Anna Tatangelo voce e talento al top, mancano la fisicità e la sfrontatezza di Rihanna

Ostentare la propria corporeità pare essere un disvalore nel pop italiano, Anna può sicuramente permetterselo ed è l'ingrediente che le manca per il grande salto.

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Fermi tutti che qui abbiamo un problema.

O meglio, qualcuno ha un problema.

Un problema originato da alcuni fraintendimenti, più o meno impliciti.

Primo, il pop è considerato, a onde alterne, qualcosa di esecrabile. Peggio, qualcosa di cui vergognarsi, al punto poi da farlo proprio solo nel momento in cui ha compiuto un giro su se stesso e è diventato qualcosa vicino al trash, fosse anche nella sua versione più consapevole, il cosiddetto camp.

Nei fatti il pop è pop, e spesso ne riconosciamo il valore solo quando viene da lontano, o quando almeno non ci viene raccontato come qualcosa che abbia intenti leggeri. Nessuno, credo, si sognerebbe di parlare con alterigia di una SIA, che in quanto a pop e a scrittura pop è una specie di divinità scesa in terra, né di un Drake, di un Bruno Mars, di una Beyoncé, di una Lady Gaga. Ma il pop italiano fa cagare a prescindere, perché è italiano, suppongo, e perché, questo va detto, spesso non osa come quello d’oltremanica e d’oltreoceano.

Un altro problema, e ci avviciniamo al vero argomento di questo articolo, argomento che ben conoscete, visto che i titoli e le foto di copertina si trovano lì per quello, è dato dal fatto che quando un’artista vive a fianco di un artista ancora più noto, è un fatto, spesso e volentieri, specie se di artista donna si tratta, c’è la tendenza a pensare che la sua sia una fama riflessa. Anzi, peggio, c’è la tendenza a pensare che essendo donna è quel che è perché ha usato delle scorciatoie, sottintendendo il sottintendibile (no, non sarebbe sottintendibile, non vivessimo in una società biecamente maschilista). Figurati se è una donna avvenente, apriti cielo.

Ultimo problema, e poi giuro che passo a parlare dell’argomento di questo articolo, la bellezza. Viviamo in Italia, e in Italia, ne ho parlato spesso, forse anche troppo spesso, c’è un problema con la bellezza delle artiste. C’è un problema in generale con il corpo delle artiste, spesso costrette o autocostrette a tenersi “nascoste” proprio per evitare critiche, per non essere tacciate di stare dove stanno non per meriti artistici. Come se una Rihanna fosse un po’ meno Rihanna di quel che è per il suo aspetto. Discorso estendibile a tante altre colleghe, da Dua Lipa a Rita Ora, passando per una Katy Perry, Miley Cyrus e la stessa Lady Gaga. Sembra quasi che in Italia essere belli sia un disvalore. Qualcosa in grado di obnubilare le capacità di decodificazione degli ascoltatori, pronti a perdere il lume della ragione davanti a una scollatura, e a non riconoscere un talento se infilato in un abito troppo attillato (figuriamoci se l’abito manco c’è, e torniamo a Rihanna di cui sopra).

Bene, finite le premesse arriviamo a Anna Tatangelo, e al suo nuovo album, La fortuna sia con me.

Non ho voluto prenderla larga, perché non è necessario. Ho messo sul tavolo gli ingredienti di questo piatto, quello che sto cucinando, un po’ per quel vezzo tutto contemporaneo di far vedere a chi il piatto si accinge a mangiarlo di sapere esattamente con cosa è fatto il medesimo piatto, un po’ perché il caso di Anna Tatangelo mi sembra così esplicativo di una situazione più generale che parlarne riferendomi solo a lei mi sembrava negarle un ruolo.

Perché La fortuna sia con me è un lavoro di ottima fattura. Un album pop curato, elegante, dove la vocalità della Tatangelo è servita a dovere da una manciata di canzoni che evidentemente sono state scritte apposta per lei, non scelte in un mazzo, come ormai capita sempre più spesso. Ci sono tutte le sfaccettature del suo repertorio mostrato fin qui, con una certa propensione alla ballad, e c’è una voce che è una spada, non tanto e non solo per una intonazione che chi l’ha sentita dal vivo ben conosce e le riconosce, ma per una capacità di veicolare emozioni che, solitamente, il pop si nega. Ma manca un po’ lei, Anna Tatangelo. E ora vi spiego perché.

Anna Tatangelo è una bella ragazza. Non è una mia scoperta, lo so. Ma partiamo da qui.

E Anna Tatangelo è la compagna di Gigi D’Alessio.

Anche questo lo sappiamo già tutti.

Per questo, credo, Anna, nel lavorare a quello che probabilmente è il suo album più suo tra quelli pubblicati sin qui, lo si capisce da una omogeneità qualitativa di brani fin qui non sempre presente, quasi come si trattasse di un album sì pop, ma cantautorale, ha deciso di fare un passo indietro. Piccolo, perché la sua voce è ben presente, ma significativo, e in questo il booklet che l’accompagna ci viene in soccorso (booklet nel quale compare, sì, ma assai meno di quanto ci si potrebbe aspettare).

Lo confesso, mi sono avvicinato al suo mondo nel momento esatto in cui è uscito il video di Cosimo Alemà, regista non certo solitamente ascrivibile al pop pop della Tatangelo, quello di Inafferrabile. Ne scrissi, all’epoca, perché ne rimasi piacevolmente colpito. Era una canzone con chiare ambizioni di pop internazionale, scritta dal magico duo Camba-Coro, e aveva un video iperglamour e molto ironico nel quale la Tatangelo metteva il suo corpo al centro della scena, andando appunto controcorrente e non solo non nascondendosi, ma accendendo un bell’occhio di bue su di sé. Il tutto dopo che, come un po’ tutti, avevo ascoltato con curiosità la canzone che le aveva scritto Kekko dei Modà, Muchacha, canzone spiazzante, per quelli che sono i miei canoni, e che forse apriva a tutto questo.

Nello scriverne, quindi, mi ero lasciato andare a una suggestione, che continua a essere un mio pallino: credo che Anna Tatangelo, ripeto, una delle voci più cristalline e educate del nostro pop, e al tempo stesso una voce capace di trasmettere emozioni, a differenza, per dire, di buona parte di quelle che escono dai talent, magari altrettanto intonate ma robotiche, asettiche, neutre, debba giocare la carta della sessualizzazione. Non la dicevo così, all’epoca di Inafferrabile, ma questo è il punto. Anna deve mettere se stessa, anche fisicamente, al centro della scena, sempre giocando con la sua voce, e con un repertorio pensato per lei. Ma dovrebbe giocare di più sul ritmo, credo, provare a darsi un respiro internazionale. Come dire, La fortuna sia con me risponde solo a metà di questa risposta, la metà dedicata alla voce, e va benissimo. Ora deve “uscire” la parte legata al fisico, al ritmo, alla corporeità, così da completare un disegno che le potrebbe portare un riconoscimento che, per motivi che ho su elencato, non sempre le arriva. Lo scrivevo durante Sanremo, sul perché a Arisa si riconosca sempre un talento chiarissimo, nonostante non abbia azzeccato buona parte del suo repertorio, mentre alla Tatangelo, che quanto a repertorio mi sembra assai più coerente, no, ho delle perplessità assai radicate. Le canzoni che compongono questo nuovo lavoro, specie quelle scritte per lei da Giovanni Caccamo, che quanto a eleganza è un maestro riconosciuto, ma pure le parentesi di Anastasi, brano eponimo, che proprio con Arisa si è fatto le ossa, e gli stessi Camba-Coro, qui con La vita che vive, le sono cucite addosso come un abito di foggia sartoriale, ora vogliamo la tuta in lattice che Britney Spears esibiva in Toxic, per intenderci, vogliamo la sfrontantezza. La stessa con cui gioca sui social, dove evidentemente si sente meno giudicata.

Queste, ovviamente, sono mie suggestioni, non la ricetta di un medico. Suggestioni che spero diventino realtà: Anna Tatangelo che fa Rihanna, sai che botta. Non fosse altro perché l’idea che il pop italiano sia solo quello della Amoroso o, peggio, del duo Pausini-Antonacci mi agghiaccia, e ambirei a un mondo in cui chi ha talento non debba tenere nascosto il proprio corpo.

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