattro figli, da sei anni, sei anni festeggiati l’8 dello stesso mese, ormai da anni non riusciamo a festeggiare insieme perché io sono a Sanremo e lei a Milano, Sanremo, per il Festival, non so se riuscite a ricordare di quella simpatica kermesse musicale vinta da Diodato qualcosa come dieci ere geologiche fa?, il 14 febbraio del 1994 ho iniziato il servizio civile, detto colloquialmente obiezione di coscienza, eravamo in anni di leva obbligatoria, presso una struttura per senza fissa dimora di Falconara chiamata Tenda di Abramo.

Questa la versione clean.

Nei fatti, il 14 febbraio 1994, obiettore di coscienza in capo alla Caritas, la stessa Caritas che negli anni precedenti era stata diretta da mio padre e che al momento era diretta da Don Riccardo, recentemente comparso e recentemente scomparso dopo non essere più stato don da qualche tempo, obiettore di coscienza in capo alla Caritas, e in quanto obiettore di coscienza in capo alla Caritas diretta in precedenza da mio padre, dell’idea che non si dovessero fare favoritismi, quindi in qualche modo propenso nel non farli a sfavorirmi, non gliene faccio una colpa, intendiamoci, se sono me stesso è sicuramente grazie a questo annus horribilis, e io sono abbastanza contento di essere me stesso, in quanto obiettore di coscienza in capo alla Caritas diretta in precedenza da mio padre, dell’idea che non si debbano fare favoritismi, quindi in qualche modo propenso nel non farli a sfavorirmi, non gliene faccio una colpa, il 14 febbraio 1994 inizio il mio anno di servizio civile presso un dormitorio per senza fissa dimora, praticamente l’inferno.

Di questa esperienza, non scambiate queste mie parole per autopromozione, siamo chiusi in casa, con le librerie chiuse e Amazon che ha tempi di consegne per i libri equiparabili ai piccioni viaggiatori, è solo che non ho voglia di raccontare cose che ho già raccontato altrove, e anche fosse autopromozione, suvvia, non cagatemi il cazzo, devo mangiare pure io, di questa esperienza ho parlato nel mio romanzo Una notte lunga abbastanza, terza parte del su citato Avrei voluto tutto, trilogia che racconta romanzandolo una versione fantasiosa del mio 1994, tra musica, politica e servizio civile, per cui non intendo raccontare altro qui.

Vi basti solo sapere che il mio iniziare il 14 febbraio era solo un fatto formale, perché nei fatti avevo già cominciato oltre cinque mesi prima, noi obiettori della Caritas costretti a fare tre mesi supplettivi rispetto ai dodici previsti dalla legge, e nel mio caso, visto che ero uno studente universitario, all’epoca, in teoria potrei definirmi così pure oggi, visto che mi sono fermato a un esame dalla fine in Storia Contemporanea, ventuno esami dati su ventidue, quei tre mesi li avevo spalmanti su cinque, tenendomi un po’ più tempo per me e per lo studio, oltre che per il resto, da Marina alla musica, la scrittura era appena cominciata a affacciarsi alla mia finestra e proprio in quei mesi sarebbe sbocciata.

Mesi, quelli, altrettanto caldi, perché è proprio in quel momento che Berlusconi è sceso in campo, aprendo di fatto il ritorno della destra al potere, e lo ha fatto proprio nella mia Ancona, in novembre, dopo la faccenda dei manifesti di Fozza Itaia e tutta quella menata lì, e lo ha fatto proprio un sabato mattina, noi obiettori e apprendisti obiettori il sabato dovevamo tutti andare obbligatoriamente andare a Osimo, altra sede episcopale della diocesi di Ancona e Osimo, appunto, nella quale risiedeva il nostro responsabile, di noi obiettori, ora non ricordo neanche più il nome, anche lui morto da tempo, lo ha fatto in un sabato mattina, incontrando gli imprenditori delle Marche presso la Fiera della Pesca di Ancona, c’era un grande clamore per quel suo arrivare lì a raccogliere fondi, le Marche da sempre considerata una regione rossa, inespugnabile, quale in effetti nel tempo è sempre stata, anche dopo Berlusconi. Ricordo che quel sabato mattina io e i miei amici, quelli che sono finiti dentro quei tre romanzi e che, anche per essere finiti in quei tre romanzi, fatto non del tutto capito da loro, forse legittimamente, ho perso in alcuni casi per sempre, me ne dolgo ancora oggi, ricordo che quel sabato mattina io e i miei amici, quelli che sono finiti dentro quei tre romanzi abbiamo deciso di andare davanti la Fiera della Pesca a protestare contro quel rigurgito fascista, e lo abbiamo fatto da anarchici e comunisti, io rientravo nella prima categoria, fianco a fianco nonostante la Spagna, pronti a tutto. Io, che sarei dovuto essere a Osimo, per la riunione, di notte, verso le due, avevo puntato apposta la sveglia, avevo chiamato in sede, a Osimo, dicendo che stavo male, facendo anche la voce di chi sta male, ignorando se poi la segreteria, mia intenzione era proprio non parlare direttamente con nessuno, di qui il mio chiamare di notte, riportasse l’ora delle telefonate ricevute, erano tempi analogici, contavo su quello, andando in qualche modo a rischiare di essere espulso dalla Caritas, nel caso lo venissero a scoprire, ma la politica, allora, mi faceva ardere il fuoco, non sarebbe stato certo un rischio ridicolo a frenarmi.

Peccato che, proprio mentre ero lì, a protestare contro il nulla, dal momento che Berlusconi era arrivato in elicottero, direttamente dentro la Fiera, e con l’elicottero se ne sarebbe andato, senza cagarci di pezza, una ragazza dei centri sociali, all’epoca frequentavo i centri sociali, oltre che la Caritas, outsider ovunque andassi, era stata picchiata da due carabinieri, fatto che il nostro cantante, nostro degli Epicentro, Anime @ Losanghe racconterà proprio la storia della mia band, Emanuele, oggi stimato dirigente statale, fatto che il nostro cantante Emanuele avrebbe improvvidamente denunciato alla Polizia, battito d’ali di una farfalla che avrebbe portato il capo locale della Digos, tutti lo conoscevamo, allo stadio gridavamo in un coro anche il numero della targa della sua auto, Ancona è una piccola città, fatto che avrebbe portato il capo locale della Digos, Ancona era una piccola città anche per lui, a venire da noi, chiamarci per nome e cognome, uno per uno, senza bisogno di chiederci i documenti, e minacciarci di denunciarci tutti, fatto che ci avrebbe indotto a ritirarci in buon ordine, oltre che a finire schedati come anarchici presso la locale Questura, fatto poi confermatomi da una mia parente che ci lavorava, in Questura.

Una denuncia rimediata mentre in teoria ero a casa malato invece che essere a Osimo, presso la Caritas, un modo scoppiettante di iniziare la mia avventura da obiettore.

Avventura iniziata il 14 febbraio, mercoledì delle ceneri, dopo aver passato la sera precedente a mettere i dischi presso la festa di martedì grasso di Gulliver, associazione culturale della allora sinistra universitaria, all’Aula Magna dell’Università di Ingegneria, almeno nell’ultima ora, ero il dj svuota pista, io, quindi ancora più rock di quanto non avrei mai immaginato.

Comunque, la faccio breve che mi sono perso, la settimana seguente l’inizio del mio servizio civile comincia il Festival di Sanremo, condotto da Pippo Baudo e con Anna Oxa e Cannelle, il culo della pubblicità delle Morositas, come vallette, all’epoca si poteva ancora parlare di culi e di vallette senza essere accusati di sessismo, compagni.

Siccome per il sabato io, Roberto, Emanuele e Michele, gli Epicentro appunto, eravamo stati invitati al ControFestival presso il Circolo Repubblicano Anita Garibaldi di Macerata, meglio noto come Il Giardinetto, a causa di un giardino che si trovava proprio al suo interno, decidiamo, o meglio, decido, ero l’ideologo della band, diciamolo chiaramente, oltre che il chitarrista e in buona parte compositore del repertorio, a partire dalla nostra hit Pentiganò, per anni una delle canzoni più note nella nostra regione, decidiamo di partecipare in maniera clamorosa.

Come?

Andando a eseguire, mentre a Sanremo andava in scena la Finale del vero Festival, la canzone che tutti davano per vincitrice, Strani Amori di una giovanissima Laura Pausini, la stessa Laura Pausini che proprio l’anno prima aveva vinto il Festival nella sezione Nuove Proposte con La Solitudine.

Quindi una sera, io facevo alla Tenda di Abramo turni la sera e la mattina, per cena e colazione, perché durante il giorno il dormitorio, in quanto dormitorio, stava chiuso, ho tirato giù gli accordi costringendo tutti i senza fissa dimora ospitati in quel momento a seguire il Festival, usando per altro proprio il culo di Cannelle per convincerli che era cosa buona e giusta, poi ho girato i medesimi accordi ai ragazzi e sabato ci siamo presentati a Macerata con quella bomba. Strani Amori in versione paisley underground, lisergica, dilatata, con tanto di coretti sghembi alla californiana, poi abbiamo attaccato con la nostra Pentiganò, perché per quello ci avevano chiamato.

Tutto molto bello, non fosse che poi quella sera avrebbe a sorpresa vinto Aleandro Baldi con Passerà, vincitrice morale Signor Tenente di Faletti, canzone cui avremmo risposto con il nostro reggae Cazzo Signor Tenente poche settimane dopo, e che lì, a Macerata, al Circolo intitolato a Anita Garibaldi, nessuno avesse seguito neanche un minuto del Festival, quindi nessuno avesse idea di che cazzo di canzone noi stessimo suonando.

Ancora una volta una idea postmoderna data in pasto ai cani.

Lo sappia, Laura Pausini, che io e gli Epicentro, almeno per una sera, il 26 febbraio del 1994, siamo stati la sua prima Tribute Band.

Lo sappiano anche i suoi fan cagacazzi.

Quelli erano giorni randagi, per dirla con il mio amico Rouge, la vita la bruciavamo veloce, come legnetti di incenso, ci sentivamo immortali, Johnny Thunder and the Heartbreakers nell’autoradio, una maglietta dei Ramones addosso, i capelli lunghi e ribelli come quelli di Kim Thaiyl dei Soundgarden, una passione indicibile, in quei giorni, per i Social Distortion, i Cockney Rejects e i Rudimentari Peni.

So che sembro Nanni Moretti in Palombella Rossa, film che ho adorato nonostante io non sia mai stato comunista, e che ancora oggi trovo illuminante, ma è proprio vero, le merendine di quando ero bambino, i pomeriggi di maggio non torneranno più, le merendine con pane e cioccolata non torneranno mai più.

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