Sanremo 2020: un contenitore più che mai vario, mutevole, sconnesso e schizofrenico

Il Festival propone tutto e il contrario di tutto e rende sempre più difficile distinguere l’onestà di intenti dall’opportunismo e dalle astuzie del marketing

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Le edicole dei giornali erano solite, un tempo, mettere in vendita le cosiddette “buste sorpresa”, confezioni colorate che si acquistavano senza sapere quale fosse il contenuto. I bambini ci trovavano un po’ di tutto, vecchie serie di fumetti, figurine in ordine sparso, qualche pennarello, un soldatino di plastica, un fischietto o una bacchetta magica da fata. Nella loro ingenuità erano convinti di aver fatto un affare, senza poter immaginare che quella busta era solo un espediente per piazzare sul mercato materiale invenduto, rimanenze di magazzino, oggetti inutili, senza un progetto editoriale, senza un target di riferimento, senza neppure il tentativo di dare un senso logico all’accozzaglia di cose ficcate dentro.

Attratti dalle dimensioni generose, dai richiami grafici, dalle porporine e dai gadget variopinti, i bambini non potevano intuire quale patacca fosse la “busta sorpresa”. Il Festival di Sanremo di questo anno ricorda per alcuni aspetti quelle buste, viene confezionato mettendo insieme un po’ di tutto, senza un criterio per definire quali sono i “big” e quali le nuove proposte, senza un’idea neppure vaga di quali debbano essere i temi da censurare o proporre onestamente.  Alcuni artisti vengono selezionati navigando a vista: se serve una certa quantità di visualizzazioni si sceglie qualcuno che ne ha tante senza neanche sapere chi sia e che cosa abbia nel suo background; se qualcuno funziona bene come provocatore lo si butta dentro a prescindere, se ci si accorge che manca una cantante donna se ne ripesca una per l’occorrenza; se il presentatore sembra problematico per le sue gaffe, gli si mette vicino un secondo presentatore di sostegno che straborda; se qualcuno protesta perché le conduttrici sono scelte sulla base dello stacco di gambe ci si mette una pezza fornendo al pubblico una sorta di “curriculum” con le credenziali delle stesse, dove sono indicati i trascorsi professionali e specificati persino i titoli di studio. Se si offende la morale invitando un trapper che inveisce contro le donne si cerca di pacificare il tutto con un monologo bello e sofferto di Rula Jebreal scritto con Selvaggia Lucarelli, mettendo in scena la più schizofrenica delle edizioni del Festival. Il concorso canoro appare come un “bustone sorpresa” dal quale si può estrarre indifferentemente la rivelazione scioccante  della giornalista sulla violenza contro le donne, e le dichiarazioni di  Junior Cally che, a dispetto delle  denunce penali per istigazione alla violenza di genere, dichiara di non essere pentito e di essere pronto a riscrivere le stesse canzoni per le quali è inquisito (la riconciliazione con alcuni giornalisti accreditati, del resto, è già avvenuta con la partita di calcetto organizzata per l’occasione). Ma dal bustone può venire fuori anche la maschera del cantante di Focene con cui insulta una e tutte le donne, e  contemporaneamente quella di Gessica Notaro che serve a nascondere i segni lasciati dall’acido che il suo ex-fidanzato le ha gettato addosso: “Lui la indossa per idolatrare la violenza – ha detto ai giornalisti Gessica – io per difendermi dalla violenza subìta”. Può uscire Tosca che sembra venire da un altro pianeta e la big che non ha voce, storia, né qualcosa da dire.

Quali altre trovate potrà riservare il Festival non è dato sapere, perché il contenitore è più che mai vario, mutevole, sconnesso e appunto schizofrenico. Nel dubbio che potesse trattarsi del Festival di Sanremo oppure di uno zibaldone “nonsense”, di un happening sperimentale, di un’incursione futurista o di un baraccone circense, Achille Lauro si è presentato con una tuta firmata “Gucci”  come fosse la regina di un carro allegorico al carnevale di Rio, indossando un’altra maschera e regalando un’altra sorpresa: “Gli ambienti trap mi suscitano un certo disagio: l’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile – ha spiegato Achille Lauro – quindi il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui si generano discriminazioni e violenza”, e oscura il resto.

La kermesse di Sanremo, insomma, è un sistema che naviga a vista, che propone tutto e il contrario di tutto, che rende sempre più difficile distinguere l’onestà di intenti dall’opportunismo e dalle astuzie del marketing. Il rischio è quello di accogliere questo caos come un grande spettacolo. Ogni sera arriverà una busta nuova, confezionata alla rinfusa, basterà metterci il naso dentro sperando di trovare  la sorpresa e poi buttare tutto il resto.

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