Adesso che il Coronavirus ci aiuta a immaginare cose brutte, mi chiedo: se piombassimo in un nuovo Medioevo, che ne sarebbe della musica?

A volte penso che l'estinzione di cui abbiamo parlato ironicamente o sarcasticamente per anni non sia cosa così sbagliata, ovviamente solo nel campo musicale

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Torno a parlare di Apocalisse.

No, fermi, avete frainteso.

Non ho intenzione di parlare di attualità. Non più di quanto non faccia di solito. Non ho intenzione, per intendersi, di parlare di Coronavirus. Non qui. Non mi avrete. Sto già facendo questa opera meritoria di intrattenervi, lì chiusi nei vostri bunker antiatomici, tutti i giorni, come in un moderno Decameron. Solo che lo faccio senza la compagnia di altri autoesiliati come me al contagio, e senza ambizioni boccaccesche. Anzi, ambizioni boccaccesche, magari, ne ho pure, ma le novelle le devo raccontare a voi perché il mio uditorio, qui, è composto in prevalenza da figli minorenni, per altro per nulla interessati alla musica.

Comunque, non voglio dire la mia riguardo questa follia collettiva dentro la quale ci siamo infilati con le scarpe e tutto.

No, no.

Non voglio dire niente a riguardo.

Se non che questa strana atmosfera da fine del mondo, da serie apocalittica di quelle che ci accompagnano da anni sui canali on demand, proprio l’altra sera è ripartita la mirabile The Walking Dead, con tanto di scena di nudo (parziale, avevano i calzini) e sesso tra Negan e Alpha, è davvero surreale, più che terrificante. E lo dico con la consapevolezza di star qui a scrivere mentre il resto della mia numerosa famiglia, siamo sette in casa, se ne sta a pochi metri da me, reclusi in isolamento coatto, scuole e aziende chiuse, viva lo smartwork. Impossibilitati, noi, più per nostra scelta che per reale imposizione regia, a lasciare Milano, la città nella quale sono in esilio da orma ventitré anni, perché se mai avessi pensato, e giuro che l’ho fatto, con mia moglie, quella che per ragioni che mi sfuggono è finita recentemente in diversi miei ritratti giornalistici apparsi online come “la mia prima fan”, vedi che il mondo ci regala sempre tante belle sorprese, perché se mai avessi pensato, e giuro che l’ho fatto con mia moglie, di tornarcene per qualche giorno nelle Marche, non tanto per scappare da un contagio che non abbiamo mai identificato come un reale pericolo, pensiero che non mi ha sfiorato neanche lontanamente il cervello, quanto più per approfittare della chiusura di scuole e aziende per andare a trovare i miei, saremmo sicuramente stati segnalati da qualche solerte vicino alle autorità sanitarie come ipotetici untori, solo per il fatto di vivere in una regione con oltre dieci milioni di abitanti di cui circa duecento infetti. Quindi impossibilitati a lasciare Milano, la Lombardia, il nord Italia, in uno scenario che, sono cresciuto con un certo cinema, mi ha fatto subito pensare a qualcosa di vicino a 1997 Fuga da New York. Il ponte dell’autostrada che oltrepassa il Po, quello nel cui mezzo si trova il cartello che indica il confine tra Emilia Romagna e Lombardia, chiuso al traffico, carcasse di auto fumanti, elicotteri a sorvolarne il perimetro pronti a fare il fuoco su chiunque avesse anche solo pensato di provare a superare quel confine divenuto barriera, morti e chiazze di sangue a corredare il paesaggio.

Tutto molto surreale, converrete con me. Con le strade in effetti semideserte. I supermercati nei quali, a rotazione, mancano momentaneamente beni di prima necessità, dalla pasta alla carne fresca, tutte le attività cinesi della zona chiuse per la medesima motivazione, “per tutelare la collettività”, vai a capire se con ciò si intenda la collettività tutta o quella della comunità cinese, indicata direi a questo punto a torto come portatrice di non so quale virus. I bar chiusi dopo le diciotto se non si è seduti ai tavoli, forse perché il virus colpisce solo chi è in piedi, teatri e cinema chiusi, ma centri commerciali aperti, perché la cultura non ci nutre e neanche ci protegge. Col sindaco che dice di riaprire la città e il governatore che si dichiara in isolamento, con tanto di mascherina mentre parla su Facebook.

Insomma, ripeto, tutto molto surreale, ma al tempo stesso decisamente reale, concreto, vivido.

Ferma la filiera dello spettacolo, cinema, teatri, concerti, tutti bloccato, appunto. Ferma la filiera del turismo.

Ferma buona parte della attività terziaria.

Ferma l’Italia del Nord.

Una sorta di empasse difficile da superare, anche perché dopo giorni di vero e proprio terrorismo da parte di tutti i media, senza alcuna eccezione, ora si è passati direttamente al “superficialismo”, come dire, avevamo scherzato, non state lì a farvi prendere dalle paranoie. Di colpo ci sono sì le vittime, ma erano malate e vecchie. Giusto l’altro ieri ho letto di un anziana di cinquantasei anni morta in Carinzia, scoprendo di essere lì lì dal diventare parte della Terza Età. Di colpo si deve essere cauti, per non causare paura negli stranieri, negli investitori, cauti e ottimisti. Vieni a ballare da noi, direbbe Caparezza, con le stesse intenzioni con cui suggeriva di farlo in Puglia, l’Ilva a fare da sfondo.

In tutto questo, sarò io che sono quello strano, non lo metto neanche in discussione, ma essendomi ritagliato negli anni il ruolo prima di Cassandra, colei che profetizzava l’imminente fine, e poi di Plinio il Giovane, quello che ha cantato appunto la fine avvenuta, la lava a coprire Pompei e i pompeiani, ecco, in tutto questo, sarò io quello strano, ma ci sono alcuni pensieri che hanno cominciato a frullarmi per la testa.

Pensieri che ruotano intorno al mondo del quale mi sono fatto cantore, quello dello spettacolo, della musica più nello specifico. Io che per natura sarei uno scrittore, per questo parlo di me come di un cantore. Pensieri, quindi, che mettono uno a fianco all’altro quella che ci è stata raccontata, imposta, addirittura, come una imminente Apocalisse, una catastrofe che faticheremo a superare, il Salone del Mobile spostato di due mesi, il probabile slittamento anche di quello del Libro, per dire, e un mondo, quello della discografia, che di quella Apocalisse da anni si è fatto simbolo chiarissimo, assai più della donna che schiaccia la testa del serpente o dei quattro cavalieri, lì, a scorrazzare sopra le nuvole.

Perché, mi sono chiesto in queste ore passate a cercare di cliccare con la manina della Wii sul tasto Riavvia per i miei gemellini, o a scegliere quale serie di Amazon Prime non prevedesse, così, all’improvviso, una scena di sesso anale o discorsi sul sesso anale, vero e proprio must per chi scrive le serie per Amazon Prime, credo di aver intuito, che con quattro figli in giro per casa poi mi sarebbe toccato addentrarmi in discorsi assai più complicati di quelli che sto facendo ora con voi, perché, quindi, mi sono chiesto in queste ore, se davvero di qui a poco piombassimo in un nuovo Medioevo, come certi comportamenti ci stanno legittimamente facendo pensare, se cioè, per continuare a camminare sul sentiero che Jena Plissken ha indicato, John Carpenter santo subito, si dovesse rilevare profetico, cosa resterebbe della nostra musica per le generazioni future?

Domanda lecita, la mia, anche se magari un po’ tirata per i capelli, avendo fin qui io parlato di Apocalisse e di contagi.

Ma siamo in fase decameronesca, non vorrete mica che anche io, come Boccaccio, vi intrattenga andando a parlare di erotismo? Non sono mica autore di una delle serie tv di Amazon Prime, io.

Poniamo che davvero il mondo sia di fronte a una sorta di stato di arresto. Arresto che preveda, vivaddio, una ripartenza, sia chiaro. Un pit-stop, in pratica. Non dico, l’ho già tirato in ballo in passato, che il futuro si possa rappresentare con uno che corre a cavallo lungo la spiaggia deserta salvo poi incappare nella corona seminascosta di quella che era stata la Statua della Libertà, ma qualcosa di più simile al vecchio e caro Jena, nell’originale Snake, come da tatuaggio, lì a decidere che l’umanità non merita di proseguire nella brutta china che ha intrapreso, meglio staccare la luce e chi si è visto si è visto, si ricomincia da capo. Ecco, poniamo che davvero il mio sia di fronte a questo scenario qui, cosa ne sarebbe di tutta la musica cui ci siamo più o meno volontariamente abituati negli ultimi anni?

So che non era necessaria una apocalisse per chiederselo. E infatti me lo sto chiedendo e lo sto chiedendo ai diretti interessati, certo senza usare troppe gentilezze, da anni. Ve lo sto chiedendo anche a voi che leggete, a dirla tutta.

Che ne sarà di noi?

O meglio, che ne sarà di loro?

Non ne sto facendo, ovviamente, una questione di unplugged vs plugged, non è sull’elettrico che vorrei concentrarmi, ma proprio sul suonato, e una chitarra acustica o classica, è un dato di fatto, suona anche in assenza di elettricità, idem un piano o un tamburo, o un arco o un fiato, e non suonato, ma soprattutto, su un pensierino ancora più esile, semplice semplice, di quelli che si possono fare anche in giorni come questo, in cui non ci va neanche di scervellarci troppo, siamo vittime dell’inedia da isolamento: ma se di colpo si perdesse la memoria digitale di quanto è stato fatto negli ultimi tre anni, esattamente come è accaduto per i master di quei tanti dischi incisi negli Universal Studios a Los Angeles e andati alle fiamme dietro al famoso incendio, ecco, se si rompesse questo metaforico hard disc, che cosa resterebbe di tutta la robaccia prodotta recentemente?

Un master che va a fuoco è andato, perso per sempre. Ma quella musica è lì, scritta da qualche parte, incisa da qualche parte, in parte recuperabile. Era e è fisica, in qualche modo, replicabile, al punto che è stata replicata, in concerti e esibizioni, che è stata replicata in tutta una serie di registrazioni, e anche se l’apocalisse prevedesse, le apocalissi fanno tutte come pare loro, che anche le registrazioni tutte andassero perse, ci sarà sempre qualcuno su una spiaggia, magari la stessa spiaggia su cui andare a cavallo per incontrare poi la corona della Statua della Libertà, che armato di una chitarra classica, di quelle da cinquanta euro al negozietto di quartiere, potrà suonarla, perché gli accordi sono accordi, l’armonia è armonia, la melodia è melodia, il ritmo è ritmo, la dinamica è dinamica. Mica è un plug-in pescato da un folder in rete usando il tablet come fosse uno strumento.

Apocalisse, baby.

Niente rete.

Niente tablet.

Niente plug-in.

Di più, o volendo di meno, perché non ci sarebbe neanche bisogno di scomodare l’apocalisse, se di colpo perdesse la memoria il tizio che decide che musica funziona o non funziona nelle playlist di Spotify, non parlo nello specifico del tizio italiano, noi italiani non contiamo nulla neanche in musica, mica solo in politica estera, o se si ravvedesse, illuminato sulla via di Damasco, o magari anche solo se, di fronte all’imminente ventilata apocalisse, decidesse di mollare tutto e andare a vivere in una spiaggia thailandese fornicando tutto il tempo e nutrendosi di noci di cocco e pesce crudo, come i protagonisti di The Beach, di tutta questa monnezza cosa resterebbe?

Perché nei fatti le crisi servono un po’ anche a questo, a selezionare la specie, non sono certo io a dirlo per primo, purtroppo. I più forti resistono, i più deboli scompaiono. La specie si evolve di conseguenza. Ci si dà un taglio, ovvio, ma poi si ricomincia anche con un certo entusiasmo, come di fronte a un nuovo Klondike. E in un nuovo Klondike, questo lo sa bene anche il tizio di Spotify, per uno che ascolta e spinge quella musica lì non c’è speranza, solo morte e sofferenza certa, è scritto nelle stelle.

Ora, so che lasciar intendere come in fondo ho fatto che mi auguro, in cuor mio, a questo punto una sorta di cuore di tenebra di conradiana e coppoliana memoria, che questa benedetta apocalisse arrivi davvero e che si porti via tutto quel che di questo mondo in cui mi ritrovo a vivere non mi piace, e nello specifico parlo del mondo in cui mi trovo a lavorare, non ne faccio certo un discorso globale, ecco, so che lasciar intendere che questa benedetta apocalisse arrivi davvero e si porti via tutto potrebbe non risultare politicamente corretto, affatto. Ma so anche che del politicamente corretto non mi è mai fregato nulla, figuriamoci in questi giorni che vivo recluso in casa mia, coi bambini che di là stanno sfasciando tutto, mangiando e consumando luce come una band di rockettari in una giornata off del tour, e chiedete a un vecchio promoter cosa pensa delle giornate off dei tour, cribbio. So che tutto questo che ho scritto fin qui potrebbe risultare un filo eccessivo, e di cattivo gusto, ma sono chiuso in casa con la mia famiglia da giorni, il futuro è incerto, lasciatemi sfogare un po’, so che tutto questo che ho scritto fin qui potrebbe risultare un filo eccessivo, ma quel che ho detto ha un senso.

Affidare le chiavi di casa, le password del conto in banca, le indicazioni per arrivare fuori dal labirinto a una sola persona non è mai cosa saggia, specie in epoche incerte. Anche il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti non viaggiano mai sullo stesso aereo. Se poi ci mettete che la persona in questione, le poche persone in questione, quelle cioè che muovono la musica oggi, leggi chi è a capo delle compagnie che gestiscono lo streaming, o coloro che nelle discografiche lavorano pensando a quelle compagnie, spesso e volentieri stanno alla cultura musicale quanto chi ci ha infilati nel cul de sac da cui siamo partiti, la nostra personale apocalisse italiana stanno alla cultura politica e amministrativa capirete bene come a volte guardare alla famosa estinzione cui abbiamo guardato ironicamente o sarcasticamente per anni non sia cosa così sbagliata. O meglio, di sbagliato c’è stato solo il generalizzare il tutto, l’evocare cioè l’estinzione per tutto il genere umano, il chiamare a gran voce il meteorite, nello specifico un virus, non su qualcuno o qualcosa di specifico, ma su tutta l’umanità.

In Thailandia ci sono spiagge bellissime, piene di noci di cocco e talmente deserte che ci si può accoppiare alla luce del sole senza il rischio di essere visti, amici belli. Andate e fate, per dirla alla Guccini. Stavolta l’avete scampata, ma è meglio non abusare della pazienza del destino, o della nostra.

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