Il Festival di Sanremo non deve sdoganare personaggi che offendono la figura femminile

Non si può continuare a difendere questi pseudoartisti e paragonarli ai vari Jim Morrison e Jimi Hendrix: alcune produzioni musicali, invece di essere promosse e valorizzate sul mercato, meriterebbero di essere confinate e in certi casi apertamente contrastate

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Immagine da "ilcentro.it"

La decisione di portare sui grandi palcoscenici televisivi – non soltanto quello di Sanremo ma anche quelli di alcuni talent show – personaggi che offendono la sensibilità e la coscienza di molte persone, ha suscitato giuste reazioni. Ma ha prodotto anche una risposta da parte di opinionisti e supporter che concedono ad alcuni personaggi l’attenuante di essere artisti e quindi liberi di esprimersi in tutti i modi e in tutti i contesti. Qualcuno ha voluto azzardare paragoni arditi, evocando Jimi Hendrix, Frank Zappa, Lou Reed, Jim Morrison, come esempi di artisti trasgressivi eppure grandi, e sostenendo che, così come abbiamo accettato le provocazioni di qualche mostro sacro della scena musicale, altrettanto dovremmo lasciare libero sfogo ai nuovi talenti.

Chi propone queste argomentazioni sa molto bene che esiste un abisso incolmabile tra quegli artisti, che sono ormai consacrati nella storia della musica, e alcuni nuovi interpreti di un mondo sempre uguale a se stesso, fatto di soldi, droga, sesso e di una visione femminile agghiacciante, offensiva e pericolosa.

Ma la questione viene posta in astratto, come se fosse in gioco la stessa libertà creativa, e vale dunque la pena tornare sulla “querelle”. È suggestivo pensare che l’espressività individuale non debba avere limiti e che l’artista debba poter seguire la propria ispirazione senza freni (nella storia lo fece già Nerone, quando ritenne che l’incendio di Roma fosse un atto di creatività sublime e uno spettacolo grandioso). In effetti, se è concepita come licenza pura, insopprimibile istinto, l’arte può diventare qualcosa di terribilmente pericoloso, ed è per questo che non esiste una forma creativa che non abbia una disciplina tecnica e dei limiti codificati, che non debba negoziare con la società civile un perimetro entro il quale potersi esprimere. Quella dell’artista – a dispetto di certi slanci utopistici – è una sorta di “libertà vigilata”, perché il prodotto artistico vive dentro uno spazio pubblico e deve continuamente ridefinire le condizioni della propria esistenza. L’arte precorre il cambiamento, ma in senso evolutivo. Anticipa il progresso, non arretra.

Anche i luoghi in cui si realizza l’evento artistico sono una variabile fondamentale.
L’esibizione di un artista all’interno di un teatro, di un pub o di un qualsiasi altro spazio privato e circoscritto è cosa diversa rispetto all’esibizione fatta in televisione, magari su rete nazionale e in prima serata. Nel primo caso è il pubblico che sceglie l’artista, che si reca volutamente ad assistere allo spettacolo, che acquista il biglietto accettando di vivere l’esperienza. Nel secondo caso il pubblico non sceglie l’artista, ma se lo trova come frutto della decisione altrui, segue lo spettacolo compiendo un atto di fiducia nei confronti di chi lo ha concepito e organizzato – nello specifico Amadeus per conto della Rai – paga il proprio biglietto attraverso il canone firmando una sorta di assegno in bianco a un’azienda che dovrebbe garantire sulla qualità dei contenuti e sulla loro adeguatezza rispetto a tutte le sensibilità e a tutte le fasce d’età che è in grado di raggiungere.

Chi organizza uno spettacolo televisivo, o chi lo gestisce attraverso i media e le reti internet e social, ha una responsabilità più grande rispetto a chi lo organizza in ambiti tradizionali e selettivi. La libertà dell’artista, insomma, deve fare i conti con gli interessi collettivi: troverà il modo di esprimersi davanti a quel particolare pubblico che l’ha cercata, mentre non potrà essere imposta a quella vasta parte che non la vuole. Ci sono raduni politici nei quali si esibiscono i gruppi “nazirock”, che professano ideali di estrema destra ma il contesto è circoscritto e riservato alla cerchia degli aderenti. Finché non si ravvisano elementi di reato, nessuno può impedire al nazirocker di esprimere la propria musica; ben diverso sarebbe trasmetterne un concerto sulle rete televisiva nazionale, dove è in gioco un interesse pubblico e un sistema di valori condiviso, o comunque promuovere quei personaggi integrandoli in un contesto diverso e “normalizzarli”.

Un secondo elemento importante – che gli organizzatori e gli estimatori di Sanremo 2020 non vogliono considerare – è l’esistenza di una “agenda pubblica” che ravvisa delle emergenze e fissa delle priorità. Quando i cori razzisti che si scatenano durante le partite di calcio sono divenuti un fenomeno preoccupante, la federazione sportiva così come le reti televisive che le trasmettono hanno convenuto sulla necessità di attuare misure d’emergenza, autorizzando l’arbitro a sospendere la partita per impedire quei comportamenti oltraggiosi. In questo caso si nega a spettatori e calciatori la libertà di viversi l’evento sportivo, ma lo si fa a tutela di un interesse più grande, quello della lotta contro il razzismo.

Quando ci si è resi conto che i bambini subivano l’influenza di programmi con scene erotiche o violente si sono create le fasce orarie che limitano la libertà del pubblico e le scelte artistiche delle reti televisive, ma che sono necessarie ad arginare un problema e a prevenire un danno.

Ora, non è difficile capire che il tema della violenza sulle donne, così come la nuova ondata di sessismo e maschilismo e il dilagare di un certo edonismo fatto di soldi facili, droga e pornografia, rappresentano un’emergenza sociale e un’emergenza educativa. Dalla comunità scientifica al mondo politico, al’associazionismo allo stesso mondo dell’informazione sono tante le voci che si sono alzate per dire che il Festival non deve sdoganare personaggi che offendono la figura femminile. Alcune produzioni musicali, invece di essere promosse e valorizzate sul mercato, meriterebbero di essere confinate e in certi casi  apertamente contrastate.

Commenti (5):
Nicola

Non sono d’accordo sul discorso che se abbiamo accettato le trasgressioni di Hendryx e company, comprese quelle grgli italiani Vasco, Masini e soci, dobbiamo accettare anche quelle dei nuovi con il rafforzamento che “chi propone queste argomentazioni sa molto bene che esiste un abisso incolmabile tra quegli artisti”.
No, non lo sanno dell’abisso per il semplice fatto che prendono solo la parte trasgressiva dei personaggi sopra citati. Nella loro musica e nei testi sono stati molto variegati, mentre con questi del rap e della trap regna la noia assoluta, fatta di parole uguali, ritmi uguali e melodie uguali. Per quanto riguarda il “mondo uguale” è perché è quello che si vuole vedere e seguire, senza un briciolo di spirito di ricerca.

Luca Ruggero Jacovella

L’articolo è ben scritto e offre spunti di riflessione interessanti. Tuttavia non ritengo condivisibile l’assunto di base in quanto nessuno dei paragoni citati è pertinente.
Tutta la polemica scoppiata riguarda un’opera (bella o brutta che sia è pur sempre “opera dell’ingegno”) del 2017, presente da allora sul web, con oltre 5 milioni di visualizzazioni.
Mentre il protagonista, Junior Cally, a Sanremo porterà un’altra canzone, con un testo molto diverso, e dai contenuti evidentemente ritenuti idonei dalla direzione artistica e dai vari soggetti preposti al vaglio.
Quindi? Si chiede una censura al personaggio per una parte del suo repertorio passato?
Importante considerare il concetto di “finzione”, ben presente anche nelle opere rap/trap che si esprimono attraverso particolari (se pur a noi sgradevoli) e ricorrenti tematiche, esteriorizzate e viralizzate a mezzo dello strumento dei videoclip, in modo analogo alla finzione del cinema.
Cally stesso ha detto di essersi ispirato ad “Arancia Meccanica” di Kubrick per rappresentare una storia forte, cruda, esplicita, ma assolutamente dentro la finzione.
Ricordiamoci sempre che in passato è stata chiesta censura tante volte per opere che, successivamente, sono divenute patrimonio di tutti.

Diana Artemide

Fantastica! Non potevi dirlo meglio.
Proprio ciò che penso in proposito e il motivo per cui ho indetto una petizione, domenica 19 gennaio 2020. Bisogna contrastare questo fenomeno pericoloso e fare di tutto per proteggere le donne e i più giovani.
Possiamo far sentire la nostra voce, non solo con commenti sui social, ma anche prendendo una posizione e lasciando una traccia significativa. Ora siamo a 27 petizioni e abbiamo superato le 100 mila firme, ma sono poche rispetto a tutte le persone che la pensano come noi e che scrivono sui social. https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-stop-a-messaggi-sessisti-e-violenti-a-sanremo-2020/u/25663475

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