Ted Bundy. Fascino criminale, Zac Efron nei panni del serial killer (recensione)

Da oggi nei cinema il film sulla storia vera dell’efferato assassino. Il racconto non indulge nella rappresentazione dell’orrore ma indaga le ragioni del fascino manipolatore del criminale. Che perciò ha il volto accattivante di Zac Efron. L’effetto per lo spettatore è inquietante.

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Fa un certo effetto vedere Zac Efron, ex teen idol dai tratti angelici e accattivanti, vestire i panni di quello che è forse il serial killer più efferato della storia americana. Ma è, coerentemente con l’assunto del film Ted Bundy. Fascino criminale, l’effetto che il regista Joe Berlinger voleva raggiungere. Ossia costruire una storia che, invece di indulgere nell’effettismo e nel macabro, raccontasse il volto seducente – quello di Zac Efron, così rassicurante, lo è – di un uomo apparentemente normale.

Anche per questo il film tratto dalla sceneggiatura di Michael Werwie sposta il punto di vista da Bundy a Liz (Lily Collins), giovane ragazza madre di Seattle che, nel 1969, incontra un uomo in un bar. Un incontro che si trasforma in un’intensa storia d’amore, perché l’uomo si rivela attento e premuroso, anche verso la piccola figlia di lei, per il quale si trasforma in un genitore affettuoso. Lui però, giovane studente della facoltà di legge, è Ted Bundy: che usa il suo carisma per sedurre, violentare e uccidere negli anni Settanta un numero incalcolabile di donne (pare più di un trentina), facendo talvolta scempio dei loro corpi in modi raccapriccianti.

Che sono esattamente gli aspetti su cui Berlinger, profondo conoscitore dell’argomento – dopo diversi documentari dedicati al crimine quest’anno ha dedicato una docu-serie a Bundy prodotta da Netflix, Conversazioni con un killer – decide volutamente di glissare. Non semplicemente per non indugiare sull’orrore – il che è già lodevole, in mezzo a fin troppi film sensazionalistici – ma anche per offrire allo spettatore di Ted Bundy la sua faccia pulita e i modi affascinanti, dai quali si può rischiare di essere manipolati, come accadde a Liz e alle tante donne di cui abusò.

Manipolazione è una parola centrale del vocabolario comportamentale di Ted Bundy e una delle leve essenziali del film, dato che, dopo una serie di arresti e due fughe rocambolesche dal carcere, quando il criminale si trovò ad affrontare la giuria che lo condanno alla pena capitale, il processo venne, il primo della storia americana, trasmesso in tv. Un perfetto esempio di società dello spettacolo, la trasformazione di un caso da tribunale in un elettrizzante racconto da prima serata: da un lato stimolando il più censurabile voyerismo degli spettatori, dall’altro esponendoli così alle arti manipolatorie di Bundy, che in quanto studente di diritto prese le difese di sé stesso, confrontandosi con buona dialettica col giudice Edward D. Cowart (interpretato da John Malkovich).

Proprio il giudice, nell’emettere la sentenza, usò le parole che il film ha scelto come titolo nella versione originale, “Estremamente malvagi, incredibilmente crudeli e vili”, riferito agli atti atroci commessi da Ted Bundy, di cui è resa testimonianza soltanto attraverso il processo, senza mai vedere il criminale in azione, se non nei momenti in cui adesca le vittime.

Ted Bundy. Fascino criminale è così un racconto mantenuto a basse temperature. Non c’è lo scavo nei traumi e nella complessa psiche del serial killer (la cui storia personale, a leggerla, ha elementi non poco disturbanti), e si resta sempre dall’altro lato di quella sottile patina che separa il quotidiano dall’orrore. Il film, assumendo il punto di vista dell’ingenua Liz, diventa anche il calvario esemplare di una donna che deve sapere alzare il velo e imparare a guardare il volto autentico della realtà, abbandonando le fantasie che lei stessa, la società dello spettacolo e un killer maestro di manipolazione le raccontano. Esattamente quello che deve fare lo spettatore, invitato a porsi in maniera critica davanti al film, scindendo faticosamente il bel volto del luminoso Zac Efron dal personaggio raccapricciante che incarna.

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