I 53 anni di Kurt Cobain e quella volta in cui sciolse i Nirvana a Roma

Al Piper Club ebbe una crisi di nervi e distrusse chitarra e microfono. Una passeggiata tra le rovine della Capitale gli fece ritrovare la pace

16
CONDIVISIONI

I 53 anni di Kurt Cobain sono quel numero che aumenta ogni anno, quasi a voler suggellare una distanza che sempre di più allontana il passato dal futuro.

C’è ancora chi non riesce a rassegnarsi al fatto che il cantautore tormentato di Seattle – sì, lo sappiamo che nacque ad Aberdeen, calma – non sia più su questa Terra, eppure l’atto di celebrarlo si ripete ogni anno come se fosse la prima volta. Kurt Donald Cobain nacque il 20 febbraio 1967 e mai si sentì pronto a diventare la voce di un’intera generazione. Oggi il suo segno si riscopre indelebile e nell’approccio alla vita dei suoi coetanei (o quasi) e nella scena alternativa.

Messo da parte a scuola per il suo spirito introverso e per il suo interesse per l’arte, dilaniato dalla separazione dei suoi genitori e innamorato della musica, Kurt Cobain ha sempre volato alto dando voce al suo dolore con quella chitarra mancina, quella voce sofferta e quei testi apparentemente criptici eppure chiari nell’esprimere confusione, solitudine ed empatia.

Probabilmente mentre caricava gli strumenti su quel furgone sgangherato per il primo tour dei Nirvana nel contesto di Bleach (1989) – alla batteria c’era ancora Chad Channing – non immaginava che di lì a poco avrebbe partorito l’immensa Smells Like Teen Spirit, l’intensa Dumb e la sofferente Heart-Shaped Box.

La Sub Pop aveva fatto entrare i Nirvana nelle sue grazie, anche se la band suonava alla Central Tavern di Seattle di fronte a un pubblico che non raggiungeva le 10 calotte craniche. Erano gli esordi e c’era da aspettarselo: tutto già accadeva troppo in fretta e questo iniziava a dare fastidio a quel Kurt appena 22enne, spaventato e disorientato.

Dopo la storica esibizione al Bloom di Mezzago, prima vera esperienza italiana, i Nirvana, i Tad e i Mudhoney arrivarono a Roma su un furgone FIAT a noleggio.

Kurt Cobain e la sua band erano attesi al Piper Club di Via Tagliamento e proprio sul palco della Capitale il giovane cantautore sentì che il suo limite di sopportazione era stato superato. Nervoso e probabilmente in forte ansia da prestazione, si presentò al sound-check prima di tutti. Con lui c’era Bruce Pavitt, discografico della Sub Pop che accompagnò le band in tour lungo l’Europa insieme al socio Jon Poneman. A Kurt Cobain fu scattata la prima foto dei giorni di Roma, che lo ritrae seduto sul palco nell’atto di salutare.

Proprio a Bruce Pavitt dobbiamo quelle foto del primo soggiorno dei Nirvana a Roma, raccolte nel volume In Viaggio Coi Nirvana – Il Grunge In Europa, 1989 pubblicato nel 2013.

Sul palco, quella sera del 27 novembre 1989, qualcosa nella testa di Kurt si ruppe e nel bel mezzo dell’esibizione arrivò la crisi di nervi. I Nirvana stavano suonando Spank Thru e improvvisamente Kurt imbracciò la sua chitarra per distruggerla violentemente e abbandonare il palco.

Dietro le quinte disse di voler chiudere con tutto, di voler prendere l’aereo per Seattle e tornare a casa. Kurt Cobain disse che i Nirvana avevano finito. Bruce Pavitt allora gli consigliò un giorno di assoluto riposo e si offrì di accompagnarlo per un giro turistico della città.

Insieme visitarono la Cappella Sistina, la Basilica di San Giovanni, Piazza San Pietro e il Colosseo. Ad ogni tappa, come racconta Pavitt, Kurt sembrava rigenerarsi: i suoi pensieri si rimettevano in ordine e la tempesta si allontanava. Emblematica, in questo contesto, è l’immagine di Cobain seduto in una via della città con la testa raccolta tra le mani, libero e provato dal tormento della sera prima.

Insieme mangiarono in una trattoria del centro. Nel rione Monti, infine, Kurt comprò una chitarra nuova e scelse di ricominciare. Le rovine lo avevano rigenerato e soprattutto il Colosseo restituì pace al suo spirito. Lo racconta Pavitt:

Kurt era un tipo ultrasensibile, introverso, e quel giorno fu speciale perché si aprì completamente. Era esausto e si rigenerò camminando fra le rovine. Lo convinsi che doveva riformare la band e proseguire il tour. Si rilassò e al Colosseo scherzammo immaginando il giorno il cui i Nirvana avrebbero riempito di pubblico un’arena simile.

In un’ultima foto dei giorni romani Pavitt ha immortalato l’artista al bar della Stazione Termini, di fronte ai 3 cappuccini pronti per la band.

I 53 anni di Kurt Cobain sono anche questo: il suo tormento e la ritrovata fiducia immortalati in quello scatto che lo ritrae accanto alla croce del Colosseo con il volto sfinito e lo sguardo curioso, incantato dalle bellezze di Roma e libero, almeno per qualche ora, dai suoi fantasmi.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.