Ascolti Rare di Selena Gomez e poi muori leggero (recensione)

Con il fratello di Billie Eilish come produttore, la voce di Revival ritorna con un disco sincero

Rare di Selena Gomez è arrivato e ci ha restituito una cantante tanto giovane e tanto saggia. Lo abbiamo imparato da quando nel 2017 abbiamo saputo del suo trapianto renale da lei stessa, un intervento reso necessario dal lupus, la malattia che l’aveva portata a cancellare numerose date ed impegni per tutti i disturbi del caso, momenti terribili che si spostavano dall’ansia al vero e proprio dolore fisico.

Al suo terzo album da solista, 5 anni dopo Revival (2015) ci ritroviamo con 41 minuti di inediti in cui la resilienza e il self empowerment sono la fonte dalla quale Selena Gomez, classe 1992 e tanta ispirazione, attinge per insegnarci che tutto può cambiare e che possiamo ancora salvarci dai problemi che sembrano trascinarci nell’abisso e dalle relazioni tossiche.

Lo fa con canzoni fresche, panoramiche pop e dance e una ballata, quella Lose You To Love Me che è un canto liberatorio fatto di cori ancestrali e palpiti percussivi minimali, la giusta sessione ritmica che non deve infrangere le regole del riposo e dell’introspezione emozionale.

C’è quel Finneas, poi, che sarebbe il fratello della rivelazione Billie Eilish e che qui ritroviamo in veste di produttore di cui riconosciamo i suoni monumentali e le esplorazioni elettro-pop, ma anche quella vena grottesca che è tipica delle produzioni della sorella ma che a quanto pare sono autostrade di DNA che in Rare di Selena Gomez riescono a rendere un album tutt’altro che scontato.

Canzoni brevi e immediate appartengono alla standardizzazione del pop, ma non è un’immediatezza del già sentito: dentro Rare di Selena Gomez c’è ricerca, una voglia di rinascita necessaria dopo la brutta esperienza della sala operatoria per liberarsi da un demone.

Uscito il 10 gennaio 2020, il disco è stato anticipato dai singoli Rare, Look At Her Now e Lose You To Love Me. Non siamo di fronte a un capolavoro, più che altro possiamo parlare di un album ben fatto.

Del resto, si sa: si parla di capolavori una volta che esiste un metro di paragone, e la peculiarità di Selena Gomez è quella di volare basso. Vuoi perché farsi spazio in mezzo alle più grandi quote rosa del pop, oggi, è sempre più difficile; vuoi perché il pubblico di Selena sa cosa aspettarsi; vuoi perché la scelta di esplorare un po’ tutte le migliori decadi della dance è una scelta audace e rischiosa.

Non siamo di fronte, poi, a un album energico: Rare di Selena Gomez è un disco positivo e leggero, perfetto per cercare complicità mentre si fa lo slalom tra i tavoli di un club con la premura di non far cadere il proprio drink, forse poco adatto per essere considerato un esempio, ma ripetiamo che è troppo presto per parlarne.

Se il disco successivo sarà diverso, allora questo potrebbe essere il capolavoro. Vola basso, dicevamo, perché nei nuovi brani c’è tutta l’umiltà di un’artista che non troneggia su un supporto d’oro ma ti offre una sedia pieghevole per sorseggiare una tisana insieme a te, mentre le luci al neon colorato danno calore alla stanza.

Rare, la title track, apre il disco ed è subito ritmo tra campionamenti di percussioni acustiche e dinamiche che funzionano in combinazione con il cantato. C’è anche quel basso audace, ma si decolla definitivamente con Dance Again: riverberi, levare e accordi che sono degli anni d’oro della dance, anche in termini di suoni in reverse. Un brano sulla resilienza, Dance Again, come suggerisce il titolo: “Balla ancora”, e in effetti siamo di fronte a un groove e una produzione degni dei Daft Punk più in forma che conosciamo.

In quei suoni ci sono sintetizzatori e sequenze acide, e con Look At Her Now torniamo bruscamente nel presente, e dobbiamo dire che il lavoro di Finneas si fa sentire in quel basso meravigliosamente dub e adiposo. Bipolare, il brano, che da una parte ci schianta dentro una stanza umida e illuminata a intermittenza, ma con l’eccellente lavoro delle voci ci fa scorgere la luce naturale del sole che ci salva da questo piccolo inferno.

Dignitosamente Lose You To Love Me gioca con le parole ma non fa altrettanto coi sentimenti: accordi di piano che sembrano rintocchi scandiscono una storia destinata a finire per non impazzire. Siamo sotto la pioggia e tutto si muove a rallentatore.

Ring fa tornare il sereno. Ritmiche che ci fanno pensare al Gotye di Somebody That I Used To Know, quasi spiritose, ma ci accorgiamo che si fa sul serio quando archi degni di una spy story ci conducono a un solo di chitarra che sì, ci ricorda Corazon Espinado. Ancora: sì, stiamo parlando di Carlos Santana e quell’assolo è degno di un altrettanto degno paragone.

Rare
  • sG2
  • Gomez, selena

Vulnerable è il brano da ascoltare con gli occhi della fine degli anni ’90, una di quelle canzoni da fine serata o che accompagnano quel momento in cui facciamo lo slalom tra i tavoli con la premura di non rovesciare il nostro drink.

People You Know, altra grande perla dopo Look At Her Now, celebra la perfezione dell’artificio dell’elettronica: suoni e dinamiche che fanno danzare, impreziositi dal basso grave e dub ma anche dalla voce di Selena Gomez che si tiene sommessa e mistica, in atmosfere che si aprono su scorci etnici e profondi.

Let Me Get Me riesce nell’intento di raccontare la liberazione che il resiliente conosce: “Non buttarmi giù, ora sto bene, non lascerò che qualcuno mi butti giù”. Selena canta su una base sostenuta che ci prepara all’appuntamento con Crowded Room, con il rapper 6lack come ospite.

L’atmosfera è tipica del corteggiamento da dancefloor: r’n’b, clap, e accordi minimali. Selena tenta la carta della sensualità con un falsetto allusivo e punta i riflettori sul suo lui: “Siamo soli, io e te, anche in una stanza affollata”.

Si balla ancora con Kinda Crazy, audace nel basso e nel riff di chitarra, ma soprattutto nella magia delle rapide di pianoforte del pre-ritornello. Tutto si fa più sensato, poi, quando dopo il ritornello interviene la tromba in riverbero che decisamente fa da visiera agli anni ’90.

Fun è pura frivolezza, come suggerisce il titolo, un momento quasi necessario prima di arrivare a Cut You Off. Il testo non lascia spazio a equivoci: “Come ho potuto scambiare quella mer-da per amore?” e quando tutto ci sembra di nuovo troppo elettronico e artificiale interviene una chitarra su scale jazz e blues, un cameo di natura tra luci a led, percussioni digitali e sintetizzatori.

Curiosa è A Sweeter Place, che chiude il disco e ospita Kid Cudi. Le due voci si muovono su bassi acidi e percussioni super-saturate, ma anche su un synth che è puramente anni ’80 e nelle sue imperfezioni e nel suo timbro. Vuoi perché ormai siamo tutti nel mondo di Stranger Things, vuoi perché Rare di Selena Gomez è un disco che riesce a stupirci, A Sweeter Place ci fa capire che tutto è andato bene.

Sì, perché Rare di Selena Gomez ci aiuta ad accogliere il 2020 con meno paura, dal momento che il contesto storico ne incute tanta: non un disco eccezionale, ma un minimalismo ricercato e un ottimo lavoro di post-produzione, a volte fin troppo perfetto.

Da Rare di Selena Gomez impariamo che la voce della cantante di Revival si muove benissimo su un range moderato, un dettaglio che ci restituisce un timbro profondo che non ha bisogno di ricorrere a troppe modulazioni. Mancano un po’ di suoni naturali, ma Selena riesce a vivere il suo pop senza sentirsi una popstar.

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