Ho celebrato il giorno della memoria andando a vedere “Libero il mio canto – musiche di donne deportate”

Lo spettacolo dimostra che il nazismo ha fallito, che l’arte e la bellezza possono nascere anche nell’abbrutimento totale e che lo spirito umano sopravvive alla barbarie

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“Libero è il mio canto – musiche di donne deportate”, andato in scena il 16 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma per celebrare il giorno della memoria, è uno spettacolo dedicato alle donne internate nei lager nazisti, nei campi giapponesi, indonesiani, o nei gulag durante la seconda guerra mondiale.  Donne che con amore e disperazione hanno cercato fino all’ultimo di aggrapparsi alla musica e al canto, e attraverso questo, ognuna nella propria lingua, ha recitato preghiere, innalzato inni, lamentazioni,  intonato canti di speranza, ninne nanne.

Lo spettacolo si è potuto realizzare anche grazie a coloro che hanno “adottato” ogni composizione.

Costruito sulla base dei materiali raccolti da Francesco Lotoro in trent’anni di ricerche meticolose, e portato in scena con l’esecuzione dell’Orchestra Lagerkapelle, le magnifiche voci di Cristina Zavalloni nel canto e di Paola Pitagora nel recitativo, con il contributo  del coro delle voci bianche dell’ Accademia di Santa Cecilia, e il coro Ilse Weber, l’evento svela un aspetto inedito dell’olocausto, e celebra lo spirito di queste donne capaci di portare bellezza e luce nelle tenebre.

Nati in un Paese di grande tradizione musicale, i tedeschi, con l’avvento del nazismo, avevano inizialmente costretto ogni musicista ebreo che fosse compositore, concertista, insegnante o direttore d’orchestra, a suonare solo per la propria comunità, e infine  dentro i campi di concentramento, lungo il tragitto per le camere a gas, un macabro sottofondo sonoro   del genocidio.

Ipocrisia tragica di un regime che subiva il fascino della musica ma che doveva comprimerla dentro gli schemi di una ideologia violenta, e che arriverà a presentare in modo grottesco alle autorità della Croce Rossa Internazionale, il campo di prigionia di Terezin come una sorta di “cittadella della musica”, con una propria orchestra e un programma di concerti. Proprio a questo campo di prigionia è dedicata una delle canzoni presentate nell’evento di Roma, quella intitolata “Quando giacevo a Terezin”, scritta da Ilse Weber ed eseguita in concerto dalla cantante israeliana Aviva Bar-On, testimone anch’essa dell’olocausto essendo stata deportata all’età di dieci anni ad Auschwitz dove conobbe personalmente la Weber.

Ilse era una scrittrice di storie per l’infanzia – questo emerge dalle testimonianze – e a Terezin si dedicava ai bambini nel reparto infermeria. Li accompagnerà volontariamente nel viaggio finale verso Auschwitz, entrando con loro nella camera a gas e cantando a voce forte “Wiegala”, la ninna nanna che i bambini conoscevano

“ E’ vero che ci faranno fare la doccia dopo il viaggio?” e’ la domanda che Ilse pone a un detenuto. L’uomo non se la sente di mentire e risponde “ Non sono docce, sono camere a gas, entra cantando con i bambini, canta più forte che puoi. Siediti con loro per terra e continuate a cantare,  canta con loro come hai fatto tante volte. Così inalerete il gas più velocemente, altrimenti morirete schiacciati dagli altri quando scoppierà il panico”.

Segue un Bolero di Ravel eseguito dal coro così come lo avevano arrangiato due musiciste inglesi internate nei campi di prigionia a Sumatra. In mancanza di strumenti, le voci umane li imitavano intonando alcune sillabe convenzionali. Bach, Mozart, Beethoven, risuonavano nell’aria mentre le donne venivano decimate dalle condizioni del campo e dalle malattie tropicali.

E poi le attività bandistiche, corali e musicali nei gulag dove le temperature arrivavano a settanta gradi sotto le zero e dove le prigioniere scrissero l’inno divenuto popolare dopo la caduta del regime sovietico” Vaninskiy port”

Queste come molte altre storie struggenti sono il cuore di una ricerca incredibilmente preziosa e dolorosa.

Sono centinaia le canzoni, gli spartiti, le poesie e i racconti recuperati da Francesco Lotoro, che li offre oggi come inni alla bellezza, atti d’amore eroici che sfidano l’orrore della storia. Del resto, il marito di Ilse – Willi, anch’egli deportato a Terezin – aveva sotterrato le opere della moglie accanto al capanno degli attrezzi, proprio sperando che qualcuno un giorno le potesse ritrovare.

Paola Pitagora ha legato i racconti e cercato di mantenere ferma la sua inconfondibile voce spesso rotta dall’emozione. Mi aveva confidato qualche giorno prima che non riusciva a fare le prove di lettura perché piangeva di continuo ma ha retto fino alla fine

“Hanna Arendt scrisse che i lager sono lo stadio finale di un processo volto a impadronirsi totalmente dell’essere umano e annientarlo in maniera sistematica fisicamente e spiritualmente. Queste composizioni dimostrano che il nazismo ha fallito, che l’arte e la bellezza possono nascere anche nell’abbrutimento totale e che lo spirito umano sopravvive alla barbarie”.

 

Commenti (1):

silvia

In qualsiasi momento buio dell’esistenza umana, la bellezza, l’arte,la musica, la cultura arriveranno sempre in aiuto della vita. E’ la storia dell’umanità è testimone.

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