Mia Martini – Io sono Mia, per tre giorni al cinema il biopic con Serena Rossi (recensione)

Prima del passaggio su Rai 1, sbarca al cinema il film sulla cantante, che è anche un risarcimento per le infamanti dicerie che le hanno rovinato carriera e vita. Nell’impostazione narrativa somiglia molto a “Bohemian Rhapsody”. La Rossi supera la prova.

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Mia Martini – Io sono Mia, dal 14 al 16 gennaio il film biografico diretto da Riccardo Donna e coprodotto da Rai Fiction sbarca al cinema, distribuito in circa 270 copie dalla Nexo Digital, prima del passaggio su Rai Uno a febbraio. Sono presto detti pregi e difetti del film (televisivo?). Prima di tutto il merito di risarcire, come sempre ahinoi fuori tempo massimo, la memoria di un’artista vera, Mia Martini, una carriera funestata da una diceria infamante, quella – pare impossibile che qualcuno ci abbia creduto e invece quanti – che “portasse sfortuna”.

Tra le note positive l’interpretazione di Serena Rossi: una scelta tutto sommato felice, perché la Rossi aderisce al personaggio senza ossessioni mimetiche, trovando anche una insospettabile somiglianza proprio nell’acme del film, l’esecuzione nel finale di Almeno tu nell’universo, il brano con cui ritornò all’odiosamato festival di Sanremo nel 1989.

Mia Martini – Io sono Mia è sigillato tra un prologo e un epilogo che rimandano a quel momento fondamentale nella sua carriera. Da lì parte il film, con l’arrivo al teatro Ariston, due giorni prima dell’esibizione canora, con l’invenzione drammaturgica d’una intervista rilasciata a una giornalista (Lucia Mascino), che diventa il filo rosso attraverso cui si snoda il racconto della sua vita d’artista tra anni Settanta e Ottanta, con i successi, Padre davvero, Piccolo uomo, Minuetto, gli alti e bassi professionali ed esistenziali.

In questa sintesi estrema della vita s’accumulano le scelte che lasciano perplessi di Mia Martini – Io sono Mia. La prima non dipende dalla volontà degli autori e della sceneggiatrice Monica Rametta (La kryptonite nella borsa, Tutti pazzi per amore). Figure centrali nella vita di Mia Martini, infatti, non hanno dato il proprio assenso al progetto. Per cui se c’è Loredana Bertè (Dajana Roncione), mancano Renato Zero, mimetizzato nell’amico Toni (Daniele Mariani) e Ivano Fossati, trasformato nel fotografo Andrea (Maurizio Lastrico), con cui vive una burrascosa vicenda sentimentale.

C’è invece il discografico Alberigo Crocetta (Antonio Gerardi), che le procurò il contratto alla Rca e le trovò anche il nome d’arte. A lui è demandata una delle scene migliori, che andrebbe fatta vedere a tanti supposti nuovi artisti, in cui insegna a Mia Martini a interpretare la canzone, che non vuol dire cantare bene le note, ma capire e sentire le parole. E lascia il segno la breve apparizione di Edoardo Pesce come Franco Califano, guascone e narcisista – “l’amore è il vero motore della vita” sentenzia – che per lei scrisse Minuetto.

L’altro problema è la tendenza a comprimere e smussare, sfumando alcuni aspetti e omettendo anche la triste scomparsa, lasciata fuori dai confini temporali della storia. E però, a ben pensarci, Mia Martini – Io sono Mia compie esattamente le stesse scelte narrative del biopic d’artista più celebrato della stagione, Bohemian Rhapsody, fatte le debite proporzioni produttive. Anche lì la morte di Mercury resta fuori campo; e anche lì si sceglie di condensare l’intera storia all’interno della cornice dell’esibizione decisiva della sua vita, quella al Live Aid coi Queen.

Le similitudini non finiscono qui: pure nel film con Rami Malek si mescolano personaggi reali e fittizi, per l’esigenza di un racconto che viene costretto negli inevitabili tre atti scanditi da ascesa, caduta e rinascita. Persino il rapporto con un padre non conciliante è costruito allo stesso modo, con la riappacificazione che giunge nel sottofinale, sia in Bohemian Rhapsody che in Mia Martini – Io sono Mia.

Diciamo questo non per parlare male del film su Freddy Mercury, né per assolvere dai sui limiti il film di Riccardo Donna. Forse, banalmente, sono queste le regole consolidate del genere “biografia d’artista”, certo semplificatorie, concilianti. E pure efficaci nella loro ingenuità fotoromanzesca – da fotoromanzo i fermi immagine che chiudono tante sequenze di Io sono Mia –, capaci di restituire qualche emozione sincera da cinema popolare.

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