Quando dormo non sogno perchè non so sognare

In queste notti, però, io non dormo, o fatico a dormire, e comunque non sogno. Non sogno quasi mai quando dormo, e in genere dormo anche poco, a volte per niente

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Io la sera mi addormento, e quando dormo sogno, perché so sognare.

Ho sempre amato questa frase, verso di quel capolavoro de I Treni a Vapore, che il maestro Ivano Fossati ha scritto per Fiorella Mannoia, quando Fiorella Mannoia si faceva scrivere le canzoni dai maestri della nostra canzone d’autore, non da Amara. L’ho sempre amata questa frase perché è arrogante, apparentemente, ma in realtà dice una grande verità, non tutti sanno sognare, e chi sa farlo ha buon diritto di reclamarlo come un vanto.

In queste notti, però, io non dormo, o fatico a dormire, e comunque non sogno. Non sogno quasi mai quando dormo, e in genere dormo anche poco, a volte per niente. Stando a quanto sostiene mia figlia Lucia, che studia Scienze Umana e crede ancora nella psicologia e quelle cose lì, in realtà sogno ma non mi ricordo i sogni quando mi sveglio, suppongo per una di quelle cazzate tipo la rimozione del subconscio o dell’inconscio, roba del genere.

Sogno molto da sveglio, però, fa parte del mio lavoro. Più che sogno, che è un termine romantico, tecnicamente spesso legato alla psichedelia, almeno nel giro ristretto di chi pratica l’arte, ho delle visioni, da intendere non come qualcosa che graviti nel mondo delle allucinazioni, quanto piuttosto come uno sguardo d’insieme che non tenga conto dei limiti stretti della contingenza e del pragmatismo, ma provi a andare in alto, come inquadrato da un drone, provando a ridefinirne i confini e gli orizzonti.

Ho delle visioni, da sveglio, e grazie a quelle visioni, ripeto non scambiatemi per un fricchettone, nonostante il mio look potrebbe indurre a pensare il contrario, nulla è più distante da me dalla psichedelia intesa come utilizzo di sostanze psicotrope per guardare il mondo, non faccio uso di sostanze stupefacenti, mai fatte in vita mia, non per una preclusione morale nei confronti di, anche se fatico a trovare il senso di chi le utilizza, quanto piuttosto per assoluto disinteresse a cercare aiuti esterni per ampliare le mie percezioni, già piuttosto ampliate da sole. Ho delle visioni, quindi, che potrei anche chiamare sogni, usando la scorciatoia della semplificazione, se dici sogno tutti capiscono di cosa stai parlando, che si tratti di quelli che si fanno mentre dormi o che si tratti di quelli che fai a occhi aperti, comunemente intesi come qualcosa cui ambiamo, che speriamo di poter realizzare, spesso sapendo che è impossibile, tipo di chi sogna di uscire a cena con Charlize Theron o George Clooney. Le mie visioni nulla hanno a che vedere con quei tipi di sogni, sono più orientato, ma mia figlia direbbe che non è qualcosa che io possa governare, tirando sempre in ballo subconscio e inconscio, cito parole a caso, a concentrare il mio sguardo, seppur sguardo allargato, tipo Gopro, su discorsi che abbiano a che fare con il mondo, e nello specifico il mondo nel quale io mi muovo, socialmente e professionalmente.

In questi giorni non dormo. O dormo male. Molto male. Perché vivo chiuso in casa da ventisei giorni, salvo le sporadiche uscite per andare a fare la spesa, recentemente accompagnate anche da tutta l’ostilità che questo vivere reclusi sta tirando fuori ogniqualvolta, raramente, incrociamo qualche altro essere umano, e vivere recluso in casa da ventisei giorni comincia a essere una condizione non piacevole, perché ci manca anche solo l’idea di poter uscire quando vogliamo, come vogliamo, con chi vogliamo.

A dirla tutta, ma qui finiremmo nel campo delle polemiche, e io non voglio essere polemico in questo periodo, perché ho sempre ritenuto che la gente, intendendo con questo la massa, il più dei miei consimili, sia costituita per natura da idioti, di qui, per passare fugacemente al campo nel quale mi occupo, la vetta delle classifiche occupate spesso da musica di merda, dalla trap a Laura Pausini, e avere conferma che in effetti questo mio pensiero a riguardo, che cioè la gente non è matta come cantava Mia Martini, ma cogliona, non mi è al momento di nessun sollievo, anzi, comunque, a dirla tutta, subito dopo un momento di ligio aderire alle nuove regole, con le finestre che si affacciavano sul deserto del Nevada, ma non il deserto del Nevada durante il Burning Man Festival o il Coachella, per capirsi, ma proprio un deserto deserto, senza anima viva o auto, da martedì le strada hanno iniziato, almeno di giorno, a ripopolarsi di persone, chi a piedi, a volte anche in gruppetti, chi in auto. Traffico forse è una parola eccessiva, ma ci sono file al semaforo, lo vedo come un novello James Stewart con però tutte e due le gambe intatte affacciato alla finestra, o dal balcone, e ci sono assembramenti, Dio che parola orribile, davanti all’edicola o al parchetto dove in genere bighellonano ubriachi e anziani. Gente che, evidentemente, non ha colto la gravità del momento che stiamo vivendo, o preferisce togliersi di mezzo e togliere di mezzo anche tutti noi di qui a qualche mese, come certi villain dei fumetti che preferiscono eliminare tutta la razza umana per salvare il pianeta.

Ma non è di fumetti o di coglioni che sto cercando di parlare oggi, non mi interessano i coglioni, forse per mancanza di empatia con chi è diverso da me, e non ho particolare interesse al momento a scrivere di fumetti che utilizzino questi logori stereotipi, qualcuno imponga prima o poi Alan Moore nei libri di testo delle scuole, e che cazzo.

Voglio parlarvi del fatto che non dormo, o dormo male, neanche tormentato da lugubri pensieri sul futuro prossimo, mio, della mia famiglia, dei miei cari, del genere umano tutto, quelli li faccio già durante tutto il giorno, no, semplicemente incapace di prendere sonno, come di chi ha già dormito abbastanza e se ne sta lì, gli occhi puntati al soffitto, incapace anche di pensare. Infatti non penso, non ho visioni, non sogno. E dire che a letto ho scritto, mentalmente, buona parte dei miei libri e articoli, limitandomi poi, una volta alzato, a trascrivere su PC quello che nella notte mi ero immaginato, sempre faticato molto a dormire, maledetta insonnia, e dire che a letto ho avuto quasi tutte le strampalate idee dei progetti che nel corso degli anni ho provato a portare avanti, dal Crowdfunding Monina Sì Monina No, per dirne una, a Monina Against the Machine, il van nero con su la mia faccia che ha animato Sanremo qualche anno fa.

Mi sento come anestetizzato.

O meglio, mi sento come se fossi in coma farmacologico, inerte ma vigile. Quest’ultima frase, chiaramente, è una cazzata, non ho idea di come ci si sente in coma farmacologico, ma a occhio dubito che si sia vigili, anzi, mi auguro di cuore che non si sia vigili, sarebbe tipo quei film del terrore in cui qualcuno viene seppellito da vivo.

A me è successo qualcosa di simile, quando ero giovane.

Non dormivo bene, come oggi, ma più che altro non dormivo affatto. Vi ho già raccontato dei miei attacchi di panico, dell’impossibilità di respirare se anche solo pensavo che avrei smesso di respirare, con le conseguenti apnee che mi costringevano a pensare di respirare per continuare a farlo. Ecco, in quei momenti non ricordo bene se da solo o con l’ausilio dei miei, ho pensato di chiedere al mio medico di famiglia di darmi un aiuto. Perché passavo intere settimane senza chiudere occhio, ero magro come un chiodo, bei tempi andati, e iniziavo a risentirne anche a livello di umore. Il mio medico di famiglia mi ha quindi prescritto un sonnifero, quello più famoso, cui Vasco ha anche dedicato una canzone. Non so neanche se sia un sonnifero, a dirla tutta, un calmante o come si chiami tecnicamente una sostanza chimica che ti induca a dormire, dovrei chiedere a Irvine Welsh, nei fatti ho preso la pillolina che il mio medico mi ha prescritto, sono andato a letto, fossi stato in un momento normale avrei detto sono andato a dormire, e di colpo il mio corpo si è come pietrificato. Le braccia, le gambe, il collo, tutto immobilizzato, pesante come ghisa, come se qualcuno mi avesse paralizzato sparandomi una di quelle freccette con le cerbottane che si vedono in certi film alla Sandokan. Il tutto, però, mantenendo, appunto la lucidità mentale di chi è non solo sveglio, ma sente pure un ragno che cammina a metri di distanza. Un incubo a occhi aperti, visto che si parlava di sogni. Io paralizzato ma vigile. Per tutta la notte. Con la paura, all’epoca vivevo ancora in Ancona, la mia città natale, la mia città natale che nel 1972 è stato colpito da un terremoto, proseguito per mesi e di entità grandissima, che l’ha letteralmente messa in piedi, la nostra casa dell’epoca diventata di colpo inagibile, io e la mia famiglia per anni a vivere in una casa messa a disposizione dal Comune, una casa di proprietà dell’allora prefetto di Macerata, sfitta, in un quartiere, però, socialmente più elevato del nostro, con tutto quel che comporta per un piccolo borghese vivere in un quartiere borghese, di qui, immagino, il mio odio profondo per i padroni, ecco, con la paura, allora vivevo in Ancona, che mentre ero lì, pietrificato ma vigile, arrivasse un terremoto e mi trovasse nell’impossibilità di alzarmi e scendere in piazza, per mettermi in salvo, all’epoca soffrivo ancora di attacchi di panico, non ero il maestro Shaolin di oggi, anche per questo avevo preso il sonnifero di cui sopra e mi trovavo quindi in questa assurda condizione di ragazzo vigile ma immobilizzato con un lungo attacco di panico da dover gestire per tutta la notte.

Esperienza, quella, non faticherete a credermi, che non ho più ripetuto, ma che anzi, ha fatto sì che io da quel momento sia ricorso ai farmaci, qualsiasi tipo di farmaci, fosse anche di quelli come l’Aspirina, solo se strettissimamente necessario, cioè fortunatamente quasi mai nella mia vita, diffidente fino alla morte nei confronti della chimica, materia che del resto mi ha sempre fatto cagare nonostante andassi benino.

Anzi, a proposito di chimica, credo che la mia idiosincrasia nei suoi confronti, e ci tengo a dire che quando uso la parola idiosincrasia subito mi parte in testa Quel Giorno Non Mi Perderai più di Gianfranco Fasano, credo che la mia idiosincrasia nei confronti della chimica, di qui forse la mia reazione poco consona al sonnifero di cui sopra, risalga proprio a quel periodo lì. Facevo il Classico, il triennio del liceo, per la precisione, e la mia insegnante di chimica era anche la preside della scuola, Afra Villani da Jesi. Il nome Afra, non so se siete pratici della storia, era un residuo del fascismo, quando i genitori davano nomi che avessero a che fare o con la gerarchia fascista, quanti Benito in circolazione, o con le conquiste italiche oltre confine, da Bengasi a Afra, appunto, o comunque nomi che sottolineassero i fasti del ventennio. Lo dico per specificare due cose, la prima è che Afra era anziana, nata appunto in epoca fascista da famiglia fascista o che al fascismo era asservita, secondo che Afra, mi permetto ora di chiamarla solo per nome, come facevamo all’epoca tra noi studenti, era in effetti piuttosto fascista nei metodi, molto fascista. Azzarderei anche un po’ testa di cazzo, così, per dire. Era anche lesbica, questo all’epoca ci era abbastanza chiaro, anche se più che sapere che la cosa era partita dall’isola di Lesbo, la nostra professoressa, la Chiorrini, in realtà aveva tenuto la cosa nascosta, bigotta tanto quanto bassa, ma eravamo giovani svegli, non sapevamo, era anche lesbica ma non per questo non era anche fascista, vedi a volte come la mente ci spinga a sposare filosofie o credo politici che tenderebbe a negare la nostra stessa esistenza, lo dico per i leghisti del sud Italia.

La preside Afra Villani da Jesi, quindi, ci insegnava chimica. Il nostro liceo, Classico Cappuccini, era legato alla Diocesi, quindi una scuola privata di impostazione cattolica, e mia madre, moglie del primo diacono delle Marche, ne era la segretaria. Il rapporto tra la preside Villani e mia madre, segretaria della scuola, non erano esattamente rilassatissimi, per ragioni che, confesso, ignoro. Immagino dipendesse dal fatto che la preside in questione, suppongo che nel mentre sia morta, non per il Coronavirus ma semplicemente per l’anagrafe, era assai poco cordiale nei rapporti con gli altri esseri umani, o più nello specifico per una qualche antipatia personale.

Nello specifico io, che già allora ero piuttosto polemico, perché suppongo non vi sarà sfuggito che sono un po’ polemico, a volte, mi sono sempre stato piuttosto sul cazzo con la preside, ma proprio tanto tanto. Niente di non detto, a voler essere chiari, lei mi stava sul cazzo, io stavo sul cazzo a lei. Anche per il mio essere il figlio della segretaria, fatto che in sé non è che a me, personalmente, facesse piacerissimo, pensatevi ai tempi della scuola a andare nello stesso istituto frequentato da vostra madre, e pensate di farlo in un piccolo istituto privato, con una sezione per classe. Quindi doppiamento mazziato, ma tant’è.

Lei, la preside, mi interrogava in maniera plateale, come fosse una sorta di sfida, provando a farmi capitolare a ogni domanda. Si rivolgeva a me, nel farmi le domande, ma guardando i miei compagni, come un avvocato che durante la arringa che ritiene decisiva dica “signori della corte”, fatto che, confesso, pù che indispettirmi mi elettrizzava. Avevo attacchi di panico,  vero, ma stranamente non riguardavano l’ambito scolastico, sarà che della scuola non mi è mai fregato nulla. Lei quindi provava a farmi capitolare a ogni domanda, durante queste interrogazioni che erano vere e proprie sfide. Sfiga vuole che io di chimica andassi parecchio bene, come un po’ in tutte le materie scientifiche, tanto che fino all’esame di maturità ero convinto che avrei frequentato Fisica, materia che adoravo. Quell’idea, di andare a fare Fisica all’università, è uscita di scena nei giorni successivi alla nostra gita della terza liceo, a un paio di mesi dall’esame. Durante la gita, fatta tristemente a Firenze, eravamo pochi e di andare all’estero non se ne parlava, io e Vittoria, la Vittoria che poi sarebbe diventata la batterista dei Massimo Volume, mia cara amica e unica a non essere vessata platealmente dalla preside, avevamo scritto una canzone parodistica, modificando il testo di Ci Stiamo Sbagliando di Luca Carboni, si era negli anni Ottanta. Il fatto era che tutti erano convinti che all’esame uscisse Fisica, fatto che probabilmente mi avrebbe potuto portare un voto di maturità più alto del quaranta col quale sono poi uscito, ma era uscita Storia come seconda materia, sorprendendo tutti. Noi, io e Vittoria nello specifico, avevamo appreso la cosa mentre eravamo in gita, accompagnati dalla giovanissima professoressa di Greco e Latino, la Ricci, giovanissima e di Jesi, come buona parte dei professori che transitarono nella mia scuola durante la gestione Villani. Nell’apprendere la cosa ci eravamo lasciati andare a uno spirito guascone, riscrivendo il testo di Ci stiamo sbagliando per prendere per il culo il professore di Fisica, il professor Calosci, toscano e assai appassionato della sua materia. La parodia iniziava così, lo ricordo ancora, “Te tu ti stavi sbagliando Calosci/ te tu pensavi che la Fisica uscisse”, proseguendo poi con passaggi tipo “avrai le mele cotte, sì sì le mele cotte”, per sottolineare il suo non essere più giovane. Tutti, compresa la Ricci, che in quanto giovane avevamo ritenuto ingenuamente una di noi, avevamo riso di questa canzone, diventata una sorta di inno della nostra gita. Il risultato è stato che la suddetta Ricci ha riferito la cosa alla preside Villani e al professor Calosci, il quale mi ha presentato con quattro all’esame, io che avevo sempre avuto otto. Col che ho sfanculato l’idea di fare Fisica, sono appunto andato a fare Storia, radicando in me l’idea che chiunque abbia un minimo di potere, in genere, lo usa male, e che, se possibile, se ne deve andare a fare in culo con tutta la sua famiglia, a volte anche con tutti i suoi conterranei.

Insomma, ho avuto un triennio di merda con la mia professoressa di chimica, la preside del mio Liceo Afra Villani da Jesi, e ho quindi avuto una idiosincrasia nei confronti della chimica tutta, comprese le medicine, di qui il mio cattivo rapporto col Valium, di quello stavo parlando prima, non nascondiamoci dietro giri di parole, motivo per il quale mi sono tenuto la mia insonnia. Insonnia che ha avuto picchi pericolosissimi, come quanto sul volgere degli anni Novanta, da poco arrivato a Milano, passata preso dall’essere ai miei occhi una sorta di piccola Londra all’essere la città di merda che sarebbe poi stata a lungo, volendo anche in questi giorni di clausura, ma mai come a qui tempi, sul volgere degli anni Novanta, quando non ho praticamente dormito un minuto per un intero anno, passando dal prendere i Fiori di Bach, Dio che cazzata i Fiori di Bach, al provare a fare meditazione, finendo poi per scrivere a tempo pieno, il mio primo romanzo scritto in quarantotto ore passate di filata davanti al PC, in un weekend che Marina aveva passato a Ancona, lasciandomi in solitaria nel nostro monolocale di via Vallazze, una stanza microscopica con un bagno gigantesco affittatoci in nero da un milanese sposato con una calabrese che votava Lega e con un figlio sfigatissimo cui, giuro, il giorno in cui ce ne siamo andati, mandandoli sonoramente a fare in culo per quel loro non averci fatto un contratto di locazione ma averci sempre apostrofato come meridionali che venivano al nord a rubare il posto di lavoro a un settentrionale, leghisti di merda, figlio a cui il giorno in cui ce ne siamo andati avrei voluto offrire un giro a puttane, tanto per darsi una svegliata, non fosse stato che sono figlio di un diacono e ci ho messo del tempo a togliermi di dosso certi retaggi cattolici.

Ho sempre dormito male, e poco, ripeto, ma in questi giorni dormo poco e peggio. E non sogno. Non sogno e non ho visioni. Il che, forse, è anche peggio. Ma va così, sono ventisei giorni che siamo chiusi in casa, la data in cui potremo parlare di tutto questo usando i verbi al passato sembra allontanarsi sempre di più, come succede con la linea dell’orizzonte, lasciatemi essere per un attimo romantico, e la follia, quella lucida, sembra essersi impossessata di me, che son qui a scrivere di me che non dormo e non sogno partendo dai versi di Fossati cantati dalla Mannoia per finire a parlare del professor Calosci che mi ha presentato col quattro all’esame di maturità per colpa di uno sfottò innocente.

Non ci fosse stato quell’episodio, tanto per divagare ulteriormente, probabilmente sarei andato a fare Fisica, e la mia storia sarebbe stata assai differente da come l’ho vissuta, non saprei dire se meglio o peggio, stavo già con Marina, oggi mia moglie e madre dei nostri quattro figli, ma sicuramente non sarei passato a lavorare in Mondadori, a scrivere romanzi e libri, e non avrei passato buona parte del mio tempo a occuparmi di musica, scrivendo articoli, parlandone in radio come in televisione.

Nell’ottica delle sliding doors, magari, a quest’ora saremmo in un’altra città, vivendo un’altra vita, e non ci sarebbe il Coronavirus a tenerci blindati in casa, mi verrebbe da sospirare. Ma magari non ci saremmo neanche sposati, chissà, forse potrei essere già morto da tempo, esploso in un laboratorio dove stavo provando un esperimento che si sarebbe rivelato un azzardo fatale.

Non credo nella psicologia, credo di averlo esternato abbastanza chiaramente, ma non credo neanche alla faccenda delle sliding doors, o dei bivi, per dirla col mio amico Enrico Ruggeri, all’epoca per me semplicemente il più importante dei cantautori italiani insieme proprio a quel Luca Carboni che un po’ tutto questo ha scatenato, ora un fratello in armi.  Meglio dormirci su, si dice in genere in questi casi, peccato che io la sera non dormo e se dormo non sogno.

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