Dalla Svezia mi è arrivato il libro dell’ideatore dei Sex Pistols, Malcolm McLaren, ma non l’ho letto

Se c’è stato un iconoclasta nel punk inglese, beh, si mettano il cuore in pace i suoi tanti detrattori, quello è proprio Malcolm McLaren

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Dice: dovete imparare a convivere con un nuovo modo di vivere, con nuove consuetudini.

Rispondo: ci provo.

Qualche giorno fa ha suonato il citofono.

Fosse successo tre mesi fa, o cinque, o l’anno scorso, la cosa sarebbe passata assolutamente inosservata, anche se sotto non abbiamo il cognome ma un numero, un citofono che suona non è mai stato un evento eccezionale. Avremmo risposto, e finito lì. Se fosse stato di mattina sarebbe stato un fattorino, magari di Amazon, o il postino, molto più raramente, ormai i postini sono più che altro destinati a portare raccomandate, e fortunatamente da che abitiamo a casa nuova di raccomandate ne sono arrivate pochissime, le potrei contare sulle dita di una mano, se di pomeriggio magari un amico, mio o dei figli, Marina in genere di pomeriggio è in ufficio.

Ma adesso è tutto diverso.

Siamo tutti in casa, lo sapete, e siamo tutti in casa da un numero incredibile di giorni, novantatré, oggi, e non ci sono più amici che ci vengono a trovare, non un “più” definitivo, ovvio, un “più” momentaneo, neanche fattorini che suonino per consegnare pacchetti, dopo la faccenda dei due smartphone comprati e mai consegnati, ve ne ho parlato a suo tempo, non abbiamo più comprato nulla da Jeff, e dopo qualche disco che è cautamente arrivato dopo il 4 maggio, proprio nei primissimi giorni, anche le spedizioni timide sono sparite, del resto che cazzo vuoi più pubblicare dischi adesso, con questi chiari di luna?.

Postini ne passavano pochi prima, figuriamoci adesso.

Ma qualche giorno fa a suonare al citofono è stato proprio un postino, l’ho visto nello schermo del videocitofono.

Passo al presente, mi piace di più.

Suona il citofono. È il postino. Ha la mascherina abbassata, la faccia stanca di chi, appunto, deve girare per troppe ore con la mascherina. Rispondo, seppur con la diffidenza che un postino porta ormai da tempo con sé. Me lo ha detto qualche anno addietro proprio il postino di quartiere, quello che copriva la mia vecchia casa, un tempo i postini portavano le buone notizie, le lettere d’amore, le cartoline degli amici dalle vacanze, i pacchi con dentro i regali di partenti lontani, oggi sono cartelle esattoriali e multe, ingiunzioni di pagamento o altre cattive notizie, in tutti i casi niente di buono. Ma ho letto che le cartelle esattoriali sono ferme fino a data da destinarsi, di multe non posso averne prese, ho usato la macchina giusto per andare al supermercato e tornare a casa, negli ultimi tre mesi. Non può che essere qualcosa di buono, mi dico, e me lo dico nella frazione di secondo che impiego a tirare su la cornetta e rispondere.

Michele Monina? C’è un pacchetto per lei, glielo lascio sopra la cassetta della posta,” mi dice, neanche il tempo di dire grazie che è già entrato.

Mi metto le scarpe, stando ben attento di farlo una volta uscito sul pianerottolo, chissà che non abbia pestato un po’ di virus quando siamo usciti domenica per andare al Parco Lambro, chiamo l’ascensore e scendo per i sette piani che mi dividono dal pacchetto lasciato sulla cassetta della posta. Cassetta della posta che è vuota, non sono sceso a controllarlo, negli ultimi giorni, ma non stavo comunque aspettando nulla.

Non è un pacchetto, il postino ha mentito.

O quantomeno è stato impreciso.

È un pacco, anche piuttosto grande, e pesante, a occhio direi almeno un chilo e mezzo. Mentre salgo in ascensore, diretto verso casa, lo rigiro tra le mani, pensando che appena sarò in casa dovrò lavarmele per almeno un minuto, come ci hanno insegnato a fare, più e più volte al giorno, me lo rigiro tra le mani e vedo che viene dalla Svezia, ci sono due francobolli a attestarlo.

Entro in casa. Sfilo le scarpe appena entrato. Appoggio il pacco sul biliardino che sta nell’ingresso, uno di quei piccoli biliardini da casa, e apro il pacco.

È un libro, lo avevo capito già in ascensore, la forma non mente. Un libro piuttosto corposo, sono ottocentocinquantacinque pagine, un libro in brossura, cartonato con sovracopertina. È The Life & Times of Malcolm McLaren- The biography, libro scritto da Paul Gorman con prefazione di Alan Moore, quell’Alan Moore lì, e so chi me lo ha mandato.

È stata Berarda, non credo fosse neanche necessario dirlo, ve ne ho parlato pochi giorni fa, Berarda, la mia amica del cuore, lasciatemi usare una terminologia in apparenza infantile, ma quando si condividono momenti importanti della propria vita, seppur divisi da migliaia di chilometri, è proprio il cuore che rende l’amicizia salda e concreta, fidatevi. Berarda vive a Stoccolma, e qualche giorno fa mi ha chiesto il mio indirizzo preciso, perché, mi ha detto, ha visto un libro che sicuramente mi sarebbe piaciuto. Non sbagliava affatto, sa che sono un grandissimo estimatore di Malcolm McLaren, lo sa perché lo è anche lei, e breve capirete anche meglio perché, sa che sono anche un grande estimatore del genere biografia, è praticamente andata a colpo sicuro.

Una vera gioia, ricevere questo libro, sia per il libro in sé, sia per il gesto di amicizia che porta con sé.

Io e Berarda ci siamo conosciuti su Facebook, alla faccia che i social siano una rappresentazione virtuale della realtà, altro dalla realtà.

Ci siamo conosciuti perché siamo due scrittori, due scrittori che, quando ci siamo conosciuti, stavano pubblicando con lo stesso editore, Rizzoli. Lei, Berarda, ci aveva da poco pubblicato il romanzo Mi tengo le curve, io il libro scritto a quattro mani con Caparezza, Caparezzeide, e il reportage sul mondo delle curve Ultimo stadio. In realtà, non è un segreto, le ho chiesto l’amicizia perché avevo letto e molto apprezzato anche un suo precedente libro, L’adorazione del piede, uscito per Castelvecchi, editore con quale io avrei pubblicato in seguito. Per altro entrambi avremmo vissuto a riguardo un’esperienza comune, lo scoprire che un nostro titolo pubblicato con quell’editore, Sdraiami, nel suo caso, Lady Gaga- La vita, le canzoni e i sogni di una bad girl, mia biografia di Lady Gaga, prima a essere scritta al mondo, scoprire che un nostro titolo pubblicato con quell’editore era stato venduto e tradotto all’estero, in spagnolo, il suo, in portoghese, il mio, senza che la cosa ci fosse stata comunicata dall’editore, e di conseguenza ci fossero stati pagati i diritti. L’adorazione del piede è un saggio che, a mio avviso, andrebbe studiato da chiunque si occupi o sia anche solo appassionato di estetica e di rappresentazione del corpo nell’arte, i piedi in particolare, è ovvio, e Berarda è una delle massime cultrici dell’estetica delle pin-up e di conseguenza anche dei piedi, una sorta di autorità in questo campo, talmente tanto da essersi tatuata la riga delle calze sui polpacci, quando si dice essere radicali e estremamente fighe.

Ci siamo conosciuti su Facebook dodici anni fa, e quando lei è capitata a Milano, per un master che ha frequentato in città, ci siamo conosciuti di persona. Da quel momento, da quella prima cena nella quale Berarda è venuta da noi, in quella che era allora la nostra casa, è nata una amicizia con la a maiuscola, di quelle che conti sul palmo di una mano. Una grande amicizia a distanza, a grande distanza, Berarda, infatti, proprio in quei giorni, si stava per trasferire a Stoccolma, fidanzata con Jonas, oggi suo marito, da poco richiamato in patria per ricoprire un ruolo importante all’interno di una multinazionale con sede lassù. Ci sarebbe andata in moto, perché oltre che essere una grande appassionata del mondo delle pin-up, Berarda, è anche una vera rockettara, e da allora è a Stoccolma che vive. In questi tanti anni, dodici, ci sono capitate un numero incredibile di cose, per dire, Berarda si è sposata con Jonas, il suo matrimonio con Jonas, sul lago di Bracciano, è stato per me e Marina un momento di incredibile gioia condivisa, noi abbiamo avuto i gemelli e Berarda e Jonas hanno avuto prima Ludwig e poi Ofelia, anche Lizzie Siddal, oltre che il punk e le pin-up rientrano nei nostri reciproci interessi e passioni, abbiamo vissuto grandi gioie, che abbiamo condiviso a distanza, e grandi dolori, idem, Berarda più dolori di me, e il non poterle essere fisicamente accanto in quei momenti è stato un peso che ho faticato a portare sul cuore, ci siamo visti alcune volte, non abbastanza, ancora a Milano, più volte, a Stoccolma, con Jonas, Jonas che abbiamo conosciuto subito dopo aver conosciuto Berarda, l’estate successiva, a Senigallia, durante il Summer Jamboree, il Festival dedicato alla musica e alla cultura rock’n’roll e agli anni Cinquanta più importante d’Europa, un evento che era, tocca ahimè usare il passato, capace di portare nella cittadina della spiaggia di velluto qualcosa come duecentocinquantamila persone, dieci volte tante i suoi abitanti, evento che vedeva Berarda come reginetta, il Summer Jamboree occupava alcune divertentissime pagine di Mi tengo le curve, chi meglio di lei, in effetti, evento durante il quale io e Marina abbiamo visto un clamoroso concerto di Wanda Jackson e poi di Chuck Berry, lì a fare il passo dell’oca maltrattando la sua chitarra, chitarra talmente maltrattata da non aver fatto Johnny B. Good, quando si dice essere una cazzo di rockstar. Ci siamo visti anche a Torino, io e Berarda, o meglio  siamo andati insieme a Torino, partendo da casa nostra a Milano, quando nel 2013 abbiamo presentato al Salone del Libro una antologia che presentava due nostri racconti, ve ne ho parlato, Ultimo desiderio, libro che proponeva racconti sugli ultimi istanti prima che prendesse corpo la maledizione dei Maya, prevista per il 12 dicembre del 2012, antologia dentro la quale era presente un mio dittico che poi avrebbe dato vita a tutta una serie di miei progetti, dal TedX Venere senza pelliccia al mio monologo teatrale Cantami Godiva, un dittico dal titolo I piedi nudi di Amanda Palmer, i capelli rossi di Elizabeth Siddal, suppongo che a nessuno sarà sfuggito il dettaglio dei piedi nudi citato in quel titolo in un capitolo del mio diario del contagio che racconta di quando ho conosciuto la mia amica Berarda Del Vecchio dopo aver letto il suo L’adorazione del piede.

Io e Berarda abbiamo anche dato vita a un altro progetto, uno dei tanti che ci siamo raccontati nelle nostre interminabili videochiamate su Skype, purtroppo sempre più rare ultimamente, lei presa dal suo lavoro di insegnante in una scuola per ragazzi con difficoltà, io con la mia vita caotica, su tutti il romanzo Bikinirama, legato a doppio filo al progetto discografico e soprattutto all’invenzione della popband femminile che portano lo stesso nome, romanzo che ha poi avuto uno spin-off, sempre scritto dalle nostre quattro mani, il racconto lungo L’isola senza ponti, uscito nell’antologia La morte nuda nel 2013 (quindi uno spin-off uscito prima del progetto principale, una sorta di prequel).

Tanta roba, insomma. Quindi, volendo, potremmo tornare all’oggetto contenuto dentro quel pesante pacco che è arrivato dalla Svezia, la biografia di Malcolm McLaren, libro che non ho ovviamente letto, per quanto sia un lettore forte, molto forte, non sono il professor Reed, e per leggere un libro di ottocentocinquantacinque pagine, in inglese, ci metterò un po’, suppongo, ma che in qualche modo contribuirà a arricchire la mia conoscenza del personaggio in questione, personaggio che ben conosco e ammiro sin da quando ne ho sentito parlare per la prima volta, decisamente non bene.

Era sempre quel periodo lì, quello nel quale mi affacciavo fuori dalla musica che ascoltavo in casa, west coast e prog italiano, per parte di fratello, cantautori romantici alla Baglioni, per parte di sorella, usando prevalentemente due vettori, che di volta in volta incrementavo con contatti salutari, da una parte i fratelli Bartola, che abitavano al piano di sotto dell’appartamento nel quale siamo stati per qualche anno con la mia famiglia dopo il terremoto del 1972, e che ho continuato a frequentare anche una volta tornato nel mio quartiere originario, a metà anni Ottanta, e Stefano, un mio caro amico del centro storico, che oltre a avermi introdotto a un certo rock americano e inglese, a lui devo l’aver conosciuto i R.E.M., per dire, gli U2, gli Alarm, i Waterboys o i Dream Syndicate, per fare qualche nome, mi aveva introdotto all’arte del Subbuteo, gioco nel quale era stato un campione e  che di lì a breve avrebbe visto anche me nei medesimi panni. Oltre a nomi poi divenuti piuttosto noti, Stefano, mi ha introdotto anche a tutta una serie di nomi di nicchia, penso ai Runrig, i Guadalcanal Diary, gli Hothouse Flowers, i Del Amitri, che però hanno contribuito alla mia formazione musicale non meno di quei nomi, che ho ovviamente studiato con la dedizione e la attenzione di chi di colpo scopre che esiste un mondo intero fuori dalla porta di casa.

Non è però ovviamente stato Stefano, ragazzo piuttosto timido e pacifico, grande sinistro quando giocava a calcio, a avermi parlato male di Malcolm McLaren. Il punk non gli piaceva, non lo frequentava, credo entrasse fondamentalmente in contrasto col suo essere così timido e pacifico, appunto, pacato. Credo sia stato Roberto, il fratello più piccolo dei Bartola, dei due quello che di più ha sposato l’attitudine punk. Per i punk Malcolm McLaren, ideatore dei Sex Pistols, era una sorta di traditore, di capitalista infilato dentro panni sporchi per il solo fine neanche troppo nascosto, era lui a dichiarasi tale nel film La Grande Truffa del Rock’n’Roll, di Julian Temple, di fare soldi. Certo, nel fare soldi, Malcolm McLaren e la sua allora compagna Vivienne Westwood, hanno contribuito a far scricchiolare il sistema, sbullonarne le difese, smantellarlo, addirittura, ma la finalità veniale, manco i punk fossero comunisti invece che anarchici, era una macchia difficilmente lavabile, un ostacolo troppo alto da sormontare.

A me, in realtà, l’idea di uno che, a partire da un negozio di vestiti bizzarri su King’s Cross, riuscisse a far nascere un genere a suo modo rivoluzionario, la faccenda di tutte quelle trovate, le parolacce nelle interviste in prima serata in Tv, il concerto sulla chiatta durante il Giubileo della Regina, le provocazioni una appresso all’altra, ha sempre affascinato.

Sono un teorico, lo dichiaro sempre con un certo orgoglio, e amo gli iconoclasti, e se c’è stato un iconoclasta nel punk inglese, beh, si mettano il cuore in pace i suoi tanti detrattori, quello è proprio Malcolm McLaren.

Per questo, anche per questo, nei primissimi anni Novanta ho deciso di mettere da parte la mia preparazione musicale, diciamo un filo più classica di quella dei miei compagni d’armi, e imbracciare la mia Melody Vintage 2500 negli Epicentro, proprio a fianco di Roberto, e dei nostri amici Michele e Emanuele. Per questo, tanti e tanti anni dopo quell’esperienza, finita dentro i miei primi romanzi, già sapete, ho deciso di provare a vestire i panni di un novello Malcolm McLaren, ben sapendo di non averne le capacità imprenditoriali, la genialità e anche un briciolo del talento, ma non per questo azzardando meno, osando di meno, o ritenendomi in dovere di rimanere quieto, dando cioè vita alle Bikinirama, e qui torniamo, di nuovo, a quel prezioso pacco arrivato dalla Svezia, e a chi quel pacco mi ha spedito, la mia amica Berarda, che in questa vicenda vestirebbe i panni glamour di Vivienne Westwood.

Vi ho già fatto cenno di questa strampalata e per certi versi fallimentare avventura, fallimentare dal punto di vista dei risultati di vendita, non certo, me lo dico da solo, da quelli artistici, prendete queste parole alla lettera. Nei primi anni dieci ho iniziato a collaborare, per amicizia e stima, al sito Popon della mia amica Paola De Simone, il primo sito che si occupasse solo di musica italiana. Ho iniziato facendo quel che facevo all’epoca, e che faccio in parte ancora oggi, lo scrittore e nello specifico anche il biografo.

Ho tenuto un paio di rubriche, con cadenza settimanale, una delle quali si intitolava, mi sembra di ricordare Lo Stato dell’Arte, una sorta di spazio libero nel quale immettere i miei editoriali su quella musica che girava intorno, l’altro, intitolato Via Tadino 52, come l’indirizzo del nostro primo appartamento milanese, non il nostro primo appartamento di proprietà, ma il primo vero appartamento nel quale io e Marina siamo vissuti.

L’idea del titolo prendeva le mosse da Great Jones Street di Don De Lillo, capolavoro dell’autore americano che raccontava le gesta si una rockstar nel momento esatto della sua implosione, l’indirizzo nel quale si era andato a nascondere, il suo rifugio o tana che dir si voglia, eletto a titolo dell’opera, citazione che suppongo nessuno avrà legittimamente colto, in Via Tadino 52 era un produttore a essersi nascosto in casa, e l’idea era quella di raccontare settimana dopo settimana la finta biografia di una popband tutta femminile, anzi, della più importante popband femminile al mondo, le Bikinirama.

Ero del resto il biografo delle rockstar e popstar italiano, quello che per primo al mondo aveva scritto un libro su Lady Gaga, perché non avrei dovuto provare a fare un progetto del genere, complice la rete?

L’idea era di metterci indizi legati alla mia biografia, c’erano riferimenti al mio aver scoperto in qualche modo Mondo Marcio, al mio aver seguito i primi passi di Malika Ayane, tutti dettagli che chi mi leggeva ben conosceva, mischiati a fatti di cronaca del momento, che so?, il terremoto dell’Emilia Romagna, la neve, per rendere il mio racconto più veritiero, o meglio, verosimile.

Un gioco, ovviamente, un modo per scrivere qualcosa che mi piacesse e che potesse piacere al pubblico.

Solo che, torno a Malcolm McLaren, nello scrivere questa rubrica, una rubrica con intenti ovviamente narrativi, dichiarati, pensavo, non ho tenuto conto dei lettori. O meglio, non ho tenuto conto di quanti tra gli addetti ai lavori avrebbero letto Via Tadino 52, povero ingenuo che ero.

Perché, l’ho raccontato più volte, andrò a volo d’angelo, in diversi tra quanti si trovano a trattare la musica per lavoro, editori, discografici, produttori, hanno iniziato a seguire le gesta di queste ragazze, le Bikinirama, nome che ovviamente voleva omaggiare le Bananarama, popband femminile che ha avuto una hit negli anni Ottanta, la cover di Venus, non capendo che di fiction si trattava.

Avevo in mente, oltre che il romanzo di De Lillo, anche il film di Rob Reiner, This Is Spinal Tap, primo esperimento di mockumentary arrivato al cinema, mockumentary nasceva dalla crasi di mock, finto, e documentary, domunetario, la finta storia di una finta band heavy metal, gli Spinal Tap, appunto, venduta come una storia vera, con veri addetti ai lavori a fare i loro cameo, e tutto il corollario di dettagli che rende una storia del genere credibile, i concerti negli stadi, i camerini, la gente, la musica, davo quindi per assodato che il mio modo di procedere fosse chiaro per tutti, soprattutto per chi avrebbe dovuto non dico conoscere nei dettagli quel film, ma quantomeno averne sentito parlare.

E comunque pensavo, povero illuso che ero, che nessuno avrebbe potuto prendere  sul serio la storia della più importante popband femminile senza averne sentito mai parlare prima, attenzione, non dicevo che le Bikinirama sarebbero diventate la più importante popband femminile, raccontavo di come era diventata già la più importante popband femminile.

Credo, così si usa dire di questi tempi, sia qualcosa che concerne l’analfabetismo funzionale, leggi qualcosa e non lo capisci, ciò nondimeno lo prendi per buono, ragion per cui, veniamo al dunque, prendi il telefono e mi chiami per chiedermi perché non ti abbia ancora fatto ascoltare niente di questa popband femminile di cui sto scrivendo.

Immaginate, non è difficile, il mio imbarazzo nel provare a spiegare a quel discografico o quel produttore che in effetti le Bikinirama non esistevano, che era un racconto, che era fiction. Sentire le loro voci imbarazzate, i silenzi imbarazzati, nel mio citare This Is Spinal Tap, come di chi finge di conoscere qualcosa che sa che dovrebbe conoscere ma che, è evidente, non sa neanche che cazzo sia.

Per questo, alla quinta o sesta telefonata del genere, parliamo della terza puntata di Via Tadino 52 pubblicata su Popon, decido di dar seguito al mio racconto. Non si capisce che sto raccontando una storia di finzione?

Bene, la rendo reale.

Fondo le Bikinirama.

Come?

Beh, questo è un problema, perché non è che io abbia esperienze nel settore, non ho mai fatto il manager, né il produttore, e non ho neanche intenzione di farlo, seppur mi sia capitato che nel tempo abbia avuto più di qualche proposta in tal senso.

La faccio breve, non è delle Bikinirama che volevo parlare oggi, anche perché a nessuno fa molto piacere raccontare un proprio fallimento, e per me, tecnicamente, le Bikinirama sono state un fallimento, mi metto nell’idea di provare a mettere insieme la band, e per farlo inizio a collaborare con alcune figure che vanno dal regista al produttore esecutivo, passando per un produttore artistico. Andiamo in giro per scuole di musica, telecamere appresso, per fare una sorta di casting. Proprio in quell’occasione, per altro, conosco Rosa Bulfaro, la Rosa Bulfaro che dirige la Mirò Music School e che sarebbe stata fondamentale per la gestione di Attico Monina, qualche mese fa, percepiti qualche anno fa, il casting alla Mirò Music School che avrebbe portato a selezionare quella Marte Marasco che proprio l’anno scorso è stata a un passo dal finire a Sanremo Giovani, un vero talento all’epoca talento giovanissimo. Iniziamo a lavorare alle canzoni, con quel team, poi cambiamo team, poi cambiamo ragazze, poi ricambiamo team.

Considerate un fatto, fondamentale per questo racconto, il progetto Bikinirama non era il progetto principale al quale stavo lavorando, era più un progetto in fieri, che occupava parte del mio tempo, ma senza generare economie, quindi una porzione relativa del mio tempo.

A un certo punto, però, arriva la classica accelerazione, e arriva anche per la presenza di Berarda. Perché decido di cambiare ancora una volta team. Coinvolgo una delle artiste già presente nel progetto Anatomia Femminile, sin dalla prima edizione, artista che nel progetto si chiamerà Allegra, perché è previsto che ci siano parti del corpo esibite, e non vuole avere problemi al lavoro. Con Berarda, perché mi serviva un’anima femminile per poter raccontare quella storia, una storia che era raccontata, così erano uscite le puntate su Popon qualche anno prima, ormai siamo intorno alla metà degli anni dieci, dalla voce di un manager produttore, io, ma che era giocoforza troppo maschile per essere la voce narrante di un progetto femminile. Berarda accetta di buon grado, se io incarnavo Malcolm McLaren, ripeto, lei incarnerò Vivienne Westwood, perché è fondamentalmente una pazza come me, spirito rock e voglia di buttarsi, in Svezia ha affrontato con spavalderia tutta una serie di esperienze professionali come se per lei cambiare pelle fosse la cosa più naturale, del resto per una pin-up cambiare vestito deve essere una cosa molto comune, è ovvio.

Facciamo un altro giro di casting e arriviamo a mettere insieme un trio vocale, io mi occupo della scrittura di buona parte delle canzoni, tutti i testi e parte delle composizioni, coadiuvato da Chiara Vidonis in un paio di occasioni, da Niccolò Fragile in altre, in una anche da Davide Bosio, lo stesso Niccolò viene assoldato come arrangiatore, Celeste Frigo come ingegnere del suono, io divento il produttore artistico, colei che all’epoca era la mia socia nella A14 sarà la produttrice esecutiva.

Incidiamo le canzoni presso lo studio di Fragile, a Milano, dopo una poco piacevole esperienza in Svizzera, portiamo a termine l’album, dodici tracce, nel quale finiscono anche parecchi featuring importanti, perché l’idea è proprio quella di fare una sorta di This Is Spinal Tap, coinvolgere quindi artisti già noti, mainstream o di nicchia, per rendere vera quella che a tutti gli effetti non era una popband.

Assoldiamo anche una stylist e una coreografa, per provare a rendere un po’ più reale quelle che abbiamo in mente.

Finiamo il disco.

Finiamo il libro.

Manca la band, perché nel mentre c’è stato un ennesimo cambiamento di formazione. Due su tre sono cambiate nel momento di entrare in studio. Una se ne andrà appena avremo finito di incidere le canzoni. Del resto, è evidente, le Bikinirama sono io.

Alcune delle canzoni sono miei vecchie tracce scritte ben prima che iniziassi a scrivere narrativa, è il mio giochino, e come tale lo tratto.

Vado in Universal e, in virtù del ruolo che nel mentre sono andato a rioccupare nel campo della critica musicale, è la fine del 2015, io ho ripreso da un anno e mezzo a scrivere di musica per Il Fatto Quotidiano di Peter Gomez, il presidente Alessandro Massara accetta di buon grado di pubblicarlo. La presenza dei vari featuring, da Enrico Ruggeri, addirittura nei panni del rapper ai Tiromancino, passando per Sara Mazo degli Scisma, Andrea Mirò, Manu Puma, Romina Falconi, Garbo, Claudia Megré, Matteo Gabbianelli dei Kutso sicuramente hanno aiutato, ma l’ambizione del progetto in sé, e anche il fatto che a proporglielo fossi io, già divenuto una sorta di castigamatti, firma molto temuta e molto letta, hanno portato a un risultato sulla carta incredibile. Il fatto che io, nel giorno in cui sono andato in Universal a firmare l’accordo, abbia stroncato il nuovo lavoro di Emma, artista di punta di quella major, dovrebbe dare l’idea di come fossi considerato, a ragione, un libero battitore, uno comunque da avere dalla propria parte.

Tutto è pronto.

Manca la strategia di comunicazione.

Perché nel mentre il regista che mi aveva accompagnato nei primi casting, ormai tre anni prima, Riccardo Struchil, è uscito di scena, e perché Berarda, che con me ha costruito l’immaginario di quella band, vive a Stoccolma.

Ci ragioniamo su e decidiamo di proporre, proprio attraverso le pagine del Fatto Quotidiano, una serie di videoclip nei quali artisti e addetti ai lavori presentano le Bikinirama e il loro album d’esordio, raccontando di come la band sia stata importante per loro, inventandosi aneddoti, semplicemente mettendoci su aspettative in realtà a loro volta inventate. Coinvolgiamo un numero incredibile di persone, per altro alcune delle quali che ancora neanche conoscevo di persona: Caparezza, Rancore, Max Pezzali, Mara Maionchi, Dolcenera, Bugo, i Camillas, Dio che dolore a ripensare al povero Zagor, Alberto Salerno, Luca De Gennaro, Piotta, Federica Camba, Cristina D’Avena, Carolina Di Domenico e Pier Farrantini di Rock’n’Roll Circus, Francesco Baccini, Sergio Caputo, Enrico Ruggeri, Tiromancino, Marco Masini, Andrea Mirò, i Kutso, Virginio, i Perturbazione, Tosca, le suore del musical Sister Act, e tanti altri.

Un video al giorno, scatenando un count down carico di aspettative. Video che lì, nello stesso sito nel quale io nel mentre stronco i BIG della canzone hanno un effetto spiazzante, anche ostile, video che fanno numeri importanti.

Arriva il giorno zero, ma il count down prosegue, passando dai numeri negativi a quelli positivi.

Anche questo spiazza.

Esce l’album.

È il 29 gennaio 2016. Sta per iniziare Sanremo, manca meno di una settimana. Io sto per andare a Sanremo. Sarà il Sanremo della mia consacrazione, ospite fisso del DopoFestival di Savino e la Gialappa’s, le mie pagelle con milioni di lettori, io a fare il mattatore in tutti i programmi di RTL 102,5, L’Anticonformista Michele Monina sparato ogni quindici minuti negli spot, per tutti avrò finalmente una faccia, una voce, un look, i capelli raccolti sopra la testa come Busta Rhymes, la felpa del West Ham, la lingua tagliente, l’attitudine da outsider.

Una consacrazione, appunto.

Le Bikinirama nel mentre sono fuori per Universal. 

Le Bikinirama sono diventate due, Allegra e Scyana, Mariachiara se n’è andata.

Non sono una popband.

Non lo sono mai state.

Io sono le Bikinirama.

Il libro che ho scritto con Berarda è fuori.

Noi siamo le Bikinirama.

Soprattutto io sono io, Michele Monina, l’anticonformista.

Sono diventato un nome nella critica musicale.

Un nome mainstream, che si vede in televisione, che ha un programma col suo nome su RTL 102,5, Monina Against the Machine.

Decido di mollare il progetto. Molti haters mi attaccano per quel progetto, le ragazze non reggerebbero le pressioni, io non ho tempo e energie da dedicare al progetto. È un peccato, con Allegra, che non si chiama Allegra, ancora oggi ci chiediamo se non sia il caso di risvegliarlo dal sonno. Ma ne parliamo e basta.

Le Bikinirama scompaiono nel nulla, la rete non dimentica, dicono, ma non è vero.

Scompaiono e basta, giusto qualche haters che ogni tanto torna a citarle.

Bye bye Bikinirama.

Malcolm McLaren che soffoca i Sex Pistols nella culla.

Le Bikinirama sono state a loro modo un fallimento, ma erano una grande idea, un album pieno di idee, le trecentotrentacinque copie vendute, niente se paragonato ai grandi, abbastanza per essere paragonate al 99% delle uscite per le major, ancora oggi non me le spiego, visto che non abbiamo fatto promozione in nessun modo e che la band, appunto, manco c’era, il romanzo che ho scritto con Berarda, me lo dico da solo, a sua volta un gran romanzo musicale, credo raro caso di mockumentery letterario in Italia.

Berarda dovrebbe tornare a scrivere, le dico sempre, e a vestire i panni da pin-up.

Mentre sto scrivendo queste parole, appoggiato sul tavolo della sala, Chiara si mette a cantare My Way, così, apparentemente di punto in bianco. Come fosse una Sid Vicious, solo con la voce da bambina e più intonata. In realtà sta guardando sulla tv America’s Got Talent, dove una bambina sta appunto eseguendo quel brano, e lei le va dietro.

Vedi a volte il caso.

Lunga vita a Malcolm McLaren.

Lunga vita alla regina.

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