Euphoria su HBO spaccia la sua idea apocalittica di adolescenza per un ritratto fedele della generazione Z

Difficile pensare che Euphoria possa essere lo specchio di un'intera generazione, ma il pilot offre spunti interessanti per provare a comprendere le difficoltà degli adolescenti di oggi

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Ah, questi giovani d’oggi. L’intento dichiarato di Sam Levinson – creatore di Euphoria su HBO – è quello di immortalarne la quotidianità così che ognuno possa riconoscersi sullo schermo. Eppure l’apocalittico ritratto della generazione Z tracciato nel pilot della serie è tutto fuorché realistico.

Euphoria su HBO nasce dalla volontà di stimolare empatia verso i più giovani, visti spesso come manichini narcisisti dipendenti dai social e da qualsiasi cosa sappia assicurare loro degli stimoli. Prova a ritrarre l’ansia di una generazione e sollevarla dai giudizi troppo duri degli adulti, spesso concausa di una deriva emotiva e di un più generale collasso del sistema dei valori.

Per farlo la serie si affida a un meccanismo narrativo inevitabile: prende un gruppo di liceali e ne osserva la destabilizzanti e concitate vite quotidiane, consumate fra droga, sesso, amore, amicizia, traumi, violenza, social media. Quello che ne vien fuori, però, è uno spaccato così estremo da smorzare ogni possibile giudizio critico su altri teen drama (13 Reasons Why?).

Le polemiche hanno bersagliato fin dal debutto il costante tono provocatorio di Euphoria, non una posa ma parte del DNA della serie. Ne notiamo l’effetto nel corso dell’intero episodio pilota, in cui la voce fuori campo di Rue (interpretata da Zendaya) apre il sipario con il racconto della propria nascita come battaglia persa contro la cervice materna. E prosegue nel resto della narrazione, in cui la stessa Rue rivela di aver continuato a far uso di droghe anche in riabilitazione.

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Come detto, in Euphoria la dipendenza agisce come risposta a un disagio, e così è anche per la protagonista. Ai suoi occhi la droga diventa l’unico strumento vagamente efficace per affrontare l’ansia e gli attacchi di panico. Ci sono poi il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo borderline di personalità e la sindrome maniaco-depressiva. Tutti contribuiscono ad alimentare in lei il bisogno di un vigoroso supporto esterno.

È presto per capire se la serie scivolerà o meno in rappresentazioni stereotipiche della tossicodipendenza. Zendaya sembra fare un buon lavoro e restituire un personaggio gradevole, anche nei momenti in cui l’empatia nei suoi confronti non sarebbe il sentimento razionalmente più indicato.

Gli altri personaggi introdotti nel primo episodio, invece, sembrano appartenere alle solite categorie di casi umani liceali: la stella del football boriosa e viziata con la sua coorte di misogini leccapiedi, le mean girls popolari e crudeli, la gregaria anonima coi complessi di inferiorità, la nuova arrivata strana e incompresa.

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Quest’ultima è interpretata con grande personalità da Hunter Schafer. Nel corso del pilot non emerge molto della psiche del suo personaggio, Jules Vaughn, se non un palese disagio interiore. La sua presenza sarà comunque fondamentale nell’economia della storia, soprattutto in virtù dell’amicizia che stringerà con Rue.

In conclusione, questo primo sguardo a Europhia su HBO lascia spazio a svariate considerazioni. Sicuramente la pretesa di verosimiglianza di Levinson è oltremodo esagerata. Non è possibile che una generazione, per quanto problematica, sia così uniformemente estrema.

Inoltre si ripropone il solito problema della maggior parte dei teen drama: il cast comprende troppi giovani adulti per ritrarre realisticamente lo stato larvale dell’adolescenza.

Criticità e polemiche di genitori scandalizzati a parte, Euphoria su HBO può comunque assolvere a una funzione importante. Il suo estremismo tematico e visivo potrebbe riuscire a offire uno sguardo inusuale ed eloquente su una gioventù iperconnessa, perennemente stimolata, scollata da certe visioni e valori tradizionali e intimamente corrosa dall’ansia.

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