Io, il massimalismo e Spotify che si fa bello con il male della musica

Non rompetemi i coglio*i dandomi del vecchio che rinnega il progresso, cerco solo di salvare il mondo dalla musica demmer*a

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Sono un massimalista. Se posso dire una cosa con tre parole, tendenzialmente, sono portato a dirla con trenta, ma volendo anche con trecento, tremila. Spesso dopo aver parlato di quella volta che, all’Isola nel Kantiere di Bologna, nei primissimi anni Novanta, sono stato scambiato per Kim Thayil, il chitarrista dei Soundgarden, faccenda che per altro non ho affatto smentito, vuoi perché in effetti, all’epoca, io e Kim ci assomigliavamo parecchio, e il fatto che lui avesse suonato proprio lì la sera prima poteva in effetti indurre qualcuno, specie il qualcuno in questione, piuttosto fumato e bevuto, che il tizio coi capelli lunghi fin sopra il sedere e la barba incolta fosse lui, il chitarrista dei Soundgarden, appunto, vuoi perché, ma questa è altra faccenda, il fatto di essere scambiato per un chitarrista come Kim Thayil, prima dell’esplosione del grunge a livello mainstream, coi Nirvana in vetta alle classifiche, il film Singles di Cameron Crowe e tutto il resto, mi sembrava una cosa abbastanza figa.

Per altro l’Isola nel Kantiere, il centro sociale che sorgeva in Via Galliera, a due passi da quella sorta di mecca dei dischi che era il Disco D’Oro, negozio nel quale credo di aver comprato una buona quantità dei vinili che tutt’ora possiedo, compreso, credo, l’intera discografia dei Soundgarden, Isola nel Kantiere divenuta famosa a livello nazionale per aver dato vita all’Isola Posse AllStars, una crew di protorapper che hanno dato alle stampe Stop al panico!,brano rap che intendeva denunciare quell’ipocrisia tutta bolognese di additare a loro, i ragazzi dell’Isola nel Kantiere, la responsabilità degli omicidi della Uno Bianca, banda di criminali che, questo lo si saprà solo poi, era in realtà costituita da tre poliziotti, ma che proprio in quegli anni aveva in qualche modo terrorizzato Bologna, dando in qualche modo la stura anche a tutta una scena noir locale, con Carlo Lucarelli in pole position, l’Isola nel Kantiere, dicevo, che all’epoca si trovava in quello che poi sarebbe tornato a essere il Teatro del Sole, il Kantiere a cui faceva riferimento il nome era quello del cantiere del teatro, in perenne ristrutturazione, l’Isola nel Kantiere, dicevo, era finito nei racconti e nei libri di Silvia Ballestra, dal Compleanno dell’Iguana in poi, e lei, Silvia Ballestra, giovanissimo talento dalla lingua ironica e fluida e dal look decisamente punk, era una mia conterranea, di Grottammare, uscita fuori da una casa editrice che proprio in quegli anni lascerà un segno indelebile nella nostra cultura pop e letteraria, Transeuropa, casa editrice divenuta nota per le antologie Under 25 curate da Pier Vittorio Tondelli e per aver scoperto Pino Cacucci, e soprattutto, di lì a poco, per aver portato alla luce quel piccolo gioiello che è stato Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo di formazione molto rock che è diventato non solo un long seller, ma la dimostrazione cartacea del fatto che anche i giovani potevano avere un mercato editoriale, Transeuropa nella quale anche io, proprio negli anni a seguire, ho cominciato a muovere i miei primi passi letterari, spinto dalla curiosità di avere in una città altrimenti morta come Ancona un cuore pulsante e vivido e soprattutto dal fatto di avere dentro la medesima casa editrice autori che avevo letto e apprezzato.

Silvia Ballestra, del resto, di lì a qualche anno diventerà mia amica, nel momento in cui ci rincontreremo a Milano, complici i nostri figli che, a più riprese, si incroceranno nei rispettivi percorsi scolastici, a partire dall’asilo, passando poi per le elementari e le medie. Non a caso, poi, quando Silvia pubblicherà con Mondadori, casa editrice nella quale, nel mentre, io ero andato a lavorare e con la quale avevo a mia volta a più riprese pubblicato, fatto che si è ripetuto anche negli ultimi mesi, con il libro scritto a quattro mani con Vasco, Non Stop, ecco, nel momento in cui Silvia pubblicherà con la Mondadori il suo romanzo Amiche mie, ambientato proprio intorno alla scuola dei nostri rispettivi figli, io verrò immortalato nelle pagine del romanzo, con il mio medesimo nome di battesimo e con la mia credo abbastanza evidente vena polemica, per l’annosa faccenda delle mozzarelle blu date in pasto ai nostri figli alla mensa della scuola da Milano Ristorazione, parliamo di una vita fa, quando ancora era sindaco la Moratti, tranquilli.

Ecco, io sono un massimalista, credo di averlo in qualche modo dimostrato, e dire che al momento in cui ho cominciato a scrivere, parliamo proprio del periodo in cui, erroneamente, un tizio fumato e bevuto mi ha scambiato per Kim Thayil, il chitarrista dei Soundgarden, di fronte all’Isola nel Kantiere, il giorno dopo un concerto degli stessi nel medesimo posto, Isola nel Kantiere nel quale hanno anche mosso i primi passi non solo i già citati Isola Posse AllStars, nel quale entrerà in un secondo momento Neffa, già alla batteria con gli hardcore Negazione, e in seguito nei magistrali Sangue Misto, prima che solista coi Messaggeri della Dopa, ma anche i Massimo Volume, raccontati proprio dalla stessa Silvia Ballestra nei suoi romanzi bolognesi, Massimo Volume nei quali militava e milita tutt’ora Vittoria Burattini, la batterista, che prima di quegli anni lì sedeva nel banco di fianco al mio al Liceo Classico Capuccini, pensa te quanto è piccolo il mondo, ma al momento in cui ho cominciato a scrivere, cioè proprio negli anni in cui sembravo Kim Thayil, credo di avervene fatto cenno, nella sede della casa editrice Transeuropa, lì nella morta Ancona, vigeva la regola del leggere tutti determinati libri, come si fosse a scuola, e tra questi libri c’era il manuale di scrittura creativa di John Gardner, maestro di Raymondo Carver, universalmente considerato da tutti uno dei massimi scrittori contemporanei, seppur già morto, anche in virtù di America Oggi, film dai suoi racconti tratti da Robert Altman, tornato in auge dopo una breve pausa. Ora, il fatto che chi ha studiato il manuale di scrittura di Gardner, e ha letto e quasi imparato a memoria Carver, per altro assecondando un’altra leggenda metropolitana, cioè che i vari Brett Easton Ellis, Jay McInerney e David Leavitt, altri autori da leggere a menadito, ne fossero in qualche modo figliocci, sia poi diventato un massimalista deve pur dirci qualcosa.

Essendo un massimalista non saprei dire esattamente cosa, ma sicuramente qualcosa che intenda dimostrare come certe imposizioni che arrivano dall’alto, da Massimo Canalini, editor, editore e padre e padrone della Transeuropa, per intendersi, non porta mai a niente di buono. Col che, ovviamente, non voglio dire che rinnego il mio massimalismo, figuriamoci, ma che non credo provare a farmi diventare il clone di Carver fosse poi mossa tanto intelligente. Del resto sono un gemello, e come ben ha detto il padre del massimalismo americano, John Barth, i gemelli si abituano sin da piccoli a comunicare con un proprio linguaggio tra loro, finendo per dare alle parole decodificate universalmente un significato differente, puntando, la taglio con la falce, più alla forma che alla sostanza, perché la sostanza, questo il punto, la veicolano con un linguaggio non verbale. Anche se io, a dirla tutta, sono gemello di un gemello morto, un po’ come era capitato in precedenza a un altro scrittore che in quegli anni lì, quelli dell’Isola nel Kantiere e di Kim Thayil, ho divorato avidamente, Philip K. Dick, con la sola differenza che i miei, e non credo di averli mai ringraziati a riguardo, non mi hanno preparato appena nato una tomba di fianco a quella di mio fratello Francesco, con su la data di nascita, pronta all’uso, come invece è capitato a Dick, fatto che quindi ha reso il mio rapporto con la morte e anche con la lucidità forse un po’ meno tormentato, ma che sicuramente ha influito nel mio modo di scrivere, massimalista, appunto, alla faccia di Carver.

In parte anche postmoderno, a dirla tutta, influenzato come sono stato, sempre in quei tempi lì, dai vari Mark Leyner, David Foster Wallace, William Vollman, e anche post moderno come il Bret Easton di Lunar Park , quello che io considero il più bel libro dell’autore di Meno di zero e America Psycho (seppur riconoscendo che l’ultima frase di questo secondo libro è decisamente uno dei più toccanti finali che mi sia mai capitato di leggere). Sono massimalista, sono (stato) postmoderno, e ho provato sin da quegli anni a scrivere cercando uno stile che fosse mio, consapevole che la forma è sostanza e andando quindi a provare a raccontare non tanto quello che hemingwayanamente conoscevo perché avevo vissuto, anche i 49 racconti di Hemingway rientravano nelle letture imposte da Canalini, ma a dare a intendere di aver vissuto quello che raccontavo, andando quindi a costruirmi una biografia piuttosto ricca. Prova ne è, per dire, che proprio al mio esordio letterario, nella seconda metà degli anni Novanta, ci fosse scritto che ero uno scrittore e dj, fatto per altro finito poi dentro un romanzo di Paolo Nori, Gli Scarti, in cui mi citava proprio come scrittore e dj, Paolo Nori scrittore con il quale, in quegli anni, la fine dei Novanta, più volte ha incrociato la sua strada con la mia, fatto, questo dell’essere Dj, che era vagamente romanzato, avendo in effetti io lavorato per un paio d’anni in radio, a Radio Marche Ancona, ma più come speaker che come dj, e avendo fatto il dj in senso proprio, cioè essendo stato quello che metteva i dischi in un posto in cui la gente ballava, solo in una occasione pubblica, la rinomata festa di Carnevale di Ingegneria di Ancona, la notte del martedì grasso di venticinque anni fa, non prima di aver abbondantemente bevuto un intruglio a base di cognac e latte per farmi passare il raffreddore e consapevole che l’indomani avrei cominciato il mio servizio civile presso la Tenda di Abrano, dormitorio per senza fissa dimora di Falconara, esperienza che poi finirà nei miei romanzi Anime a Losanghe, questa volta il fuoco e in seguito una notte lunga abbastanza, nelle prossime settimane di nuovo in libreria in un unico volume dal titolo Avrei voluto tutto, in omaggio al da poco scomparso Nanni Balestrini, il primo a spingermi alla pubblicazione con la mia raccolta di racconti Furibonde giornate senza atti d’amore. Esperienza, quella del dj set presso la facoltà di Ingegneria di Ancona, non felicissima, se è vero che al terzo disco, credo Holyday in Cambodia dei Dead Kennedys, ho letteralmente svuotato la pista da ballo, ma che mi ha fornito l’alibi per spacciarmi poi per dj, io che scrivevo imitando Balestrini, cioè provando a trovare una forma coerente con quello che avevo in mente, scrivere narrativa simulando il rap.

Una faccenda teorica, la mia, e del resto il massimalismo è pura teoria. Sarà poi la teoria a aprirmi la strada anche della critica musicale, quando sul volgere del decennio incontrerò Luca Valtorta, all’epoca in forza a Tutto Musica, il quale si innamorerà dei miei racconti, in modo particolare di uno che era uscito per la fanzine del locale rock il Tunnel di Milano, sito appunto sotto un tunnel della stazione Centrale, un racconto che si intitolava Il tiracapezzoli e che raccontava la storia di un ragazzo che per campare appuntiva appunto i capezzoli di gente come Alessia Marcuzzi prima di posare per i calendari di Max o di Maxim, quello era un periodo preinternet alla portata di tutti in cui impazzavano i calendari e mi ero sempre chiesto come facessero le varie tizie a avere capezzoli così appuntiti, e lui, Luca Valtorta, lì, mi aveva prima chiesto di pubblicare il racconto su Tutto Musica, pagandomelo un milione di vecchie lire, poi mi aveva anche proposto di iniziare a scrivere di musica, incuriosito dai miei racconti della mia vecchia band punk-hardcore, gli Epicentro, nella mia testa rimasti col nome che avrebbero dovuto avere, i Dead Kossigas. Con Luca, in quegli anni, prima che lui se ne andasse per dirigere Musica di Repubblica e poi fondare XL, abbiamo a lungo teorizzato di musica, senza necessariamente ascoltarla, ma teorizzandone, appunto. Perché questo spesso la critica fa. Lui con spirito più giornalistico del mio, che se non fosse stato per lui mai sarei stato uno che scrive sui giornali di musica, io con spirito più da scrittore, perché in effetti da quegli anni a oggi ho pubblicato settantotto libri. In quegli anni, poi, io mi sono andato costruendo un nome e anche un personaggio, lo so, mica è un segreto, fatto che mi ha portato in conflitto abbastanza duro con Luca e, per un po’, anche con Nanni Balestrini. Col secondo poi ci siamo chiariti, con Luca non ci siamo semplicemente più visti, lui trasferitosi a Roma, io sempre a Milano.

Insomma, sono un massimalista, credo si sia capito, se posso dire una cosa in tre parole, tendenzialmente, sono portato a dirla con trenta, ma volendo anche con trecento, tremila. Nello specifico, finora ho scritto dodicimilaottocentonovantacinque caratteri, non pochi, per un articolo, solo per dirvi e dimostrarvi che sono un massimalista, come se già non lo sapeste, e al momento i caratteri hanno anche superato le tredicimilacento unità. Sono un massimalista, e se si è massimalisti ci sta che uno leggendoti si distragga e non capisca quello che vuoi dire, sempre che ci sia qualcosa che vuoi dire. Ma se con uno sforzo titanico provo a essere sintetico, toccando quasi punte di ermetismo ungarettiano, rinunciando però proprio all’ermetismo, e tenendomi solo la sintesi, la stringatezza, la brevità e concisione, se con uno sforzo titanico, quindi, dico che se Spotify si fa bella della classifica dei tormentoni più ascoltati attraverso i propri servizi, indicando come in Italia al primo posto ci sia Calipso, di Charlie Charls e Dardust feat Mamhood e Fabri Fira, al secondo posto Jambo di Takagi e Ketra, feat Giusy Ferreri, e a seguire, non ricordo bene perché il mio subconscio mi adora e rimuove subito la merda, ma roba tipo Benji e Fede e i Boombdabash feat Alessandra Amoroso, forse preceduti giusto da J Ax con Ostia lido, ecco, se dico che: se Spotify si fa bella della classifica dei tormentoni più ascoltati attraverso i propri servizi è il male assoluto della musica, perché poi mi dovete rompere i coglioni dandomi del vecchio che rinnega il progresso, manco fossi un luddista che va avanti a candele e macchine a vapore invece che uno che prova a salvare il mondo dalla musica demmerda?

Rispondete per un amico, vi prego.

Commenti (1):
Daniele

Ma siamo sicuri che sia Spotify a uccidere la musica? è il mezzo a uccidere o la mancanza di educazione musicale?
Se uno che non sa guidare una macchina potente la prende e si schianta, è colpa della macchina o del pilota che non è capace?

Inizialmente pensavo che la colpa fosse in generale della muisica gratis, del fatto che le case discografiche oggi non investono in artisti che non siano “remunerativi” e quindi è impossibile tirare fuori nuovi talenti senza che qualcuno ci lavori sopra e li faccia sbocciare.

Ma è davvero così? Se non avessero firmato per la Geffen i Nirvana oggi sarebebro degli sconosciuti? O invece Kurt Cobain sarebbe ancora vivo invece di essere finito inghiottito da fama e successo? Magari avremmo una Smells like teen spirit prodotta e registrata peggio ma ce l’avremmo sicuramente.

E se non eri morto dentro, se non avevil’ultimo neurone in overdose sonora… beh avresti comunque riconosciuto il valore e il talento di quei 5 minuti sonori.

Ma non sarebbe passato per MTV e quindi per tante pesone, ciao non saresti esistito. Ma anche MTV veniva visto come il male in quegli anni. Invece ci ha fatto scoprire i Nirvana a molti di noi. Perché? perché la mia fonte di cultura musicale era limitata a Videomusic, MTV, Rockstar e Tutto. Fine. Colpa mia della mia scarsa cultura musicale, non di MTV in sé.

Spotify a difefrenza di MTV ti permette di ascoltare di tutto e in autonomia ma senza una guida, senza una base di conoscenza. E allora sei sopra una Ferrari e, senza nemmeno accorgertene, ti schianti. Ma se impari a guidarla è il Paradiso (non Tommaso).

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