Questi giorni di Coronavirus così controversi sono ben rappresentati da Useless dei Depeche Mode

Ed io mi sento proprio come l'assolo di Martin Gore, scattante, nervoso, distorto

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Frame by Useless video

Il giorno è arrivato.

Non è vero.

Non è arrivato un cazzo.

Siamo ancora qui, e siamo i tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri. Soprattutto i pessimisti, mi sentirei di azzardare, ma magari a ragione, pessimisti pragmatici, diciamo così.

Siamo ancora qui, dentro casa, a guardare il mondo dal balcone, oggi come ieri, e l’altro ieri, e via via, settantuno giorni qui e immagino ancora per un po’.

È vero, oggi finisce il lock down e inizia la tanto celebrata Fase 2, così ha arbitrariamente deciso il governo, governo che del resto arbitrariamente aveva deciso il lock down e la cosiddetta Fase 1 e che in questi settantuno giorni ha detto tutto e il suo contrario, spacciando per scientifiche decisioni che erano palesemente prese a cazzo di cane, muovendosi a spanne, un colpo di comunicazione, uno col pugno chiuso, avanti a testa bassa, ché tanto la gente a sentirsi dire che morirà finirà per crederci, come direbbe Zerocalcare, finirà per augurarsi di sentire che la conta dei morti è sempre alta per poter dire “hai visto che ho ragione io che sto chiuso in casa, che cazzo ti esci?”, parola più parola meno.

E siamo ancora qui perché, è vero, da oggi riprende lentamente l’attività industriale, riaprono alcune aziende, alcune fabbriche, alcune non hanno mai chiuso, molte hanno ripreso già, che dall’annuncio di questa data, il 4 maggio, hanno iniziato tutti a fare come cazzo volevano, gente in giro a caso, senza mascherina, gente in giro assieme, che si tratti di manifestare come di fare quello che facevano prima del Coronavirus, che io sia davvero diventato come lo psicotico descritto da Zerocalcare, l’ultimo giapponese sull’isola a cui nessuno ha detto che la guerra è finita venti anni fa?, macchine che hanno ripreso a fare le code al semaforo sotto il mio balcone, non succedeva da due mesi, la vita che riprende, esuberante, come la vita dovrebbe in effetti essere, ma forse miope, perché mica è chiaro che ne sarà di noi d’ora in poi, ché la vita riprende ma non per tutti, non per i più cauti, nnon per quelli che non devono tornare a uscire per lavoro, il solo motivo indicato come valido per tornare a farlo nelle modalità del pre-Coronavirus, tutto riapre ma non tutto riapre, la faccenda rimane affatto chiara.

O meglio una cosa è chiara, non tutti riprendono a uscire, non è previsto, c’è chi continua a lavorare da casa, perché alcune aziende hanno immagino saggiamente optato per lo smart working, vuoi per tutelare i propri dipendenti, vuoi per tutelare anche gli altri, se fossimo tornati tutti in strada, diciamocelo, non ne saremmo usciti davvero e usciti benissimo, vuoi perché, con le scuole chiuse chissà fino a quando se tutti gli adulti avessero ripreso la vita di prima ci sarebbe stato un enorme problema di gestione, i nonni, in teoria, fuorigioco per la loro salvaguardia, non è il caso di mia suocera, chiusa in casa come tutti noi da settantuno giorni, parlo in generale, le baby sitter, quelle che in teoria una minuta parte della nazione avrebbe potuto pagare col bonus baby sitter, a rappresentare in teoria una piccola minaccia, una estranea a attraversare la città, caricarsi di virus e entrarci in casa, per di più per stare proprio col sangue del nostro sangueche poi col bonus baby sitter, destinato a pochi, che cazzo ci vuoi pagare la baby sitter per mesi e mesi, ci sono quindi loro, i figli, bambini e ragazzi, anche loro in casa, con la possibilità di uscire, uno alla volta, accompagnati da noi genitori, ma senza poter giocare nei parchi, senza poter vedere i propri amici, senza poter, in sostanza, fare un cazzo, a quel punto meglio starsene sul balcone, di spazio ringraziando Dio ne hanno, aria per aria almeno non corrono il rischio che io o Marina gli stritoliamo la mano mentre, suppongo, provano a conquistare quella libertà che, diciamolo, per ora è solo fittizia.

Infine, va beh, ma questo è chiaro, ci sono io, qui abbracciato a me stesso, a torso nudo, una giacca nera con le maniche tirate su come fosse una camicia, come il Bono del video Night & Day, sornione e malinconico, io, quello che, quando il lock down finirà davvero, quando l’emergenza pandemica finirà davvero, quando, e se, tutto ciò diventerà un brutto ricordo difficile da smaltire e noi riprenderemo al nostra vita di prima, o inizieremo la nostra nuova vita, così, La nova vita, che la pandemia ci avrà regalato, i divisori di plexiglas, le mascherine e i guanti, le lunghe code e la temperatura da farsi misurare per accedere ovunque, i cerchi dentro i quali stare nei rari mezzi pubblici, i tracciamenti, ancora i droni e gli elicotteri sopra le nostre teste, lo stato di polizia o quel che sarà, quando comunque si tornerà a una qualche normalità, io sarò il solo a rimanere in casa, perché è in casa che ho deciso di lavorare, in casa che continuo a lavorare, e in casa che tornerò a continuare a lavorare, da solo, però, senza tutta la famiglia intorno, senza l’impossibilità di uscire quando cazzo mi pare, di andare a fare una passeggiata, di vedermi con un amico per un caffè, perché è vero, come Conard diceva alla moglie che se anche guardo fuori dalla finestra sto lavorando, ma io per lavorare ho bisogno di poter fare il cazzo che mi pare, non solo guardare dalla finestra, mi pagate per questo, e beh, se il nuovo quadro esistenziale prevederà barriere di plexiglas o roba del genere sarà un’abitudine che dovremo perdere, amen, di camminare a piedi per la città, tanto non ci saranno più né i mezzi pubblici, a numero chiuso, contingentati, né le auto, e se mai doveste vedermi in giro su un monopattino o una bicicletta, vi prego, sparatemi un colpo di fucile in faccia, alla Kurt Cobain, tanto se continua così ognuno di noi avrà almeno un fucile, voglio augurarmi, The Walking Dead ce l’ha ben insegnato, e quando andrete tutti in giro coi fucili, tra mesi e mesi, io sarò ancora chiuso qui, come ieri, come un anno fa.

Il giorno è arrivato, finisce il lock down, comincia la Fase 2, ma noi siamo ancora qui, come se alla nostra prima volta noi non fossimo presenti, per dire, come sbagliare giorno della propria festa a sorpresa.

Siamo ancora qui e non è esattamente certissimo quando il giorno arriverà davvero, la pazienza che si logora, si sfilaccia, come quando da bambini ci doveva cadere un dentino, che poi di notte nostra madre lo avrebbe messo dentro una scatolina, così il topino dei denti, per qualcuno la fatina dei denti, sarebbe arrivato a prenderselo e ci avrebbe fatto trovare una monetina, e ho detto vostra madre anche se in realtà il topino dei denti, da noi c’è il topino, non la fatina, quello che mette i due euro al posto del dentino dentro una scatolina, quello che poi conserva i dentini in un’altra scatolina, fatto che non so se sia sanissimo, roba un po’ da serial killer, ma fatto con amorevole cura, sono io, non Marina, e non sarei neanche così sicuro che in casa mia, intendo in quella in cui sono cresciuto, fosse mia madre, anzi, non sono neanche troppo sicuro che qualcuno abbia mai conservato i miei denti da qualche parte, in una scatolina, per farmici trovare al posto un soldino, che si trattasse di fatine o topini poca cambia, sono sicuro che mia madre, ottantatré anni a dicembre, domani me lo dirà, perché non si perde una puntata di questo diario, comunque come la pazienza si è logorata, sfilacciata, come quando da bambini ci doveva cadere un dentino, ma sembrava non volerne sapere, stava lì, attaccato a un piccolo pezzo di pelle, di gengiva, il sangue che ci tingeva la saliva, un dolore quasi piacevole a darci piccole scariche di endorfina, il sapore ferroso del sangue dentro la bocca, finché, poi, tac, il dentino cadeva e via, la faccenda del topino e della monetina, la lingua a ricoprire il perimetro lasciato vuoto, siamo ancora qui ma, diciamocelo, cominciamo davvero a non poterne più. Solo che l’inquietudine ha la meglio sull’impazienza, l’incertezza sull’euforia, la paura sulla smania, per cui, non avendo ragioni precise per uscire, non sapendo neanche con certezza se siamo tra quanti possono uscire, parlo di noi grandi, io e Marina, se non per i soliti motivi di andare a fare la spesa, io, una volta ogni otto giorni, ce ne stiamo rintanati in casa, dando la nostra silenziosa adesione al gruppo dei paranoici, quelli che hanno scelto di non far finta di niente, e che sarà mai, il peggio è passato.

Giapponesi tra le frasche, un elmetto mimetico calato in testa, segni di lucido sulle guance, si fotta chi pensa che la guerra è davvero finita.

Del resto il rischio, per citare uno dei momenti oggettivamente più basso della città nella quale ho versato le tasse negli ultimi ventitré anni, di passare sotto Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, magari con ancora lì affacciati al balcone Beppe Sala e Saturnino che cantano, dovrei dire devastano, Bella Ciao, come è successo il 25 Aprile, mentre Mattarella provava a farsi a sua volta immortalare con una foto degna di entrare nei libri di scuola, al pari di quella del Papa durante la benedizione urbi et orbi, solo a Piazza San Pietro, lui, Mattarella da solo con mascherina davanti all’Altare della Patria, non sia mai che ci finisce per qualcosa di degno che abbia detto o fatto, l’uomo che ha fatto del non essere presente e del tacere la propria cifra, roba che neanche Salinger, il rischio di incroaciare Beppe Sala e Saturnino che cantano, dovrei dire devastano, Bella Ciao, potrebbe riuscire laddove non è riuscito il Coronavirus, una polmonite tosta presa dodici anni fa, un frontale fatto con la macchina, un paio d’anni vissuti molto rock’n’roll, qualche decina di risse con gente con oltre venti anni di galera alle spalle e davvero nulla da perdere e l’odio indirizzatomi contro dai fan di tutti gli artisti di cui ho scritto stroncature violente, uccidermi sul colpo, meglio quindi non correre rischi supplementari e starsene ancora in quarantena.

Quindi siamo ancora qui, a guardare il mondo dal balcone, dai balconi dovrei dire, e attraverso i social, curioso di capire cosa questa che ai miei occhi sembra come un’apertura piuttosto avventata, parlo di Milano e della Lombardia, non certo di quei posti in cui il Coronavirus è qualcosa sentito al telegiornale, influirà sul futuro prossimo.

Non che mi auguri, sia chiaro, che qualcosa vada storto, sarei una immane testa di cazzo solo a pensarlo, infatti non lo penso, non la sono, ma quel minimo di paranoia che aver letto centinaia e centinaia di articoli, seguito non so quanti telegiornali e visto speciali e specialisti mi deve aver inoculato sottopelle, io che al momento mi sento un po’ come il David Bowie del video I’M Afraid of Americans, pedinato da Trent Reznor, uno che, Trent Reznor è stato il primo artista che ho intervistato in vita mia, ve l’ho già raccontato, e credo di essermi anche legittimamente vantato di averlo messo in contatto con quell’altro pazzo furioso di Chuck Palahniuk, al momento mi sento un po’ come il David Bowie del video I’M Afraid of Americans, pedinato da Trent Reznor, uno che mette davvero paura, non solo a sentirlo cantare, lì sul palco, ma anche solo a guardarlo negli occhi, o magari, chissà, quel minimo di lungimiranza acquisita negli anni, quel sesto senso da padre di quattro figli, uno che se non sta perennemente con le antenne alte rischia di dover poi passare le giornate al Pronto Soccorso, o forse, resto il ghepardo di una volta, lo sapete, quel mio essere da sempre avvezzo a muovermi in territori apocalittici, io che parlavo di morte e distruzione in tempi nei quali a parlare di pandemia si finiva tra gli appassionati di fantascienza, anche se parlavo di apocalissi discografiche, mica reali, questo mio essere poco fiducioso in chi ci guida, mettiamola così, oltre che in quella leggenda metropolitana chiamato senso civico collettivo, tutto questo mi spinge a immaginare che, prima o poi, mi affaccerò dal balcone, perché è vero che ho più balconi, ma uno di questi è quello che affaccia su una piazza che si trova proprio a fianco di una delle vie solitamente più trafficate di Milano, sia da auto che da persone a piedi, sono giorni che pian piano li sto ricominciando a rivedere, dopo che per settimane non c’era anima viva, tutte quelle foto scattate nottetempo alla strada deserta son lì a riprova di ciò, quindi quello è il balcone di cui parlo, ecco, tutto questo mi spinge a immaginare che, prima o poi, mi affaccerò dal balcone e vedrò sotto di me una scena come quella del video Just dei Radiohead, spero che lo abbiate presente, altrimenti, vi imploro, lasciate momentaneamente di leggermi e andate a vedervelo, merita, poi, però, tornate da me, qui, da me che starò lì, dal balcone, a vedere la gente stesa in terra, immobile, senza neanche capire esattamente perché, loro e io che li guardo, questa al momento mi sembra la perfetta metafora di tutto quel che abbiamo vissuto e, in tanti milioni, stiamo continuando a vivere, immobili, a terra, senza poter fare domande, senza comunque ricevere risposte.

Ma siccome, in teoria, questo ci stanno dicendo, la situazione è cambiata, oggi lo stare in casa diventa quasi una scelta, al limite dell’autolesionismo, seppur scelta imposta, “ci viene concesso”, hanno ribadiato, ma “se risale il picco si torna come prima”, quindi concesso un cazzo.

Non credo ci sia più permesso lamentarcene, però. per dire, nonostante le scuole chiuse, le autocertificazioni, i bollettini dei morti, le mascherine e quei cazzi lì, non ci si può più lamentare, perché volendo si potrebbe azzardare una uscita, una corsetta da runner, una passeggiatina nel quartiere, qualcosa di più di una semplice spesa e poi di corsa a casa, ovviamente “niente party”, sia chiaro, niente assembramenti, niente visite ai non congiunti, in barba agli amori e alle coppie di fatto, anche se ditemi voi che cazzo di voglia dovrei avere di uscire con la mascherina e i guanti senza poter, per dire, incontrare chi cazzo vorrei incontrare o anche solo fare il cazzo che mi pare.

Stare a casa, anche se non ci sono necessità per uscire, e si può uscire solo se c’è necessità, siccome siamo in Fase 2, diventa una scelta, questo vogliono darci a intendere, questo ci è stato concesso, un po’ come era per la faccenda della App Immuni, su base volontaria ma senza la quale, dicevano all’inizio, non si sarebbe potuti uscire, Immuni di cui, va detto, si parla giustamente molto meno, capita la stronzata di paragonare i dati che si scambiano con il nostro stare sui social o il nostro usare Google al cedere i nostri dati sensibili a una società privata che in cambio non ci dà niente, da una parte, capito soprattutto che una App del genere, in assenza di tamponi e screening sierologici a tappeto vale quanto uno che ti passa a fianco e ti dice “Ce l’hai”, solo che non è un gioco da bambini ma qualcosa che potrebbe ucciderci, quindi ti arriva il “Ce l’hai” e tu ti dovresti mettere da solo in quarantena e con te tutti quelli che hai incontrato, così, random, qualcosa che, comunque, siamo nella Fase 2, in teoria fa parte del passato, non più del presente, se si rimane in casa, quindi, questa la vulgata che vogliono imporci come realtà di fatto, è una scelta nostra, magari un atto di prudenza, non necessariamente di paranoia, ma nessuno ce lo impone.

Di colpo, quindi, da cittadini ligi, quelli che rispettano le leggi, che non mettono a repentaglio la propria vita né quella dei propri cari, e che di conseguenza col loro modo ligio di stare alle regole non vanno a gravare sulla sanità già così provata, non intasando i Pronto Soccorso, non andando a rubare posti nelle terapie intensive, gente perbene, di quelle che hanno cantato dai balconi l’inno nazionale, che hanno applaudito a medici e infermieri, che hanno mantenuto la calma nonostante mancasse chiarezza e aiuti, di colpo, quindi, da cittadini dotati di senso civico si diventa, questo par di capire, anche dai commenti dei tanti che sui social inneggiano a un ritorno alla gioia e alla vita, manco fossero tanti piccoli Beethoven, daje che si esce, daje che quest’estate si va al mare, daje che a settembre andiamo ai concerti, di colpo, quindi, da cittadini degni di stima si diventa degli sfigati, dei pessimisti, gente che vede nero e che quindi rema contro il Rinascimento cui stiamo andando incontro a larghe falcate, gente che a stare dentro casa ci gode perché, in fondo, è mediocre e solo i mediocri non sono in grado di rialzarsi, anzi, i mediocri non sono in grado di rialzarsi e per questo vorrebbero che non si rialzasse nessuno. Evviva, si torna al lavoro!

Come dire, fino a ieri eravamo i protagonisti di Heroes di David Bowie, oggi di colpo siamo i protagonisti di un romanzo anni Novanta di Banana Yoshimoto o di Haruki Murakami, non esattamente il massimo in fatto di coolness o glamour, gente buona giusto per farci su un qualche allarmistico articolo su Repubblica, degli Hikikomori.

Avete presente di che si tratta, no? Avete letto anche voi quegli articoli del cazzo, confessate.

Si tratta di quella moda, già solo il fatto che un giornale ne parli in questi termini dovrebbe indurre chiunque a iniziare a considerare certi media come la parte realmente malata di questo nostro pianeta in agonia, e a proposito del paese in agonia, vogliamo dire due parole, ma giusto due, sul fatto che siamo passati, oggi è il giorno del cambio di marcia, no?, dall’essere quelli che avevano preso coscienza, prima degli altri, è ovvio, di come il Coronavirus, ma probabilmente chi ne ha preso coscienza lo chiamava Covid19, di come il Coronavirus sia un chiaro segnale che il pianeta Terra ci sta dando, che la Natura ci sta dando, che Gea ci sta dando, che Gaia ci sta dando, che Stocazzo ci sta dando di come noi umani abbiamo esagerato, abbiamo troppo a lungo abusato della Terra, della Natura, etc etc, e ora ci è arrivato il conto salato, nonché la riprova, tutti abbiamo visto e condiviso le foto dei delfini al porto di Cagliari, dei cigni nei parchi di Milano, delle meduse che fluttuano nell’acqua pulitissima della laguna di Venezia, tutti abbiamo respirato l’aria finalmente pura nelle nostre città, perché quando ci ripetevamo che lo smog dipendeva in realtà dai riscaldamenti delle case mentivamo, tutti abbiamo sentito distintamente il cinguettare degli uccellini al posto del rombo dei motori, maledetto essere umano che uccidi la natura, come se gli uomini non facessero parte della Natura e della Terra, e dopo aver preso finalmente coscienza di quanto di sbagliato abbiamo fatto, cazzo, Greta e i suoi Venerdì ce lo stavano dicendo, la Giornata Internazionale della Terra è passata da una settimana, w la Terra, tutti a ripetere, quale soluzione troviamo per rimettere tutto in equilibrio prima che sia troppo tardi?, guardare al Plexiglas come all’unica salvezza, al pari di disinfettanti chimici usati a pioggia, di mascherine guanti monouso difficili da smaltire e via discorrendo, abbiamo capito il messaggio della Natura, certo, ma era sbagliato, per dirla con Quelo, ma tornando all’Hikikomori, si tratta di quella moda partita dai giovani giapponesi, il romanzo H/H della Yoshimoto o Norwegian Wood (uscito inizialmente come Tokyo Blues) di Haruki Murakami ne parlavano già oltre venti anni fa, pensa te che moda del momento, proprio dell’ultimo momento, di starsene rintanati in casa, isolati dalla propria famiglia, dagli amici, dal mondo della scuola, prima, e del lavoro, poi, dal mondo in generale, gente che preferisce seppellirsi viva, in sostanza, piuttosto che vivere in una società nella quale, evidentemente, non si riconosce o, peggio, che crede non riesca a riconoscere loro. Chiamateli depressi, sociopatici, sfigati, adolescenti o adolescenti che non sono cresciuti, i giornali negli ultimi mesi, cioè prima di iniziare a sparare puttanate sul Coronavirus, spesso dando voce a scienziati pret-a-porter, magari col solo scopo di confutarne le tesi il giorno dopo, si legga i recenti casi di Montagnier, premio Nobel vagamente rincoglionito, o di Tarro, i giornali nei mesi pre-Coronavirus, diciamo così, hanno parlato a gran voce di Hikikomori, e di rischio Hikikomori anche da noi, in Europa, in Italia, che è un po’ come la faccenda della Blue Whale, immagino, finché non se ne parlava nessuno se l’era inculata e poi, magari, a qualcuno è venuta la curiosità di andare a vedere di che si trattasse, magari finendoci davvero dentro.

Ecco, sì, alla soglia dei cinquantuno anni, li farò il 2 giugno, giorno che, se nulla sarà davvero cambiato, sarebbe il mio centesimo giorno di clausura, cioè quello in cui, vada come vada, vi saluterò da queste pagine, perché non ho nessuna intenzione di superare le cento novelle di Boccaccio col mio scrivere novelle o pagine di diario, vada come vada cento ci si saluta qui, e buona vita a tutti, ecco, sì, quindi, alla soglia dei cinquantuno anni mi ritrovo a essere equiparato o all’ultimo giapponese sull’isola deserta, quello a cui nessuno ha comunicato che la guerra è finita, nonostante ormai siano passati anni, o a un adolescente o post adolescente giapponese che se ne sta tappato in casa, isolato dal mondo, per sua stessa scelta, in tutti i casi a un giapponese, e i giapponesi, si sa, hanno il cazzo piccolo (o magari quelli erano i cinesi, vattelo a ricordare che di cinesi in giro non ce ne sono più da mesi e comunque anche quando c’erano non è che andassero in giro col cazzo all’aria, figurati, avevano già tutti le mascherine da anni).

Nei fatti, siccome ho ancora una certa autostima, nonostante la clausura e tutto il resto, anzi, ho l’autostima che, proprio per come ho superato la clausura, in compagnia della mia famiglia, cazzo, i miei figli si sono dimostrati d’acciaio, hanno retto alla grande una situazione decisamente più grande di loro, Lucia a fare le sue cene romantiche in camera, il sabato sera, a fare i suoi servizi fotografici, lei è geniale in quello come nei suoi video, facendo veri e propri servizi via Facetime, a alzare sensibilmente la sua media scolastica, perché evidentemente per le la Didattica a Distanza è stata stimolante, Tommaso a conoscere anche nuovi amici, in remoto, lì a giocare coi suoi videogiochi scaricati sull’iPad, piccoli nerd crescono, sempre che anche quelli si chiamino videogiochi,  a fare esercizio fisico con uno strambo elastico comprato anni fa da Dechatlon, a studiare come e più di quando andava a scuola, comunque a portare avanti le reciproche adolescenze senza andare fuori di testa nonostante lo stare sempre in casa, da due mesi, senza aver modo di andare altrove che in balcone, i gemelli, a casa addirittura da una settimana prima degli altri, a fare le loro videolezioni, a ingegnarsi in lavoretti, a chiamare gli amici in videochiamate attraverso Whatsapp, sempre allegri, cosa affatto scontata, senza mai sbroccare, non di più di quanto non facciano in genere, io e Marina a portare avanti la carretta, tra lavoro e scuola, con orari al limite del disumano, dieci, dodici ore al giorno di lavoro, cinque o sei di scuola, impeccabili, me lo dico da solo, tra gestione della famiglia e contenimento del panico, mia suocera a dare una mano nonostante la chiara insofferenza per essere rimasta bloccata qui, seppur nella consapevolezza che fosse rimasta bloccata a Ancona avrebbe passato le giornate da sola, senza poter parlare con nessuno se non al telefono, correndo anche rischi per andare a fare la spesa e per qualsiasi cosa, quindi in realtà fortunata nella sfortuna, a fare il pane, la pasta fatta in casa, insomma, a provare a tenere alto il morale, sì, la mia autostima esce da questa clausura rafforzata, la stima nei confronti dei miei familiari fortificata, quindi, siccome ho una certa autostima, se proprio dovessi guardare a questa nostra casa come a un rifugio, più che tirare in ballo lo sfigatissimo Hikikomori, giapponesi di merda, tenderei a guardare alla Fortezza della Solitudine, la base nascosta tra i ghiacci di Superman, quella dove colui che, per dirla con il Bill di Kill Bill, si nascondeva dietro la maschera di un vile sfigato, Clark Kent, sua proiezione di come siamo noi umani, la Fortezza della Solitudine, dove Superman andava a nascondersi nei suoi momenti di spaesamento.

Ora, a me Superman ha sempre fatto cagarissimo, ben prima di aver visto Kill Bill, senza un minimo di cedimento nel giudizio.

Mi ha sempre fatto cagare perché l’idea di un supereroe perfetto, senza macchia, invincibile la trovo di suo noiosissima, e perché, poi, il personaggio è quanto di più fascista i fumetti abbiano prodotto, e il mondo dei supereroi è pieno di personaggi fascistoidi, almeno a livello mainstream.

Molto meglio i supereroi oscuri, come Batman, o quelli tossici, come l’Ironman di Robert Downey Jr, per dire, gente dalla quale guardarsi con una certa cautela, non fosse altro perché hanno nell’essere ricchi i loro superpoteri, ma che comunque hanno talmente lati oscuri da apparire profondi, empaticamente approcciabili.

Superman mi ha sempre fatto cagarissimo ma ho molto amato un romanzo che porta per titolo proprio La Fortezza della Solitudine, in pratica casa sua, un romanzo dell’autore americano Jonathan Lethem, a sua volta autore che ho seguito con una certa discontinuità, non perché non lo abbia letto assiduamente, intendiamoci, ma perché ho molto amato alcuni suoi libri, oltre a quello anche Motherless Brooklyn, inizialmente uscito con l’assurdo titolo Testadipazzo, giustificato, diceva la traduttrice Laura Grimaldi, dal fatto che il protagonista avesse la sindrome di Tourette, o Chronic City, oltre che alcuni suoi saggi, ma mi ha fatto abbastanza cagare l’altra parte della sua produzione, oltre a quella faccenda di essere stato il marito di Shelley Jackson, autrice della Patchwork Girl e della Melancolia del corpo di cui vi ho parlato qualche giorno fa, una delle intellettuali contemporanee che più stimo, quasi al limite del feticismo, e mi chiedo come possa qualcuno che l’abbia sposata non essere ancora sposato con lei (lo so, è una cazzata, ma mi andava di sottolineare ancora una volta la mia stima per lei, abbiate pietà di me).

Superman mi ha sempre fatto cagarissimo, ma meglio la Fortezza della Solitudine che un Hikikomori, non ho dubbi.

Infatti, se volessi chiosare queste pagine di diario con una citazione musicale, lo so, ho da tempo abbandonato la forzatura di infilare a forza un po’ di musica in queste pagine, manco fosse un dovere morale, ma parlare di musica mi aiuta a rilassarmi e in tutti i casi scrivere anche per poche righe di musica mi spinge a andare a riascoltare musica che mi aiuta a rilassarmi, siamo in un loop, mi guarderei bene dal citare il blues, impropriamente tirato in ballo nel titolo della prima edizione di Norwegian Blues, o dal tirare in ballo la medesima Norwegian Wood dei Beatles, titolo giustamente ripristinato dalla seconda edizione in poi del romanzo di Haruki Murakami, il primo, insieme a H/H di Banana Yoshimoto a averci parlato di Hikikomori, no, questi giorni così controversi li vedo ben rappresentati da pochi secondi di una canzone, una singola canzone, che mi sembra la perfetta incarnazione dello zietgeist, Useless dei Depeche Mode e nello specifico l’assolo di chitarra quasi mononota di Martin Gore, giusto quattro note in tutto, Martin Gore nel video incautamente senza sopracciglia e coi capelli rasati, siamo all’epoca di Ultra, album mastodontico.

Io mi sento esattamente così, scattante, nervoso, distorto, decisamente rock, con la sfrontatezza che Martin usa nel guardare in camera, del resto se suoni nella band di Dave Gahan non puoi che mostrarti sfrontato e arrogante, come ogni sopravvissuto dovrebbe fare. E a proposito di sopravvissuti, mi sono spesso chiesto se l’abuso di droghe sia, nei fatti, uno dei motivi per cui gente come Gahan o Keith Richards sono ancora lì, in piedi, un po’ come succedeva ai protagonisti del film di Robert Rodriguez The Faculty, dove un gruppo di studenti di un college invaso da alieni cattivissimi riesce a salvarsi proprio perché le droghe che assumono li rendono immuni dal diventare loro schiavi, semplifico la trama, ma me lo chiedevo anche prima del Coronavirus, sia detto per inciso, io che di droghe, come dicevo, non ne ho mai fatto uso, nei fatti credo che in epoca di estreme incertezze un po’ di sfrontatezza sia assolutamente necessaria, come un po’ di sventatezza da rocker e anche una certa capacità di canalizzare in qualcosa di buono tutto il nervosismo che stiamo covando in corpo.

Per questo sono circa due ore che ascolto il loop Useless dei Depeche Mode, il mio cuore che pulsa al ritmo del basso di Andrew Fletcher, i toni bassi della voce di Gahan a farmi vibrare il diaframma, per questo ogni volta che arriva il momento dell’assolo imito Martin Gore facendo air guitar.

Ognuno ha la propria soluzione per andare avanti, la mia è questa, Fase 2 nun te temo.

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