Addio a Stanley Donen, il maestro del musical e regista di “Cantando sotto la pioggia”

A 94 anni scompare una leggenda di Hollywood, il regista che, in condominio con Gene Kelly, cambiò pelle al genere musical, firmando capolavori come “Un giorno a New York” e “È sempre bel tempo”.

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Solo qualche giorno fa era scomparso Albert Finney, protagonista tra gli altri di Due per la strada, e oggi ci lascia, a 94 anni, il grande Stanley Donen, uno dei pilasti della Hollywood classica, regista di quel film ma, ancor prima, di alcuni dei più straordinari musical della storia del cinema americano, soprattutto in condominio con l’attore-autore Gene Kelly.

Basta l’eccezionale trittico Un giorno a New York (1949), Cantando sotto la pioggia (1952) ed È sempre bel tempo (1955), sempre diretti in coabitazione con Kelly, a definirne il talento e la capacità di innovazione all’interno del genere. Sono film che segnano il passaggio a un musical più moderno rispetto a quello della generazione di Busby Berkeley o della coppia Astaire-Rogers, puntando su una maggiore fusione tra vita quotidiana e musica, in una sorta di magica continuità che, come scrisse Michael Wood in L’America e il cinema, “dava l’immagine di un mondo pieno di pretesti per cantare e di inviti alla danza”.

Il primo dei tre film affianca alle tipiche riprese in studio quelle in esterni, con il terzetto di marinai protagonisti in licenza a New York (Kelly, Frank Sinatra e Jules Munshin) che ballano e cantano sull’Empire State Building o al Museo di storia naturale.

In quel capolavoro assoluto che è Cantando sotto la pioggia c’è una sempre maggiore complessità della storia narrata, che si trasforma in una brillante riflessione metalinguistica sul cinema – è la vicenda di un divo del muto, interpretato sempre da Gene Kelly, che rischia di essere spazzato via dall’arrivo del sonoro –, senza che il film perda un minimo della sua presa spettacolare e della capacità di divertimento, assicurata dall’atletismo gioviale di Kelly, simbolo stesso di quella vigoria e ottimismo americani che non si danno mai per vinti. Ed è superfluo ricordarne le bellissime coreografie, a partire dal celebre numero di Kelly che dà il titolo al film.

È sempre bel tempo, infine, aggiunge una nota di cupezza, introducendo l’elemento del tempo, tradizionalmente assente dai musical, con la storia elegiaca di tre commilitoni che si ritrovano dieci anni dopo la fine della guerra, scoprendo di non aver ottenuto esattamente ciò che speravano dalla loro vita. E la malinconia traspare anche nei numeri musicali, che non trasmettono più l’elettrizzante positività di pochi anni prima.

Questi tre eccezionali esiti erano da addebitare a tre persone: la prima era Arthur Freed, il direttore dell’unità della MGM che produsse questi film – e i molto vicini risultati di Un americano a Parigi e Spettacolo di varietà, diretti da Vincente Minnelli. Gli altri due responsabili erano, appunto, Gene Kelly e Stanley Donen, i quali si erano conosciuti, nella commedia musicale Pal Joey in cui Donen, che era nato nel 1924, faceva ancora il ballerino. E Donen ebbe la possibilità, alla metà degli anni Quaranta, di dirigere Kelly nelle coreografie di Fascino (1944) – in cui ebbe l’idea del numero in cui l’attore danza con il suo doppio – e Due marinai e una ragazza (1945) di George Sidney – in cui Kelly ha come partner il topolino dei cartoon Jerry -, sorta di prova generale dello stile di Un giorno a New York, che segna il passaggio di Donen e Kelly alla regia.

Stanley Donen anche da solo seppe dimostrare la misura del suo talento raffinato, attraverso film che erano ancora dei musical o che dal musical traevano ritmo e stile. È un bizzarro musical un po’ western un po’ rustico il fortunatissimo Sette spose per sette fratelli (1954), che ebbe anche una nomination come miglior film agli Oscar; ed è uno degli ultimi, veri musical Cenerentola a Parigi, che metteva insieme lo stile MGM con quello più sognante della Paramount – che aveva sotto contratto le due star del film, Fred Astaire e Audrey Hepburn – in questa buffa mescolanza di seriosa filosofia (l’empaticalismo della Hepburn), sfilate di moda e gioia di vivere, col personaggio del fotografo di Astaire ispirato a Richard Avedon.

Stanley Donen seppe trovare una differente misura in una serie di commedie brillanti di gran classe, il cui unico limite, non imputabile al regista, è quello di arrivare in un momento di soglia, di passaggio dalla Hollywood classica a una nuova epoca, più complicata non solo per ragioni produttive – la crisi del cinema per la forza sempre maggiore della tv –, ma soprattutto per ragioni di ordine storico, con la problematica ventata di novità degli anni Sessanta, battaglie per i diritti civili, attentati ai leader politici, il Vietnam, che rendevano inevitabilmente il pubblico meno disponibile a scivolare dolcemente nel fatato mondo della fabbrica dei sogni.

Stanley Donen risponde al mutare dei tempi prima con una serie di commedie d’impeccabile intelligenza e ritmo, che s’affidano, non a caso, ai grandi interpreti della generazione precedente: Indiscreto (1958), con Cary Grant e Ingrid Bergman, l’esilarante L’erba del vicino è sempre più verde (1960), con Grant affiancato da un inedito Robert Mitchum in versione comica. La sottigliezza dell’arte di Stanley Donen è testimoniata anche dal suo film successivo, Sciarada (1963), ancora Grant accanto ad Audrey Hepburn, un giallo che parte dall’ironica ambiguità di Hitchcock e vi aggiunge la leggerezza e la grazia di un musical, infatti un critico francese lo definì “una commedia musicale senza musica”, approfittando dell’ambientazione parigina per rendere ancora più impalpabili le schermaglie tra gli attori, coreografati come fossimo in un suo film degli anni d’oro.

La stessa formula, con esiti meno convincenti, Stanley Donen la ripeté col successivo Arabesque (1966), commedia gialla con Gregory Peck e Sophia Loren. Nel 1967 venne Due per la strada, in cui la Hepburn e Albert Finney sono una coppia ormai scoppiata che medita sul proprio passato per capire cosa non ha funzionato, in un film on the road che è uno dei suoi esiti più alti e malinconici, anche per il grado di autenticità e consapevolezza che il regista sa infondere in due personaggi benissimo scritti e meglio recitati.

Seguì poi un divertissement di comicità inglese come Il mio amico il diavolo, rilettura in versione ridanciana del mito di Faust, a dimostrazione della voglia di cercare sfumature diverse. Attestata anche dal successivo Quei due (1969), storia di una coppia di maturi omosessuali, interpretati da Rex Harrison e Richard Burton, uno dei primi film a confrontarsi col tema. Nessuno dei suoi ultimi film è indimenticabile: il farsesco In tre sul Lucky Lady (1975); Il boxeur e la ballerina (1978), film in due episodi in cui soprattutto il secondo diventa un modo per tornare, con affettuoso spirito filologico, al suo genere più amato; il fantascientifico Saturn 3 (1980) e, in chiusura, Un giorno a Rio (1984), commedia sentimentale sugli sbandamenti d’un uomo di mezza età che ha il sapore, e i limiti, di certo cinema anni Ottanta più grossolano.

Nonostante la sua indiscutibile statura, Stanley Donen non è mai stato insignito del premio Oscar, ne ebbe solo uno onorario nel 1998, un’occasione che il regista seppe trasformare in un numero di musical. Chissà se domani sera alla notte dei 91esimi premi Oscar, l’Academy saprà commemorare come merita questo irripetibile cantore della settima arte.

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