In Black Mirror 5 Miley Cyrus è l’unica ventata di novità nell’ennesima storia distopica sulla falsità dello showbiz (recensione)

Il terzo episodio della quinta stagione ha delle buone intenzioni, ma ancora una volta si finisce col sentirsi insoddisfatti del risultato finale.

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La quinta, deludente stagione di Black Mirror si conclude con una storia ambiziosa ma ancora una volta non all’altezza delle aspettative. Dopo Striking Vipers e Smithereens, anche Rachel, Jack, and Ashley Too si ritrova infatti ad allungare il brodo con poche idee scarsamente sviluppate.

La storia racconta di Rachel (Angourie Rice), un’adolescente depressa che annega il dolore per la morte della madre nella musica della sua popstar preferita, Ashley O (Miley Cyrus). Accanto a lei c’è la sorella Jack (Madison Davenport), disgustata dai valori che quelle canzoni provano a trasmettere e appassionata invece a gruppi come i Sonic Youth.

C’è poi la stessa Ashley O, una sorta di Hannah Montana sotto copertura. Cresciuta da una zia (Susan Pourfar) che è anche la sua manager, la ragazza è il tipico caso di talento musicale confezionato ad arte e spremuto come un limone per massimizzare i profitti della sé stessa-brand. Uno dei modi che la zia Catherine trova per farlo è concepire la bambola Ashley Too.

Siamo però in Black Mirror 5 e una bambola non può che essere più di questo. Il suo aspetto è robotico e plasticoso, ma la sua mente è un concentrato delle enormi potenzialità dell’intelligenza artificiale. Può quindi fare domande e imparare le risposte, così come processarle in modo da reagirvi nel modo più appropriato e umano possibile. L’aspetto più inquietante è però la sua capacità di simulare perfettamente la personalità vivace e incoraggiante della vera Ashley.

Peccato che questo perenne ottimismo non sia che un’attraente facciata. Di giorno Ashley O è una popstar frizzante e attiva, sempre impegnata nella promozione del suo lavoro, della bambola Ashley Too, dei valori di emancipazione delle sue canzoni. Di notte è invece una qualsiasi ragazza esausta, triste, completamente svuotata. Fa fatica a scrivere canzoni positive, anzi arriva a descriversi come un animale in gabbia. La sua creatività è alimentata solo dalle pillole di cui è rimpinzata dai collaboratori della zia.

Com’è ovvio, questa duplicità rimane sconosciuta ai fan della giovane. Possedere una Ashley Too è quindi una benedizione, per la sofferente Rachel. Ignara delle difficoltà della vera Ashley, la ragazza trova così nella sua nuova bambola un comodo distributore automatico di vicinanza, sostegno e incoraggiamento.

La falsità di questo impianto emerge nel momento in cui i valori propagandati vengono messi in atto. Rachel deve imparare a ballare per una gara scolastica ed è proprio Ashley Too a seguirla. Le insegna i passi, la incoraggia, la sostiene per tutto il tempo convincendola di essere perfetta e che se ballerà a scuola tutti se ne convinceranno.

Presto diventa chiaro che la realtà è ben diversa. Nonostante i suoi sforzi Rachel non diventa un asso della danza e questa consapevolezza la getta ancor più nella depressione.

Le cose non vanno benissimo neppure per Ashley. La sua personalità reale rischia di intralciare i piani commerciali che reggono il brand Ashley O, e così la ragazza viene rimpiazzata da Ashley Eternal. Questa nuova invenzione, una sorta di alter ego olografico elaborato dai manager per sostituire il suo equivalente reale, ha il vantaggio di far tutto ciò che deve senza lasciar spazio alcuno a emozioni e sentimenti.

Rachel, Jack, and Ashley Too prova insomma a darsi da fare con una serie di idee ambiziose e temi cari al più vasto mondo di Black Mirror. Troviamo riferimenti all’intelligenza artificiale, alle droghe, al potenziamento delle attività cerebrali, alla manipolazione degli esseri umani da parte delle tecnologie.

Leggiamo tra le righe anche una velata critica alle moderne forme di comunicazione tra celebrità e fan, e come questo rapporto di facciata influenzi negativamente entrambe le parti. Tutto, ad ogni modo, sembra convergere su un unico, più ampio tema di fondo: i devastanti effetti della positività a tutti i costi.

Quello che l’episodio cerca di suggerire – e che la vita reale conferma – è come i costanti incoraggiamenti al sorriso, all’emancipazione, all’ottimismo, al diventare la versione migliore di sé siano profondamente deleteri. E questo vale sia per chi li trasmette che per chi li riceve. Perché nessuno può ambire a una vita di positività pura, e negarlo o ravvisarlo solo negli altri conduce inevitabilmente a un senso di fallimento e depressione.

Il paradosso è che si finirebbe con l’essere più felici ammettendo di essere infelici. Certo, la positività a tutti i costi è un business redditizio, quindi conviene occultare in ogni modo qualunque emozione possa suggerire il contrario.

In questa critica di fondo sta tutta l’ambizione di Rachel, Jack, and Ashley too. Charlie Brooker non si discosta dai temi più cari alla serie, ma anche in questo episodio di Black Mirror con Miley Cyrus le questioni che intende sollevare rimangono sospese senza alcun indirizzo particolare.

Qual è la peggior forza del male narrato in questo racconto? È la perversa mentalità materialistica dell’industria della positività a tutti i costi? Sono i performer, con il loro insignificante ruolo di tramite? O sono forse i fan, in particolare adolescenti, lobotomizzati dalla tecnologia e dalla tendenza a divinizzare i propri idoli?

L’ultimo episodio di Black Mirror 5 lascia la porta aperta a più interpretazioni. Non è chiaro se l’ambiguità sia volontaria o frutto dell’ennesima sbandata di una serie ormai irriconoscibile, ma tocca ammettere che anche stavolta la creatura di Charlie Brooker manca clamorosamente l’obiettivo.

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