Sciarada: stasera in tv la classe senza tempo di Cary Grant e Audrey Hepburn

Su Rete 4 alle 21.15 il thriller sofisticato di Stanley Donen. Un film delizioso, che trasforma il giallo in una commedia frizzante, leggera come un musical. “Sciarada” è uno degli ultimi esemplari del cinema della Hollywood classica. E per questo lo si guarda con nostalgia.

Valutazione:
70
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Pauline Kael scrisse che Sciarada (Charade, 1963) era il miglior film dell’anno. Gli ingredienti c’erano tutti: un duo di attori di naturale eleganza, Cary Grant e Audrey Hepburn, un thriller sofisticato come una commedia e svolazzante come un musical, una romantica ambientazione parigina. Il film diretto da Stanley Donen aveva poi un pregio ulteriore, del quale ci si sarebbe accorti successivamente: era il canto del cigno della Hollywood classica, che sapeva produrre film di misterioso equilibrio, manufatti compiuti in se stessi, mondi assolutamente autonomi nei quali gli spettatori scivolavano dolcemente, senza che il noioso convitato di pietra della realtà facesse capolino per guastare il bellissimo sogno.

Purtroppo la realtà stava inequivocabilmente bussando alla porta. Sciarada, che pure ebbe un notevole successo al botteghino, uscì in sala in un freddo dicembre del 1963, pochi giorni dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. E in un attimo lo stile raffinato del film, che trasformava una storia di spie e omicidi in un gioco elusivo e divertente, veniva ineluttabilmente superato dai tempi, rendendo obsoleto un modo di fare e intendere il cinema. Basta gettare uno sguardo sui film crudi, realisti o paranoici che si produssero nei primi anni sessanta per comprendere quale aria cominciasse a tirare: Contratto per uccidere (1964) di Don Siegel, una storia criminale senza più romanticismo noir, l’altra faccia dell’America raccontata dal Samuel Fuller de Il corridoio della paura (1963) e Il bacio perverso (1964), gli incubi (fanta)politici del Frankenheimer di Va’ e uccidi (1962) e Operazione diabolica (1966), il Sidney Lumet amaro de L’uomo del banco dei pegni (1964) e A prova di errore (1964).

Invece Stanley Donen guarda ad Alfred Hitchcock per Sciarada: sin dai titoli di testa, che cominciano con l’inquadratura di uno dei classici treni del maestro del brivido, da cui viene gettato un uomo, e continuano con l’immagine stilizzata di un vortice che rimanda a La donna che visse due volte. Ma nel film sono tantissimi i riferimenti al regista inglese, dalla complessiva aria sofisticata e ironica sino a citazioni più dirette, come una colluttazione tra Cary Grant e il cattivo George Kennedy sul tetto di un edificio che ricorda Intrigo internazionale e Sabotatori.

Ma siamo sempre dalle parti di Stanley Donen. Vale a dire il regista che insieme a Gene Kelly aveva rifondato nel secondo dopoguerra il musical, dandogli corposità realistica e consistenza narrativa, in Un giorno a New York (1949), il meraviglioso Cantando sotto la pioggia (1952) e il malinconico È sempre bel tempo (1955). Quindi Sciarada ha la leggerezza e la grazia d’un passo di danza – un critico francese lo definì “una commedia musicale senza musica” –, che approfitta dell’ambientazione parigina per rendere ancora più impalpabili le schermaglie tra gli attori, coreografati come fossimo in un film d’un altro maestro amatissimo da Donen, Vincente Minnelli.

Questa la vicenda: Regina Lampert (Audrey Hepburn) è in vacanza sulla neve quando viene a sapere della morte del marito Charles, da cui stava per divorziare. Charles era coinvolto in affari poco chiari, che risalivano ai tempi della seconda guerra mondiale quando insieme a colleghi dei servizi segreti statunitensi aveva trafugato 250mila dollari destinati alla Resistenza francese. Adesso quegli ex agenti sono disposti a tutto pur di recuperare il denaro. E l’unico che può aiutare Regina è Peter Joshua (Cary Grant), un gentiluomo conosciuto casualmente in montagna, che però possiede troppe identità e sembra troppo interessato al malloppo.

La storia, ben architettata, resta un delizioso pretesto per un felicissimo gioco d’attori, che è il cuore di Sciarada. La chimica perfetta tra due icone come Cary Grant e Audrey Hepburn, prima di tutto. È curioso ricordare come Grant, pur felicissimo di recitare con la Hepburn, che gli era effettivamente assai congeniale, fosse imbarazzato dalla differenza d’età, quasi venticinque anni. Infatti nel film gli intermezzi romantici sono ridotti al minimo, sebbene i due, tra una sparatoria e un omicidio, finiscano inevitabilmente per innamorarsi.

E funziona benissimo anche il cast di contorno: un enigmatico Walter Matthau – un funzionario dell’ambasciata che forse è un malvivente –, che rispetta il principio hitchcockiano secondo cui l’antagonista deve possedere un’eleganza non inferiore a quella dell’eroe. E sono efficaci i villain, da un autoironico James Coburn, in uno dei suoi primi ruoli importanti, al caratterista George Kennedy, sgherro con l’uncino che sembra già uno di quei cattivi parossistici e postumani da film di James Bond.

Essendo un thriller, Sciarada ha una solida struttura narrativa, che ruota intorno a una domanda – che fine hanno fatto i 250mila dollari? –, la cui risposta è nascosta in un ingegnoso indovinello. Però, come in un musical, i singoli numeri hanno più importanza della storia: l’impagabile ballo con le arance, in cui Grant può scatenare la sua comicità sorniona e misurata; il funerale di Charles in cui, di fronte a un’esterrefatta Hepburn – sempre elegantissima nelle sue toilettes Givenchy – i cattivi esaminano senza complimenti il cadavere per capire se è morto davvero; gli intermezzi col buffo ispettore di polizia parigino (Jacque Marin), che sa di Clouseau ante litteram; le passeggiate lungo la Senna, che profumano di Un americano a Parigi.

Dalla visione di Sciarada si esce con un senso di gratitudine: per una trama brillante e arguta che tratta con rispetto l’intelligenza dello spettatore; per l’ironia garbata, che regala un intrattenimento di gran classe; e per la netta e nostalgica impressione che tutto ciò che stiamo vedendo appartenga a un mondo e un modo di fare cinema irrimediabilmente scomparsi.

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