Jello, Amanda, gli Alice Donut e quella volta che abbiamo cercato la nostra lingua

Vi condivido tutto quello che mi sta passando per la testa in questo nostro sessantesimo giorno di clausura, quarantena o autoisolamento che dir si voglia

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Da qualche parte, immagino a Milano, ci deve essere una copia del mio romanzo Anime @ losanghe con dedica e autografo di Jello Biafra. Me lo ha fatto ormai una vita fa, credo il libro fosse appena uscito, nel 2001, grazie a Marina Petrillo, cara amica della mia cara amica Cristina Donà, Cristina Donà che per altro ha fatto il quadro che poi è finita in copertina di quel libro, Anime @ losanghe. Era andata così, Jello Biafra, da tempo fuori dai suoi Dead Kennedys, era arrivato a Milano per promuovere non so che lavoro solista, magari uno dei suoi dischi di spoken words, e a breve vi parlerò dei dischi di spoken words, e era andato in promozione a Radio Popolare, Marina, che avevo conosciuto quando io e Cristina avevamo preparato il viaggio che poi sarebbe finito dentro il libro God Less America, il coast to coast sulle orme di Bruce Springsteeen di cui vi ho già parlato in questo diario, lo doveva intervistare e sapendo della mia immane passione per i Dead Kennedys e più nello specifico per la figura di Jello Biafra mi aveva avvisato. Aggiungendo, però, che non sarei potuto andare lì a incontrarlo, perché aveva poco tempo e era piuttosto incasinato. A quel punto le avevo dato due copie del libro, dentro il quale si parlava dei Dead Kennedys, in quanto ispirazione dei Dead Kossigas, il nome che inizialmente avevo dato agli Epicentro, band che era al centro della trama di quel romanzo e che, in effetti, era anche il motivo per il quale avevo iniziato a scrivere di musica, Luca Valtorta di Tutto Musica era rimasto molto colpito dal mio essere il chitarrista proprio dei Dead Kossigas, anche se quella band, gli Epicentro, con quel nome non ci si era mai esibita e in tutti i casi non è che fosse esattamente una band notissima fuori dalle Marche, e mi aveva coinvolto non più solo come narratore ma come critico musicale, vi ho raccontato anche di come ero stato assoldato da Valtorta come scrittore di racconti per Tutto Musica, anche se l’ho fatto fuori dalle pagine di questo diario, io che avevo scritto un raccontino per il mini magazine che regalavano al Tunnel, il locale di Milano sempre pieno di fumo dove si tenevano concerti nel finire degli anni Novanta, mini magazine per il quale lavorava il mio amico Matteo B. Bianchi, che mi aveva chiesto di scrivere qualcosa per loro, era il periodo delle riviste letterarie, pubblicare sempre e ovunque era il nostro modo per esserci, per essere visibili, per farsi conoscere dai lettori, certo, ma anche dagli editori e da chi muoveva le fila, e in effetti Luca Valtorta, che stava diventando il caporedattore di Tutto Musica, rivista mensile della Mondadori, andando a prendere il ruolo che era stato non ricordo bene se di Beppo Del Conte o di Fausto Pirito, due vecchie firme di quella rivista, Fausto Pirito che proprio in questi giorni mi ha attaccato scompostamente sui social, dicendo che sono un influencer sopravvalutato, pensa te a volte come si può invecchiare male, era già vecchio e superato venti e passa anni fa, a farsi le canne non si muore ma alla lunga si perde lucidità, evidentemente, quando appunto col racconto pubblicato sul mini magazine del locale Tunnel avevo esordito su Tutto Musica, il racconto si chiamava Il Tiracapezzoli e parlava di un tipo che per campare preparava, appunto, i capezzoli delle starlette televisive che poi avrebbero posato per i calendari di Max o di GQ, era l’epoca dei calendari delle varie Paola Barale o Alessia Marcuzzi nude sui calendari, foto artistiche, ovviamente, in genere a pecora o con le tette abbondanti strette tra le braccia chiuse, e io Alessia Marcuzzi l’avevo pure conosciuta alla festa di compleanno di Matteo B. Bianchi, tra l’altro, che lavorava con la Littizzetto e che la Littizzetto si era portata alla festa, come l’amica cessa che si porta l’amica figa a una festa, Matteo B. Bianchi è sempre stato molto glamour, va detto, lui più popstar, io più rockstar, va detto anche questo, e nel racconto, Il Tirapezzoli, appunto, il protagonista stava li a appuntire i capezzoli delle varie Barale e Marcuzzi, e la Barale era anche la protagonista del racconto Un posto meno spaventoso, il racconto che avevo letto a Ricercare, il laboratorio di scritture che si teneva a Reggio Emilia diretto da Nanni Balestrini, questo sì che ve l’ho raccontato, ma questa è una nota a margine, ho iniziato a fare il critico musicale parlando di tette, io che nell’eterna sfida tette o culo ho sempre votato culo, destino bizzarro, e quindi Jello Biafra arriva a Milano, passa da Radio Popolare, Marina Petrillo gli regala una copia del mio Anime @ Losanghe e lui mi fa una dedica in un’altra copia, che poi Marina mi rende, una dedica e un autografo, per la precisione, e nella dedica, non me la ricordo a memoria, Jello prendeva ovviamente per il culo Berlusconi, come del resto facevo io dentro il libro, il romanzo, come gli altri della trilogia Avrei voluto tutto, già ve l’ho citata alla noia, si svolge proprio in quel 1994 in cui Berlusconi ha vinto le sue prime elezioni, e io conservo per un po’ questo libro come una reliquia, come, per dire, conservo tutt’ora gelosamente una copia del libro Ultimo desiderio, libro a più voci che contiene una prima versione del mio racconto I piedi nudi di Amanda Palmer, i capelli rossi di Elizabeth Siddal, uscito in vista dell’ipotetica fine del mondo profetizzata per il 12 dicembre 2012, libro che mi è poi stato autografato di suo pugno di qui il mio conservarlo gelosamente proprio da Amanda Palmer, il giorno che ha tenuto un concerto strepitoso a Milano, in un locale che è esistito solo in quei giorni, temporary arena, su via Corelli, sotto il ponte della Tangenziale, concerto al quale sono andato con Marina e con Andrea Mirò, che per un po’ di tempo è stata in ballo con me per portare il testo di quel racconto a teatro, come monologo, io e Andrea Mirò da Amanda Palmer nel pomeriggio a raccontarle del nostro progetto, a farle vedere il libro, a farci selfie e farci fare autografi, la sera lì a goderci una performance strepitosa, una delle migliori della mia vita, era il tour europeo dell’album Theatre is Evil, quello fatto dopo aver raccolto il milione e duecentomila dollari con la raccolta di crowdfunding su Kickstar, esperienza poi raccontata nel TedX intitolato The Art of Asking, dal quale ha poi tratto l’idea per l’omonimo libro, divenuto best seller in America, TedX che ho visto, una sera di luglio di qualche anno fa a Stoccolma, e che mi ha introdotto al mondo del TedX, al punto che poi, un paio di anni fa, anche io ne ho tenuto uno, a Matera, intitolato Venere senza pelliccia, e nel quale ho parlato anche di Amanda Palmer, nello specifico del suo album There Will Be No Intermission e del suo singolo Map of Tasmania, parlavo di musica e sessualizzazione, e in quel disco, Theatre is Evil, c’era anche Do It With a Rockstar e Want it Back, canzoni rispettivamente presentate con un video in cui la nostra amoreggiava con la pornostar Stoya e con un video in cui la nostra appare completamente nuda e coperta di scritte, a proposito di musica e sessualizzazione, un grande album, quello, un grandissimo concerto, quello, anche se a differenza che in altri luoghi non ha suonato mostrando le tette o spogliandosi del tutto, come ha fatto per dire di lì a poco a Londra, forse perché pur essendo di Boston sa bene come siamo fatti noi italiani, e comunque un concerto strepitoso, con davanti a noi, giuro, Andrea Mirò può testimoniare, una ragazza con indosso un cappotto con su impressa l’Ophelia di Millais, al centro della seconda parte di quel racconto e quindi di quel monologo, l’Ophelia interpretata da Elizabeth Siddal, musa dei preraffaelliti citata nel titolo, e quando io e Andrea, che in realtà si chiama Roberta, l’abbiamo vista, quella ragazza con quel cappotto con su impressa l’Ophelia di Millais, lo giuro, siamo rimasti senza fiato, è stata una cosa incredibile, una vera epifania, e nell’autografo che Amanda Palmer mi ha fatto, quel libro è ancora lì nella mia libreria a differenza di quello con la firma e la dedica di Jello Biafra, adesso ci arrivo, c’è scritto solo Merci, Grazie, Danke, Amanda, con tanto di cuore, mentre la dedica di Jello non me la ricordo più, sono passati troppi anni, e soprattutto quel libro non sta nella mia libreria, dove forse sarebbe dovuto ancora stare, ma è da qualche altra parte, penso ancora a Milano, perché un giorno Alan D. Altieri, grande scrittore e uomo di una simpatia deboradente, Alan D. Altieri che conoscevo perché come me lavorava per la Mondadori, parlo di quel periodo lì, e come me collaborava con la parte della Mondadori destinata all’edicola, Urania, Segretissimo i Gialli Mondadori, lui autore di libri oscuri e densi d’azione, con ricostruzioni storiche minuziose, lui che aveva a lungo lavorato a Hollywood, fatto che gli aveva regalato un accento americaneggiante, un po’ come Beppe Severgnini quando prova a farci credere che in America sanno chi sia, con in più un vocabolario infarcito di parole inglesi, messe in mezzo alla frase un po’ a caso, non ho mai capito esattamente con che ruolo avesse lavorato a Hollywood, ingegnere prestato alle lettere e alla letteratura di genere, un giorno Alan D. Altieri mi chiese se mi andava di passargli uno dei miei romanzi, perché era curioso di leggermi, di sapere cosa scrivessi, e io, distrattamente, prima di andare in Mondadori presi proprio quella copia di Anime @ losanghe con dedica e autografo di Jello Biafra, senza neanche accorgermene, e lui Alan D. Altieri, se ne accorse solo dopo, a libro letto, e per anni ci siamo detti che me lo avrebbe riportato, e io sì, a dirgli che era un ricordo importante, che ci tenevo parecchio, perché Jello Biafra è uno dei miei idoli, altri dei miei idoli li ho conosciuti, penso a Perry Farrell, dei Jane’s Addiction, conosciuto sempre in quegli anni quando, già in forza a Tutto Musica, ci andai con Manuel Agnelli per fargli firmare un manifesto del suo, di Manuel, Tora! Tora!, Festival che al suo, di Perry, Lollapalooza chiaramente si ispirava, o Gerald Love e Norman Blake dei Teenage Fanclub, conosciuti qualche anno dopo, quando ormai Tutto Musica era stato improvvidamente chiuso e io stavo collaborando con Rockstar, o Michael Stipe e il resto dei R.E.M., conosciuti allo Stadio del Conero, in occasione del loro concerto in Ancona, sempre negli anni di Tutto Musica, una cosa impressinante, quella, perché io tornavo nella mia città natale per intervistare dei miei idoli di sempre, mica per andare a fare un tuffo al mare, altri no, penso a Ian Brown degli Stone Roses, ma magari capiterà, o Grant Hurt degli Hüsker Dü, e anche in questo caso no, non capiterà, resta fuori Henry Rollins, che però anche dovesse capitare eviterei, perché mi fa un po’ paura, te lo devo riportare, mi ha continuato a dire per anni Alan D. Altieri, poi un giorno mi è arrivata la notizia che lui, Alan D. Altieri, era morto, addio per sempre a un uomo generoso e a un grande scrittore, e addio, ma è niente, a confronto, al mio libro, lì in casa sua, prima, dentro un qualche scatolone da qualche parte, poi, immagino.

Che se poi Jello Biafra è uno dei miei miti non è solo e tanto per il suo essere stato la voce e la penna e la mente dei Dead Kennedys, sarei disposto a picchiarmi a mani nude con chiunque sostenesse il contrario, lo dico a voce alta, quanto per tutto il resto che ha fatto in vita sua, dai dischi della sua carriera solista, minori, rispetto ai DK, anche se in alcuni passaggi eccelsi, quelli musicali, stranianti e affascinanti quelli di spoken words, dischi nei quali leggeva o recitava i suoi discorsi, lo confesso, ho sempre avuto una passione per quel tipo di opere, conservo con estrema cura, per dire, il disco di sponek words che William S. Burroghs ha fatto insieme a Michael Franti e Rono Tse dei Disposable Heroes of HipHopRisy, un disco dal titolo Spare Ass Annie and Others Tales,  Disposable Heroes of HihHopRisy divenuti famosi quando gli U2 li chiameranno a aprire alcune date del loro Achtung Baby Tour, dopo aver saccheggiato loro un sacco di idee, loro che avevano fatto a loro modo una piccola hit underground, Television the drug of the nation, brano con più di qualche debito verso The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron, un altro che con gli spoken words album ha più che qualcosa a che fare, tutto torna, Television the Drug of the Nation contenuto nell’album Hypocrisy in the Greatest Luxury, album all’interno del quale era contenuta anche una cover dei Dead Kennedys, California Über Alles, tutto torna, Disposable Heroes of HipHopRisy che ci hanno regalato un gigantesco frontman come Michael Franti, prima di quella esperienza Michael Franti dei Beatnigs, poi Michael Franti degli Spearhead, andatevi a sentire la loro Tha Payroll (Stay Strong), tratta da Chocolate Supa Highway, adesso, e già che prima si parlava di Marina Petrillo, Michael Franti che ho conosciuto proprio in quegli anni, quando, Marina, mia moglie, non Marina Petrillo, era incinta di Lucia, e lui, Michael Franti è andato a suonare coi suoi Spearhead a Radio Popolare da Marina, stavolta Marina Petrillo, e ricordo perfettamente, come fosse ora, il suo concerto strepitoso, lui scalzo a cantare e ballare insieme ai suoi soci, tutti in piedi a ballare noi nell’auditorium nuovo di RP, nella sede che anni dopo Casapound avrebbe attaccato, e lui, Michael Franti, che a un certo punto guarda me e Marina, la mia Marina, in prima fila, e ci fa un segno stizzito, perché mentre tutti ballano noi ce ne stiamo seduti, al che io indico la pancia ormai grande di Marina, credo fossimo in maggio, Lucia sarebbe nata di lì a poco, a agosto, e lui, Michael Franti, che di colpo si ferma, mentre gli altri continuano a suonare, scende dal palco, ci viene a chiedere scusa, abbraccia Marina, e si mette a chiacchierare con noi, soprattutto con lei, chiedendoci quando ci sarebbe stato il parto, se sapevamo di che sesso fosse il nascituro, non lo sapevamo, lo avremmo scoperto l’8 agosto, appena nata Lucia, due chiacchiere prima di tornare sul palco, il suo piccolo figlio ricciolino oltre il vetro dal quale il concerto veniva trasmesso in diretta, come fossimo tutti parte di una grande comune tutta peace and love, che se poi Jello Biafra è uno dei miei miti non è solo e tanto per il suo essere stato la voce e la penna e la mente dei Dead Kennedys, e non solo per i suoi strepitosi album di spoken words, da sempre cullo l’idea, prima o poi, di farne uno anche io, come lui, come Burroughs, come Henry Rollins, per dire, in passato ci ho anche provato, penso a un’esperienza in tale direzione fatta con una band di electrofolk, i Fiamma Fumana, coi quali abbiamo lavorato a lungo su qualcosa del genere, band dentro la quale militava Jessica Lombardi, suonatrice di piva e mia grande amica che poi è andata a vivere in Germania e che, non essendo nei social, ho tristemente perso di vista, un lavoro, quello fatto con i Fiamma Fumana, che non è mai andato da nessuna parte, ma che poi ha dato vita a tanti reading fatti in giro con artisti anche di varia preferenza, che si trattasse di Cristina Donà o di L’Aura o di Malika Ayane, sempre e comunque donne, il cantautorato femminile è parte della mia poetica, ormai lo sanno anche i sassai, che se poi Jello Biafra è uno dei miei miti non è solo e tanto per il suo essere stato la voce e la penna e la mente dei Dead Kennedys o non solo per i suoi strepitosi album di spoken words, ma anche per il gigantesco lavoro fatto con la sua etichetta, la Alternative Tentacles Records, etichetta che, al pari della Epitah Record dei Bad Religion, ha dato vita a buona parte degli album che ho adorato e che ancora adoro, quelli che appunto mi stanno facendo pensare a mollare la critica, si fotta la musica demmerda, dai Butthole Surfers, e come non potrei amare, io che sono quello dei cavalli che affogano dal buco del culo una band che si chiama i surfer del buco del culo?, i D.O.A., gli Half Japanese, i gigantesci NoMeansNo, per un po’ i Melvins di King Buzzo, e gli Alice Donut.

Ecco, gli Alice Donut.

Da qualche parte in Ancona, credo, spero, immagino nella cantina dei miei, non ne sono poi così certo, ci dovrebbero essere i bozzetti di una copertina che un giovane Michele Monina, io cioè, ha fatto cercando di ipotizzare la copertina del primo album degli Epicentro, la band nella quale suonavo la chitarra a fianco a Emanuele, la voce, Roberto, il basso, e Michele, la batteria, band che poi un primo album non lo ha mai inciso, erano tempi diversi da quelli attuali, quelli, difficilmente si arrivava a incidere un album, se non si era più che motivati, gli studi di registrazione erano pochi, dalle nostre parti, e anche piuttosto costosi, e nonostante il nostro brano Pentiganò fosse in qualche modo una hit, una hit conosciuta nella zona, nelle Marche, diciamo pure, ma mai incisa, così, per passaparola, nessun discografico alternativo o locale ci ha mai offerto la possibilità di tentare quel passo, e del resto il lasso di tempo che corre tra il 1992 e il 1994 non è abbastanza lungo da averci concesso chissà quante possibilità di incontrarli, questi benedetti discografici, lì nelle Marche, da qualche  parte in Ancona, credo, spero, non ne sono poi così certo, ci dovrebbero essere i bozzetti di una copertina che un giovane Michele Monina, io cioè, ha fatto cercando di ipotizzare la copertina del primo album degli Epicentro, copertina che cercava di emulare in tutto e per tutto, come del resto provavamo a fare dichiaratamente anche noi quando suonavamo, gli Alice Donut di Mule, uno dei dischi più strambamente punk e hardcore che io abbia avuto modo di ascoltare in cinquant’anni di vita.

A questi tempi, del resto, funzionava così, si ascoltava tanta e tanta musica, l’unico a non seguire minimamente la scena alternativa era Emanuele, diciamolo apertamente, nostro cantante più perché un cantante serviva e io ero decisamente troppo intonato per farlo che per reale attitudini o capacità, Michele votato a tutto quello che fosse no wave, dark e in tutti i casi di scarso successo commerciale, Roberto più dichiaratamente punk e hardcore, io onnivoro, oggi come allora, si ascoltava quindi tanta e tanta musica e si cercava di cogliere qualcosa di buono in tutto quel che ci piaceva, cercando di farlo nostro, allora, però, Roberto intento a cercare di scrivere la nostra Debaser, il pezzo gigantesco dei Pixies tratto dal loro album forse più gigantesco, quel Doolittle che arrivava dopo due bombe al neutrone come Come on Pilgrim e Surfer Rosa e subito prima di altre due bombe all’idrogeno come Bossanova e Trompe le Monde, io più votato a cercare di scrivere, ovviamente senza riuscirci, la nostra Sorry Somehow, convinto come ero e come sono che gli Hüsker Dü siano state la più grande band di tutti i tempi e che nello specifico Grant Hart sia uno dei massimi scrittori di canzoni di sempre, niente da meno di un Lennon o un McCartney, né di un Randy Newman o di un Burt Bacharach, Sorry Somehow la sua canzone più bella, incontratici, io e Roberto, a metà strada, proprio dalle parti di Mule degli Alice Donut, album che indubbiamente metteva d’accordo entrambi, album ingiustamente non abbastanza celebrato allora, figuriamoci oggi a trent’anni spaccati dall’uscita.

E se quindi da una parte era evidente come noi stessimo cercando di incarnare la freschezza rock’n’roll dei Ramones, e non a caso la loro Blitzkrieg Bop apriva tutti i nostri show, tanto quanto un medley da me suonato con la mia imitazione della Strato fatta dalla Melody, una sottomarca della Eko tra l’inno di Forza Italia e Faccetta nera, così con distorsioni e feedback, alla Jimi Hendrix che intona l’inno americano a Woodstock, introduceva puntualmente la nostra Pentiganò, brano al cui interno omaggiavamo sempre anche i Nirvana, in quei giorni Kurt Cobain si era suicidato uccidendo, in pratica, il grunge e anche buona parte delle speranze della mia generazione, con un pezzetto di Come as You are della band di Aberdeen a fare da special del brano, la nostra formazione prevedeva che Michele suonasse la batteria come una sorta di fabbro, Roberto usasse il basso Iris, comprato per ventimila lire a Praga subito dopo la caduta del regime comunista, come fosse uno strumento solista più che parte della sezione ritmica, , seguendo la melodia, io suonavo la chitarra provando a fare meno di quel che sapevo fare, perché il punk e l’hardcore non prevede virtuosismi e perché, in fondo, mi divertivo già abbastanza a fare casino ruotando i lunghi capelli ricci come un metallaro e esibendo ogni tanto il passo dell’oca che solo anni dopo avrei visto fare dal suo titolare, Chuck Berry, durante una sua cortissima performance, neanche un’ora, al Summer Jamboree di Senigallia, Wanda Jackson a aprire lo show, da qualche altra parte, ma non ci sono andato, Dita Von Teese a ballare come Esther Williams molto meno vestita e meno interessata al nuoto sincronizzato, immersa in una gigantesco bicchiere da Martini, la vita strizzata in un qualche corpetto strettissimo, i capezzoli coperti da soffici pois di stoffa dai quali pendono campanellini, lei che ha mandato ai matti uno come Marylin Manson sa bene cosa sia il rock’n’roll, direi, dall’altra era evidente che stessimo provando, ancora nessuno di noi aveva sentito parlare di cifra stilistica, usando esattamente queste parole, credo, figuriamoci se aveva mai pensato di averla, una propria cifra stilistica, a inseguire la nostra voce, il nostro sound e la nostra scrittura.

Io, a onor del vero, nel mentre stavo cautamente iniziando a scrivere, non intendo a scrivere canzoni, ma proprio a scrivere scrivere, a mettere cioè le parole una dietro l’altra, dentro una macchina da scrivere della Olivetti, prima, dentro un PC di quelli a torre, quello che Marina si era fatto regalare per scrivere la sua tesi di laurea, poi, lasciando via via da parte lo scrivere le canzoni, un piccolo repertorio di canzoni mie scritte per me, oltre quelle scritte per gli Epicentro, mai uscito prima che, tanti anni dopo, avrei dato vita a quel progetto pazzo di cui non ho mai dato spiegazioni che risponde al nome di Bikinirama, un progetto nel quale, forse ancora più che in questo mio essere lo scrittore critico musicale, o il critico musicale scrittore, il mio avere un piede piantato nella narrativa e uno nella musica ha avuto, per qualche mese, la sua massima espressione e ragione d’essere.

Da qualche parte, immagino a Milano, ci deve essere una copia del mio romanzo Anime @ losanghe con dedica e autografo di Jello Biafra, quindi, ma forse avrebbe più dovuto esserci una copia del mio romanzo Anime @ losanghe con dedica e autografo di Tomas Antona degli Alice Donut, sfido chiunque a trovare un’altra band italiana, seppur una band italiana che non ha mai inciso neanche una sola canzone, come gli Epicentro, e che ha vissuto più a lungo dentro le pagine di un libro che nel mondo reale, che sia nata per emulare le gesta di questa bizzarra band newyorkese che alternava i classici strumenti punk, chitarra, basso e batteria, al trombone, al banjo o alla fisarmonica, noi avremmo a lungo avuto nelle nostre fila anche Lorenzo, giovanissimo sassofonista falconarese, fatto che però giustificavamo più citando Bowie o gli Stooges. Vedi tu dove mi ha portato il cervello in questo nostro sessantesimo giorno di clausura, quarantena o autoisolamento che dir si voglia, a ripensare a quando io e Roberto e gli Epicentro provavamo a fare gli Alice Donut. Devo proprio contattarlo sui social, Tomas Antona, che si prenda carico dei danni che ha causato a così tanta gente.

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