Figli Di Nessuno di Fabrizio Moro è una giostra di rabbia e suggestione, oliata con amore (recensione)

Il cantautore romano ha le parole giuste e il giusto sentimento, lo dimostra con la ballata "Per me" e con l'impegnata "Me' nnamoravo de te"

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“Figli di Nessuno” di Fabrizio Moro è il ceffone che il cantautore romano ha scelto di dare a chi lo vedeva fossilizzato nel mainstream, dunque lontano da un’etica genuina che un po’ il mondo della musica impone e rivendica quando un artista finisce per calcare il palco di Sanremo. Due anni dopo “Pace”, arriva una sottile dichiarazione di guerra emotiva, nella quale Fabrizio si sbottona e sfodera la sua aggressività filtrata attraverso la poesia senza metafore.

Dai tempi di Pensa e addirittura di Per tutta un’altra destinazione, Fabrizio fa ritorno alla denuncia personale e sociale di Non è una canzone e si affida al suo taglio più viscerale – lo fa nella title-track – e a quello più dolce e intimo di Filo d’erba, ma troviamo anche della sana autoironia in Arresto cardiaco Non mi sta bene niente. Troviamo, tuttavia, il miglior momento del disco in Me ‘nnamoravo de te, nella quale il cantautore veste i panni di un contemporaneo Rino Gaetano e dipinge l’Italia che trova al suo passaggio.

La missione di Fabrizio Moro è sempre stata questa: raccontare il nostro mondo attraverso il suo, e lo fa anche con questo disco. Lo aveva raccontato anche a noi. Il suo passato tormentato lo ha rafforzato, e in esso Fabrizio intinge il suo calamaio per scrivere la sua musica. Dalla sua sofferenza ha modellato la sua creatività, e ora a quella sofferenza è grato. Lo sa bene il produttore Roberto Cardelli – lo stesso che ha prodotto “Non abbiamo armi” di Ermal Meta – che ha forgiato un album ruvido e vero, schietto ma non violento.

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La title-track bombarda a colpi di tom nell’intro, ma sono ordigni pacifici lanciati da chi ha represso a lungo la rabbia. Un pianoforte attutisce l’impatto, poi la voce di Fabrizio fa da detonatore e risponde a chiunque cerca di screditare i sogni altrui: «Rispetto a te, pezzo di fango, siamo vivi e tu non sei opportuno», e ancora: «La mia bellezza nasce dal vostro disprezzo». Un fiore nei cannoni, Fabrizio, lo inserisce con tutta la sua voce. Dopo i pugni schiantati sul tavolo troviamo pace e dolcezza in Filo d’erba, una ballata che vuol dire protezione. Fabrizio parla con suo figlio, lo catechizza per rafforzarlo e offrirgli gli strumenti più sinceri per affrontare il mondo: «Tu non puoi guardare, ma quello che oggi stai ascoltando, un giorno, lo potrai spiegare».

Il cantato di Fabrizio Moro è sempre al confine con il rap e il cantautorato: l’artista romano tenta il flow ma ha troppa fame di melodia per lasciarsi andare in rime e digressioni, quindi sceglie l’armonia sdoppiando la sua voce in due ottave. La prima ottava è quella bassa e calda, la seconda è quella stridente, raschiata e impulsiva. In questo capriccio stilistico Fabrizio ci fa ascoltare il suo inferno e il suo paradiso, che insieme fanno da purgatorio. Il rock gli appartiene ed è risaputo, come conferma Quasi. Un riff semplice ma trascinante di chitarra distorta si accompagna con una cassa che raddoppia la sua velocità, poi tutto esplode in un muro sonoro che sfonda il palco.

Nel testo disegna il mondo degli eterni esclusi, di quelli che spesso si ritrovano prigionieri delle loro riserve: «Ditemi se esiste una sostanza che fortifica il coraggio, perché ogni volta c’ero quasi, poi mi hanno escluso». Ho bisogno di credere è un riposo, una riflessione intimista sulla fede in tutti i suoi aspetti: «La fede è come un’arma per combattere ogni sfida: ho fede in te e ho fede nell’amore». La fede arriva quando è ora di pensare al domani e diventa un bisogno, un rifugio spirituale nel quale trovare il giusto conforto. Il brano è stato lanciato come singolo il 15 marzo con un video firmato da Giacomo Triglia.

Dopo l’intensa Ho bisogno di credere, profonda e vera, Arresto cardiaco è quella spensieratezza che Fabrizio ci propone con un groove da maestro. A metà tra il funk e il rock, spinge l’ascoltatore a tenere il tempo e a respirare: è solo ansia, esorcizziamola con un po’ di ritmo e scarichiamo la tensione tutti insieme. Non possiamo  non farlo, perché Arresto cardiaco è tutt’altro che una pressione che ci costringe a letto imbottiti di Xanax: è una botta, una rianimazione che fa il verso – forse – a Stati di agitazione dei CCCP ma che diventa una risposta a uno dei brani più ansiogeni di Giovanni Lindo Ferretti. Nel testo non mancano i messaggi esistenziali: «Che strano, la vita è un vestito perfetto che spesso però non sappiamo indossare».

Si scava di nuovo in profondità, poi, con Come te. Il brano è una tipica ballata appassionante, una canzone d’amore arrangiata con saccarosio e sale, per non scadere troppo nei confini sdolcinati degli accendini che ondeggiano negli stadi: «L’amore è il grande senso di tutta la vita, un po’ come te», ma Fabrizio non vuole annoiarci. Non mi sta bene niente è il dissenso rock di un cantautore che ha troppe cose da dire: Fabrizio suonava il punk all’oratorio e con My Sharona – con un inserto che ripropone il celebre riff – perché voleva combattere il sistema. Arriva, però, la confessione: «A volte rinnego la mia natura, ho cambiato genere perché avevo un po’ paura della fame e della sete», e con autoironia racconta il suo tuffo nel mainstream.

Me’ nnamoravo de te, lo abbiamo detto e lo ribadiamo, è il brano più impegnato di “Figli Di Nessuno” di Fabrizio Moro. Il titolo viene ripetuto nel ritornello, e l’effetto “ma il cielo è sempre più blu” è assicurato: una frase apparentemente fuori contesto fa da cuscino all’excursus che Fabrizio compie nei suoi ricordi dell’Italia che ha vissuto. Troviamo le radio libere, le lotte operaie e il compromesso storico di Enrico Berlinguer, ma anche la morte di Sandro Pertini. Degli anni ’90 ricordiamo la caduta del muro di Berlino, Tangentopoli e gli spaventosi attentati che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La perla finale ci commuove tutti: mentre sfumano gli archi, si materializza la voce di Peppino Impastato ai microfoni di Radio Aut per la famosa rubrica “Onda Pazza”, come un ultimo messaggio per ricordare le colpe dello Stato italiano.

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Fabrizio si guarda allo specchio per un momento di autoanalisi, tra chitarre acustiche e quarti sostenuti dalla batteria, nel pop di Per meIl cantautore romano racconta l’energia spesa e ritrovata nei tormenti, ai cocci calpestati prima di incontrare l’asfalto e poi il prato morbido dei suoi sogni che oggi si realizzano: ben vengano i sorrisi con i buchi tra i denti, l’umore condizionato da chi cercava di tarpargli le ali, se oggi lo ritroviamo in un disco in cui celebra la sua rinascita con il suono di un sax, poetico, che chiude il pezzo. #A si apre con atmosfere fiabesche mentre Fabrizio guarda negli occhi chi lo disprezza. La canzone parla della gioia, e il concetto viene sottolineato quando l’arrangiamento diventa frizzante ed estivo, con un testo pieno di positività: «Amore, mi fa impazzire questa gioia». Fabrizio è fiero delle sue scelte, mentre suo cugino si è sposato e trascorre le sue giornate da solo in ufficio.

Le piccole felicità, spiega il cantautore, sono le più importanti, come quella del meccanico felice per la festa di suo figlio. Esiste, tuttavia, una felicità indescrivibile e divina: la scopriamo in Quando ti stringo forte, dove Fabrizio fotografa la dolcezza di un gesto semplice. Là fuori il mondo si autodistrugge, ma nel suo pianeta c’è lei: «Cambiano le idee come cambia il vento, è la nuova società. Ma tu sei sempre qui, grande amore mio, come i miei difetti, come un grande sogno». Ancora: «Ma tu sei sempre qui a salvarmi da me stesso e mi sembra che la vita sia bellissima, quando ti stringo forte». Con il suo registro schietto ed essenziale, Fabrizio Moro ringrazia il suo amore per esistere e per donargli quell’isola di pace in questa realtà spesso disturbante.

L’arrangiamento comincia con un pianoforte sommesso per poi aprirsi, sul finale, in una serie di percussioni e in un vocalizzo eseguito da una donna, per chiudere il disco con una cascata di luce e bellezza. Parlare di “Figli Di Nessuno” di Fabrizio Moro significa raccontare l’uomo dietro l’artista, che in questo album è presente più che mai in tutte le sue forme: quella romantica, quella rabbiosa e quella dissacrante.

Per conoscere da vicino quest’uomo e questo artista, nel contesto del suo nuovo album, sono disponibili le date dell’instore tour di “Figli Di Nessuno” di Fabrizio Moro che termineranno il 9 maggio al Centro Commerciale “Piazzagrande” di Piove di Sacco (PD).

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