Milanabad, Rancore e il rancore per chi parla a ca*zo di Milano

Abbiamo visto tutti gli attacchi che Milano ha subito in queste settimane, è vero non mi è mai stata simpatica, ma dal momento che ci vivo, Milano è in qualche modo la mia Milano

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Serena Clessi

Vivo a Milano dal 19 settembre del 1997.

Il 19 settembre prossimo, quindi, a arrivarci, saranno ventitré anni.

Ci ero venuto per la prima volta un paio di mesi prima, quando Marina, che all’epoca era la mia fidanzata, solo un paio di anni dopo sarebbe diventata mia moglie, aveva trovato un lavoro in una azienda legata al fitness.

Era andata così, Marina si è laureata in Economia e Commercio, 110 e lode, nella nostra città. Ha fatto qualche lavoro, poi si è iscritta a un master a Rimini. Durante il master ha fatto uno stage, è stato proprio in quell’occasione che ho appreso che la parola stage, se riferita al periodo di apprendistato lavorativo, va pronunciato alla francese, mentre stage all’inglese è il palco, durante il master ha fatto uno stage a Bologna, presso una importante azienda del settore metallurgico. Io avevo da poco terminato il mio servizio civile, quello presso il dormitorio per senza fissa dimora di Falconara, la Tenda di Abramo, di cui vi ho già parlato e che è finito dentro la mia trilogia narrativa Avrei voluto tutto, al centro della terza parte di quella trilogia, Una notte lunga abbastanza. Stavo ancora facendo l’università a Bologna, Storia Moderna, anche di questo vi ho già parlato, pochissimi esami alla fine, probabilmente quando lei ha iniziato il master a Bologna ne erano rimasti un paio su ventidue complessivi. Il fatto che lei lavorasse lì, anche se per uno stage, e io lì frequentassi l’università, pur non avendo mai preso appartamento in città, quindi la frequentassi senza frequentarla, mi limitavo a andarci per dare gli esami o in segreteria, poi di corsa a casa, ci aveva erroneamente indotti a pensare che sarebbe stata Bologna la città nella quale saremmo venuti a vivere, certi che non saremmo rimasti in Ancona, città che ci stava un filo stretta.

Bologna fa questo effetto, del resto, specie se si è ragazzi, è affascinante, fatta su misura, ipnotica, giovanile. Avete presenti tutti, no?, i portici, le tende rosse, Piazza Maggiore, Santo Stefano, via Zamboni, le due torri, Piazza Verdi, la Montagnola a comprare gli anfibi, la pizza al taglio, la finestrella dalla quale vedere il Reno, via del Pratello, via Saragozza su su fino a San Luca.

Marina aveva questo appartamento in via Galleria, a poche decine di metri da quel Disco d’Oro che era una tappa fissa a ogni mia visita in città, insieme a Nannucci, più mainstream, e sempre a pochi passi anche dal centro sociale L’Isola nel Kantiere, centro sociale che era sorto nel cantiere dell’Arena del Sole, il teatro bolognese che sorge ancora oggi su via Indipendenza, e il cui resto dà appunto in via Galliera. Qui è ambientata parte dei racconti di Antò lu Purk, di Silvia Ballestra, qui per ben due volte sono stato confuso, all’epoca, con Kim Thayil dei Soundgarden, da qualche punkabbestia, stessi capelli e stessa pelle olivastra, io e Kim, qui è nata l’Isola Posse All Stars, quella Stop al Panico, il rap nato spontaneamente per stigmatizzare l’atteggiamento questurino dell’amministrazione locale, lì a puntare contro i ragazzi del centro sociale il dito indice per una questione serissima come gli omicidi dell’Uno Bianca, che poi si saprà essere stati commessi da dei poliziotti, con Dee Mo, Deda, Dj Gruff, Neffa, qui si sono mossi i Massimo Volume quando ancora c’era in lineup Umberto Palazzo, insomma, un centro nevralgico della controcultura locale. Nel palazzo di Marina, per altro, ci abitava Luca Carboni, già all’epoca uno dei miei idoli assoluti, Luca Carboni che è stato il primo artista che io e Marina siamo andati a vedere in concerto, dopo pochi giorni che ci eravamo messi insieme l’8 febbraio del 1988, e che in seguito avrei conosciuto vestendo i panni di critico musicale, in sala ho un suo bellissimo quadro che mi ha donato all’epoca del mio crowdfunding Monina Sì vs Monina No.

Eravamo convinti, io e Marina, che saremmo finiti a vivere lì, a Bologna, ma una volta finito lo stage, e poi finito il master, una volta che io ho dato il penultimo esame, incartandomi sull’ultimo, Inglese, lei ha avuto una proposta di lavoro a Milano, a giugno 1997, e di colpo Milano è diventata la nostra città, o almeno la sua.

Una proposta che presto si sarebbe rivelata un buco nell’acqua, perché l’azienda che gliela aveva fatta si è dimostrata assolutamente inaffidabile. Giusto il tempo di incassare la delusione che è arrivata la proposta della multinazionale per la quale lavora ancora oggi, a distanza di ventitré anni, di qui la scelta di trasferirsi in pianta stabile a Milano.

Io e Marina eravamo già fidanzati da nove anni, decidere di seguirla è stata la cosa più naturale del mondo, tanto quel che mi lasciavo alle spalle era una città che mi stava stretta e nessun lavoro concreto all’orizzonte.

Quando sono salito con Marina nei giorni in cui doveva iniziare il primo lavoro, quello poi non concretizzatosi, era la mia prima volta a Milano, però. Per me questa città era esattamente per come per anni ne avevo sentito parlare, un coacervo di fighetti tutti dediti alla bella vita e al lavoro, a correre e a inseguire miti fatui. Avete presente il Cumenda, no?, quello che oggi è rappresentato dal tizio che dice “figa” e “fatturare” nei video del Milanese Imbruttito? Quella roba lì, con la differenza che non c’era intento ironico, in quel che pensavo, e soprattutto che la Milano in questione non era quella del dopo rivoluzione arancione di Pisapia e di Beppe Sala, quella che si è fatta finalmente la porta d’Europa, come Lucio Dalla cantava circa quarant’anni fa, quella dell’Expo o delle tante Weeks che si alternano durante l’anno, ma quella di Marco Formentini che poi sarebbe diventata quella di Albertini, della tolleranza zero, di Formigoni il Celeste come governatore a vita e della Moratti con il figlio Batman. Non esattamente il posto nel quale avrei mai pensato di mettere su casa. Ma nonostante lo shock di mettere piede la prima volta in una città di cui avevo sempre sentito dire solo male, scoprendo di lì a breve che è proprio in quella città che mi sarei trasferito, almeno per un po’, pensavo, poi ho scoperto per sempre, sulle prime Milano non mi ha neanche fatto così cagare.

Io e Marina abbiamo sempre vissuto nello stesso spicchio di città, quello che ruota tra Lambrate e Buenos Aires, anche se una volta decisi a rimanere in città siamo andati a vedere qualche monolocale anche ben più distanti, e nelle mie prime settimane milanesi, quando cioè Milano era ancora solo la città nella quale Marina era venuta per provare un nuovo lavoro, nuovo lavoro che si era presto dimostrato una sòla, frequentavo un negozio di strumenti musicali dalle parti di Porta Venezia gestito da un mio amico, Attilio, Ganesh il nome del negozio. Ci andavo tutti i giorni, in via Felice Casati, vicino a quelli che di lì a breve sarebbero diventati miei punti di riferimento cittadini, dall’asilo di via Benedetto Marcello, quello che avrebbe in seguito frequentato Lucia, quando io e Marina ci saremmo trasferiti a vivere in un appartamento in via Tadino, la Casa del Fumetto di via Lecco, una sorta di paradiso in terra per chiunque amasse i fumetti, appunto, il Libraccio di via Vittorio Veneto.

Da quelle parti c’era allora anche Radio Italia, e ricordo di aver incontrato non so quante volte Franco Nisi mentre faceva le sue trasmissioni ambulanti parlando al telefono.

Per chi non fosse pratico di Milano, e soprattutto di quella Milano, parlo della seconda metà degli anni novanta, la zona che ruota intorno alle ultime traverse sulla destra di corso Buenos Aires, andando verso il centro, erano note come la Casbah, non perché frequentate da fan indomiti di Joe Strummer e soci, quanto piuttosto perché con un tasso piuttosto alti di africani, tra negozi, parrucchieri, ristoranti, condomini tutti immancabilmente africani, la Casbah, appunto. Qualcosa che, per uno che come me veniva dalla provincia, una provincia ancora completamente italiana, da noi al massimo c’erano i migranti della parte sud delle Marche, i pescatori che abitavano il quartiere degli Archi, trovare un quartiere interraziale era una boccata d’aria fresca, mi sembrava di colpo di essere a Londra, Londra nella quale eravamo andati con Marina proprio per festeggiare la sua laurea, un viaggio pazzesco di cui magari vi parlerò un altro giorno. Illusione, ovvio, perché nei fatti Milano non è Londra, non è un centro cosmopolita, o almeno non lo era allora.

A Milano conoscevamo anche alcuni scrittori, io all’epoca stavo per pubblicare la mia prima raccolta di racconti, “furibonde giornate senza atti d’amore” e avevo pubblicato qualche racconto per qualche rivista, Matteo B. Bianchi, Alberto Forni, Jacopo De Michelis, che poi sarebbe andato a lavorare per Marsilio, Andrea Rossetti, Leonardo Pelo, che dirigeva la rivista Addiction, Pier Sandro Pallavicini, che non abitava a Milano ma a Vigevano, non troppo lontano, poi avrei conosciuto anche Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, e poi anche Ferruccio Parazzoli, Giuseppe Genna, Silvia Ballestra, Gianni Biondillo e altri, ma i primi tempi soprattutto Matteo B. Bianchi e Alberto Forni.

Li frequentavamo, anche per crearci una nostra rete. Sempre pensando che sarebbe stato un momento di passaggio, prima di andare a vivere a Bologna. Perché che non saremmo mai più tornati a Ancona, in realtà, lo abbiamo sempre saputo, costretti a fuggire, in qualche modo, da una mentalità non esattamente illuminata, esuli, e in quanto tali costretti a stare in una terra che non è la nostra, lontano da una terra che evidentemente non è nostra alla medesima maniera. Poi, è storia, Marina è entrata nell’azienda di cui sopra, io ho detto in casa che sarei andato a vivere a Milano, e l’ho fatto un paio di giorni prima di caricare la mia Punto Blu, questa la macchina che avevo allora, e partire. Giusto un annetto fatto tornando un fine settimana sì e uno no, poi le catene con Ancona si sono iniziate a allentare, e poi si sono definitivamente sciolte. Abbiamo preso un monolocale, ve ne ho parlato, poi una casa più grande, in via Tadino, e infine, ma parliamo di quando dopo esserci sposati e aver avuto Lucia, rispettivamente nel 1999 e nel 2001, è arrivato anche Tommaso, abbiamo deciso di comprare casa, spostandoci giusto un po’ verso Città Studi, sempre nello stesso spicchio di città.

In quegli anni, non voglio tediarvi oltre, ho fatto un lavoro di quelli che fa figo raccontare per dire che si è fatta gavetta, facevo interviste al telefono per Eurisko, una società di sondaggi, poi ho subito cominciato a lavorare in Mondadori, ricoprendo diversi ruoli, dal traduttore al consulente, passando per l’addetto stampa dell’Amministratore Delegato.

Ho pubblicato i miei primi libri, ho iniziato a avere collaborazioni giornalistiche e per una decina d’anni ho vissuto semplicemente facendo lo scrittore, quello in effetti sono.

Ho pubblicato libri, quindi, parecchi libri, stando almeno ai canoni italiani, e in tutti, più o meno, ho ficcato Ancona. Se non proprio come ambientazione di tutta l’opera, come con il mio primo libro uscito per Mondadori, “aironfric”, storia di un trans obeso affetto da priapismo che diventa di titanio per una faccenda che non esiterei a definire irrealistica, come con la trilogia di cui sopra e buona parte dei miei racconti, con una citazione, un mio reiterare il fatto di essere nato lì, cresciuto lì, di sentirmi anconetano. Io, del resto, è sempre stata la parola più presente nei miei scritti, anche degli articoli, articoli dove spesso Ancona è finita, a forza, mai scritto nulla che non fosse narrato in prima persona.

Non ho parametri ai quali attenermi, né esempi virtuosi ai quali rifarmi, ma se capiti quasi casualmente in una città la cui iconografia ti ha sempre fatto cagare, ti ci trasferisci, pensando sia questione di settimane, mesi, magari anni, ma pochi, ti ci sposi, nel senso che mentre ci vivi ti sposi, perché tecnicamente il matrimonio lo celebri nella tua città, Ancona, ci fai nascere la tua prima figlia, come sopra, Lucia è nata in Ancona, ma solo perché era estate, ci fai nascere un secondo figlio, lo stesso, anche Tommaso è nato d’estate in Ancona, ci compri casa, a questo punto l’idea di tornare o di andare a vivere da qualche altra parte che non sia Milano, scompare, così, di colpo.

Rassegnazione?

Non la chiamerei così, perché la faccenda non implica quel malessere di sottofondo che la rassegnazione in genere porta con sé, ma qualcosa che comunque ci va molto vicino.

Sia come sia, a un certo punto, nel 2009, Milano è diventata un po’ più la mia città.

Avevo già comprato casa qui con Marina, nel 2005, decidendo di iscrivere nelle scuole qui Lucia, e comprare casa e far andare un figlio a scuola in una città, credo, siano due passi abbastanza importanti nei rapporti che si tengono con gli ambienti nei quali si vive, specie in Italia, ma nel mio caso Milano è diventata un po’ più la mia città perché, di colpo, ho scritto due libri che intorno a Milano ruotavano.

Di più, che a Milano erano dedicati in toto.

Uno già lo conoscete, quel Tangenziali scritto con Gianni Biondillo, viaggio psicogeografico fatto col mio amico e collega, più amico che collega, viaggio fatto nel giugno 2009 e uscito sotto forma di libro a febbraio 2010, l’altro è Milanabad, romanzo edito da Castelvecchi a settembre dello stesso anno, il 2010. Due libri usciti a distanza di pochi mesi, ma quelli erano anni in cui sono arrivato a pubblicare anche quattordici libri in un anno, non stupitevi.

Riguardo a Tangenziali ho già detto tanto, sicuramente tutto quel che dovevo dire in questo ambito, questo è il diario del contagio, giunto oggi alla ottantaduesima puntata, non la mia biografia, ma per poter leggere meglio questo mio discorso su Milano e su Milano città che è in qualche modo la mia città, oggi, voglio parlarvi di Milanabad.

Milanabad, il titolo è lì indicarlo, voleva raccontare Milano, e voleva raccontare anche la Milano multietnica che così tanto mi aveva affascinato una volta arrivato in città, al punto da aver scelto come mia base proprio la Casbah. Non era ovviamente tutto qui. Non poteva essere tutto qui. Perché quando è arrivato in libreria la narrativa era uscita quasi del tutto dalla mia produzione letteraria, lasciando spazio alla saggistica e alla varia, per dire, e perché scrivere un libro su Milano per uno che ci ha sempre tenuto parecchio a sottolineare come Milano non fosse la sua città, al punto da infilare Ancona, la sua città, in ogni occasione possibile, è ovviamente qualcosa di più di un libro su Milano, è una specie di dichiarazione d’intenti, di manifesto esistenziale, di presa di coscienza di un avvenuto cambiamento.

Milano era diventata la mia Milano, al punto da scriverci su un libro che avesse proprio Milano nel titolo, seppur islamizzato.

Non era neanche tutto qui, non fatemi star qui a spiegarvi come tenda a portare avanti più discorsi allo stesso momento, mi state leggendo, lo saprete già, cazzo.

Milanabad, il titolo ma anche l’idea di un libro che giocasse sulla multietnicità, nasceva dalla lettura di un libro che, in realtà, con Milanabad e la sua trama e l’idea di multietnicità c’entrerebbe pochino, ma che comunque mi ha in qualche modo indotto a scriverlo, parlo di Islampunk di Michael Muhammad Knight. Non conoscevo quell’autore, del quale avrei poi letto tutti i libri usciti in Italia, ma mi aveva attirato proprio il titolo di quella sua prima pubblicazione, andando così a scoprire il romanzo di formazione di un giovane punk che aveva da poco sposato l’Islam, Knight è un americano caucasico, Dio che orribile espressione, convertitosi da grande, e il suo romanzo è ambientato nella scena Taqwacore, la scena hardcore dei giovani mussulmani americani. Un romanzo ben scritto, e che mi ha fatto conoscere una scena che ovviamente ignoravo, scena che in Italia, immagino, non ha avuto alcuno sviluppo.

Così ho cominciato a pormi domande, questo dovrebbe fare un intellettuale, a pormi domande su che tipo di sviluppi avrebbe potuto avere da noi una situazione del genere, finendo così per ragionare anche più in generale sulla scena musicale dei cosiddetti migranti di seconda generazione.

Perché è vero, da noi iniziavano a vedersi alcuni artisti come Rancore, conosciuto solo da chi seguiva a fondo la scena rap o Malika Ayane, per altro proprio nello stesso anno in cui scrivevo Milanabad, il 2009, la avrei accompagnata dedicandole una rubrica per il Messaggero al Festival della Canzone Italiana di Sanremo, dove era in gara tra le Nuove Proposte con Come foglie, io che l’avevo conosciuta quando ancora cantava al Ragoo, prima di firmare con la Caselli, esperienza non esaltantissima che avrei raccontato nel libro “Cantami o diva, a Sanremo con Malika Ayane tra fiori e foglie”, ma la totale assenza di meticciato artistico, cioè quell’interscambio culturale reale che, invece, all’estero ha dato risultati ben visibili, vi ho parlato appunto di Nitin Sawhney, per dire, senza bisogno di fare altri nomi, che se no mi immalinconisco, era e ancora è qualcosa che attesta come la strada verso una globalizzazione sia da noi ancora lunga e tortuosa.

Così, consapevole che da noi una scena hardcore, parliamo di dieci anni fa, era già improbabile di suo, ho deciso di provare a immaginare qualcosa di analogo nel rap, partendo proprio da una figura come Rancore.

Ora, immagino e spero tutti conosciate Rancore, oggi.

Ha partecipato per due edizioni di seguito al Festival di Sanremo, si è in qualche modo affacciato nel mainstream, pur rimanendo decisamente radicale nel suo essere artista.

Io però vi sto raccontando qualcosa che è avvenuto undici anni fa, quando per altro Rancore aveva appena venti anni, aveva dato alle stampe il solo Segui me, strepitoso album d’esordio uscito quando di anni ne aveva solo sedici, e, in sostanza, ancora non lo conosceva nessuno.

Che io stia tentando, neanche troppo sommessamente, di vantarmi di averlo scoperto o quantomeno di essermene occupato tra i primi?

Esatto. Proprio così. È un dato di fatto.

Conosco Rancore, che nella vita si chiama Tarek Iurcich, proprio da quegli anni lì, e l’ho adorato sin dal primo momento in cui Piotta, il suo primo discografico, mi ha fatto sentire le sue canzoni. Credo, l’ho già scritto e non a caso il mio averne scritto è finito nelle note biografiche che accompagnano ogni sua uscita, sia il più grande rapper che abbiamo mai avuto in Italia, ne ho scritto a riguardo di S.U.N.S.H.I.N.E., ma la mia tesi è applicabile a qualsiasi sua canzone, sempre infarcita di piani di lettura differenti, veri e propri romanzi e trattati di linguistica, il saperlo un pochino più famoso di prima mi rende felice, perché ho sempre ritenuto che la bellezza vada condivisa, e la sua musica è bellezza.

Ora, senza cincischiare oltre, Milanabad è partita da Islampunk, ma è finita a parlare di Rancore. In mezzo, per onestà intellettuale, mentre cioè già stavo lavorando a tutto questo, è anche arrivato in Italia un libro che su temi limitrofi si muoveva, migranti di seconda o terza generazione, si svolge in Inghilterra, nazione che sul tema ha esperienza assai più antiche delle nostre, un libro che in realtà era uscito un paio di anni prima, ma che avevo incrociato con dovuto e colpevole ritardo, parlo di Londonstani di Gautam Malkani, autore inglese di origine indiane e che della comunità indiana a Londra parla. Milanabad è sicuramente più parente di Londonstani che di Islampunk, ma la sua genesi è questa, e volendo parlare di multietnicità, come dicevo, è finita a parlare di Rancore.

Ovviamente non ha fatto né l’uno né l’altro, è un romanzo raccontato in terza persona, prima e unica volta in cui ho usato la terza persona in vita mia, e è un romanzo che parla di Milano, prevalentemente della Milano nella quale ho scelto di vivere con Marina, quella nella quale ora crescono i miei figli, per dire, il kebabbaro davanti al quale si svolge una delle scene centrali del romanzo, non ve la sto a raccontare, è il kebabbaro presso il quale abbiamo comprato kebab per anni, finché l’avermi identificato come “quello che va in televisione”, la tv sempre sintonizzata su RTL 102,5, non ha reso il mio andare lì troppo imbarazzante.

Protagonisti due cugini, Marco e Tarik, toh, Tarik, guarda te, il rap, la periferia, i migranti di seconda generazione, Milano e ancora Milano. Tarik, che nel romanzo si chiama Rabbia, toh, Rabbia, è in realtà Tareke che si fa chiamare Rancore, anche se la sua storia non è quella di Tarek né di Rancore. Una scena del libro è tratta da una sua vicenda personale, vicenda che ha raccontato in diverse canzoni, a partire da Tufello, brano uscito all’epoca, mi ripeto, nel 2009 aveva pubblicato solo il suo primo album.

Buona parte della lingua usata per scrivere questo romanzo, scrivere in terza persona è stato per me uno sforzo titanico, fidatevi di chi ha già infilato oltre tremila parole in questo capitolo, è basata sui dialoghi, e su un linguaggio gergale che ovviamente non rispondeva a un vero linguaggio verbale, l’idea applicata da Hubert Selby Jr nel suo Ultima Fermata Brooklin citato pochi giorni fa a fare da bussola.

Siccome però all’epoca io non ero più il critico musicale che veniva dalla letteratura che ero stato per qualche anno prima e che sono tornato a essere, in maniera decisamente più scoppiettante poi, ma più che altro uno che scriveva parecchi libri, anche biografie di cantanti, e che però aveva momentaneamente spostato la propria attenzione dalla narrativa alla saggistica e alla varia, quindi che applicava la scrittura alla musica, ma da un’altra prospettiva, l’editore, Castelvecchi, di cui posso ovviamente dire ogni male, come tutti quelli che hanno avuto la sventura di pubblicare con loro, immagino, decise di presentare il libro con grande enfasi, infilando nella quarta di copertina alcune frasi, qot, in gergo, che avevano scritto su di me autori di un certo prestigio, da Valerio Evangelisti a Giuseppe Genna, passando per Federico Zampaglione dei Tiromancino, ponendo sempre in quarta di copertina un neanche troppo breve elenco di artisti che avevano collaborato all’opera, dal già citato Piotta a Amir, passando per Cristina Donà, i Velvet, L’Aura, Francesco Renga, Profeta Matto, all’epoca negli Inquilini, i 24 Grana, Caparezza e altri protagonisti della nuova scena musicale italiana. Una frase a effetto, “scritto con la collaborazione e le parole di” che diceva tutto e non diceva niente, ma che lasciava intendere come io fossi, e in effetti lo ero e lo sono, uno scrittore a stretto contatto con detta scena, e più in generale con i cantanti.

Il fatto era che in quel libro, che poi avrebbe ispirato il mio progetto Anatomia Femminile, avevo deciso che ogni capitolo, chiamato ovviamente Track, come le tracce dei dischi, sarebbe stato introdotto da versi inediti scritti da artisti che stimavo, non necessariamente artisti attinenti al romanzo, quindi della scena rap. L’elenco su indicato ben lo spiega. Un modo per fare una sorta di mixtape nel romanzo, credo senza precedenti in Italia e forse anche nel mondo. Anche qui c’è una spiegazione, sono geniale, lo so, ma sono anche un attento osservatore di quel che succede intorno a me.

Qualche anno prima di quando ho scritto Milanabad, a inizio millennio, è uscito in Italia quel capolavoro che risponde al titolo di L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers. Sono già andato parecchio lungo, non posso aprire qui un capitolo nel capitolo dedicato all’autore americano in questione. Tra le tante, tantissime cose interessanti messe in atto da Eggers, comunque, c’è senza ombra di dubbio la rivista McSweeney’s, rivista che non c’è più, ma che era e è in realtà una casa editrice e poi anche un’agenzia letteraria, un luogo in cui succedono cose, o Think Tank che dir si voglia, eccezionale.

Immagino, ma neanche dovendo sforzarmi troppo, che uno come il già citato Matteo B. Bianchi, mente fertilissima che, non fossimo in Italia, ora starebbe in una qualche Task Force con il compito di indicare possibili vie per salvare l’editoria, penso alla sua rivista Tina, ai suoi programmi radio e tv, ai suoi romanzi, ai testi delle canzoni scritte per altri, dai Ridillo a Mezzala Bitossi, alle sue opere teatrali, al suo recente podcast dedicato alla letteratura, Copertina, lo abbia amato e odiato al tempo stesso, perché le idee sono nell’aria, è vero, ma quelle di Eggers hanno sempre avuto un impatto decisamente potente anche sul mercato, fatto che non sempre è accaduto intorno a Matteo.

McSweeney’s, comunque, a un certo punto, credo fosse il 2001, tirò fuori un numero speciale, tutti i numeri di McSweeney’s sono stati speciali, ma quello lo era in modo specifico per me, speciale, dal titolo Timothy McSweeneys’ Very Intense Heated Pasionate Battle/Embrace with They Might Be Giants, con annesso un cd della summenzionata band per accompagnare la lettura della rivista.

Madonna, quando l’ho presa tra le mani, all’epoca lavoravo per Strade Blu, che Eggers avrebbe pubblicato, sono letteralmente caduto dalla sedia, un vero colpo di genio.

Ovvio che da quel momento fare qualcosa di simile sia stata mia ferma intenzione, faccenda che a ben vedere non mi è mai riuscita, seppur io ci sia andato vicino, penso al progetto Bikinirama, che forse è andato addirittura oltre quella idea lì, arrivando all’invenzione di sana pianta di una band, una band che ha pubblicato un album per una major e a cui è stato dedicato un libro, scritto da me con Berarda Del Vecchio, ma questa è altra storia.

Così ho pensato a un mixtape scritto, chiedendo versi inediti per Milanabad, coinvolgendo i nomi su citati e altri, questi: Maria Lapi, Roberta Carrieri, Eleonora Tosca, all’epoca negli Ariadineve, oggi Eleviole?, Emiliano Ra-B dei Lemmings, Kento, Turi, Romina Falconi, Othello, Debora Petrina, Evy Arnesano, Ilaria Pastore, Miss Simpatia, Kim Steiner, Ilenia Volpe, Angelica Lubian, Marian Trapassi, Jessica Lombardi, Ila degli Ila and the Happy Trees. Alla presentazione del libro, alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, Luca De Gennaro a introdurmi al pubblico, erano presenti quasi tutte le cantautrici che avevano collaborato con me al libro, fatto che mi ha fatto venire in mente come anche il cantautorato femminile fosse, a suo modo, una scena, come quella rap, di qui l’idea di Anatomia Femminile di cui credo di aver parlato anche troppo, in questa vita.

Nei fatti Milanabad è stato il mio romanzo su Milano.

Il primo.

Il solo.

È anche il solo romanzo, il solo libro che io abbia scritto in terza persona, qualcosa vorrà pur dire.

Il primo.

Il solo.

Milano è da settimane al centro dell’attenzione degli italiani. Molti accusano Milano di aver contagiato l’Italia, confondendo immagino Milano con la Lombardia. Molti accusano i milanesi di essere irresponsabili, tutti ai navigli a bere birra in compagnia. Molti vedono in quel “Milano deve tornare a la-vo-ra-re” e “non per vezzo” scandito da Beppe Sala parte delle cause del contagio e del conseguente lock down che tutta Italia ha dovuto sorbirsi, anche quelli che il Coronavirus non l’hanno visto da vicini, non fatemi tornare ancora una volta sull’hashtag #MilanoNonSiFerma. Abbiamo visto tutti gli attacchi che Milano ha subito in queste settimane, anche se le parole deliranti di Feltri sui meridionali hanno ovviamente fatto molto più effetto.

A me Milano non è mai stata simpatica. Ne ho scritto tardi, e prendendo tutte le distanze del caso, la terza persona. Ma Milano è in qualche modo la mia Milano, o per dirla come piace quassù, anche io sono Milano, dal momento che ci vivo, ci lavoro, che due palle quest’epica del lavoro, e ci pago le tasse.

Io e chi ci vive possiamo dire che ci sta sul cazzo, voi no, o siete esattamente uguale a Feltri, senza però averne lo stipendio.

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