Hyperspace è l’ultimo album di Beck, uno dei più rappresentativi cantori della Generazione X

Tutti i personaggi che popolano i brani dell'album cercano di scappare dai dolori, dalla vita, dalla fine

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Esattamente venticinque anni fa ho fatto un brutto incidente con la macchina. La macchina era una Renault 9 grigia, appartenuta fino a pochi mesi prima a mio padre. Un auto vecchia, quindi, ma fortunatamente di quelle fatte ancora in metallo, perché altrimenti l’incidente avrebbe avuto effetti assai più devastanti su di me.

Le cose andarono più o meno così. Stavo andando a casa di colei che all’epoca era la mia fidanzata, Marina, oggi mia moglie. Era un sabato pomeriggio, subito dopo pranzo, e nella mia città, Ancona, cominciava a nevischiare. Niente di eclatante, la neve vera sarebbe arrivata nelle ore successive, ma di fatto la strada cominciava a farsi scivolosa. Ancona è una città sul mare, poco avvezza alla neve. Magari ricorderete come, giusto qualche anno fa, una nevicata piuttosto importante l’abbia bloccata completamente, sprovvista come è tutt’ora di spalaneve e semplici macchine spargisale. Del resto, nei ventotto anni che ci ha vissuto, a mia memoria, ha nevicato solo un paio di volte, in entrambi i casi, per altro, il 5 gennaio, ultimo giorno delle vacanze di Natale, fatto che in entrambi i casi ci ha regalato un supplemento assai gradito lontani da scuola.

Quel giorno, comunque, subito dopo pranzo comincia a nevischiare. Io all’epoca abitavo su una delle tante collinette che forma la topografia di Ancona, Posatora, e per andare da Marina dovevo imboccare una lunga discesa, che si dipanava per due differenti strade. Faccio la prima strada, a doppio senso, andando a velocità piuttosto contenuta, proprio per paura che il manto stradale scivoloso porti la macchina a sbandare, poi imbocco la seconda, una più tranquilla e poco trafficata strada a senso unico. La strada in questione è costellata di una serie di casette a due piani sul lato sinistro e sul lato destro ha invece il retro di due scuole, una media e una elementare. Sto lì, a bordo della mia Renault 9 grigio metallizzato, che me ne guido tranquillo tranquillo per questa strada, in una discesa lieve, quando ecco che dietro la sola curva che la strada presenta spunta un’altra auto, non ricordo il modello, sul momento, controsenso. Un’auto che arriva sparata verso la mia, centrandola in pieno. Un frontale in piena regola, in una strada a senso unico, quello che stavo percorrendo correttamente io. La botta è molto forte, all’epoca non c’erano gli airbag, almeno non in quelle auto così vecchie, e fortunatamente erano da non troppo, mi sembra, state introdotte le cinture di sicurezza, altrimenti sarei finito fuori dal lunotto anteriore, come in certi film d’azione. Faccio questo frontale e rimango stordito dentro la macchina. Sempre come in un film di colpo da tutte queste casette a due piani cominciano a uscire persone, in prevalenza anziane, che guardano all’incidente con aria allarmata. Il tipo che ha centrato in pieno me e la mia macchina è uscito, e sta inspiegabilmente urlando contro di me. A fatica slaccio la cintura e esco. Barcollo, non perché io abbia bevuto, ma perché il colpo che ho preso è stato molto violento. Non abbastanza da non farmi capire che il motivo per cui il tizio che ha centrato me e la mia macchina mi sta urlando contro è che è convinto che sia io quello a aver imboccato la strada controsenso. Fatto che lo ha indotto, capisco, a non frenare nel momento in cui mi ha visto, perché, sta dicendo, è lui a avere ragione. Capisco cosa dice, pur non capire perché uno non dovrebbe frenare nel momento in cui vede un’altra auto che lo sta per centrare, ma soprattutto sembra che lo abbiano ben capito anche i tanti signori e signore anziani che sono accorsi per vedere cosa è successo, tale è stato il rumore del nostro scontro. Lo capiscono e infatti cominciano a strattonarlo, a spingerlo, a prenderlo a mazzate. Una sorta di linciaggio in piena regola, che viene interrotto provvidenzialmente dall’arrivo di una macchina della polizia, chiamato non so bene da chi. All’epoca non avevo il cellulare. Non lo aveva quasi nessuno, e i pochi che c’erano in giro erano ingombranti, enormi, con l’antenna che si doveva tirare fuori per chiamare, come con le radioline portatili. La polizia salva il tipo, chiama un’ambulanza e nel giro di pochi minuti mi ritrovo al Pronto Soccorso, dove mi riscontrano un lieve trauma cranico e contusioni varie al corpo, a partire dal più classico dei colpi della strega. Il tutto si risolverà con un paio di settimane di collare, dolori piuttosto forti per tutto il corpo per le medesime due settimane, dolori che ancora oggi provo ogni volta che piove, per altro, e una lunga sessione di sedute fisioterapiche per rimettermi a posto. La mia auto, che per tutti i giorni della neve, quelli seguenti al mio incidente, starà buttata a bordo della medesima strada, verrà poi rottamata, e al suo posto mi arriverà una Fiat Punto Blu, la medesima auto a bordo della quale avrei definitivamente lasciato Ancona, diretto a Milano, solo un paio di anni dopo. Del tipo non ho più avuto notizie, immagino sia stato salvato dal linciaggio dai poliziotti, che poi lo avranno trattato come in genere vengono trattati i delinquenti una volta arrestati, stavolta direi a ragione (sto applicando un paradosso, atto a criticare certi comportamenti delle forze dell’ordine, lo dico per gli analfabeti funzionali in ascolto, non sto auspicando realmente che il tizio sia stato picchiato in Questura). Quello che invece è successo a me è stato che per circa un mese e mezzo ho dovuto mettere il mio corpo nelle mani di Filippo, un fisioterapista che conoscevo in quanto amici di miei amici. Un fisioterapista anche piuttosto bravo, va detto, e in effetti sono tornato non dico come nuovo, ma quantomeno presentabile. Durante le sessioni di fisioterapia, però, mentre cioè me ne stavo accartocciato su un lettino, con lui che manipolava il mio collo e la mia schiena, io e Filippo abbiamo avuto modo di conoscerci, e devo dire che è stato uno dei momenti più surreali e spaventosi della mia fino a quel momento giovane esistenza. Filippo, infatti, ha cominciato a chiedermi di me, e il me di quei tempi non aveva molto di cui parlare, perché ero appena uscito dal mio servizio civile, e stavo quindi per intraprendere quello che ai miei speranzosi occhi era l’ultimo gradino prima della Laurea in Storia Moderna, gradino che nei fatti non avrei poi scalato, ancora fermo a un esame dalla fine. Ma anche se non avevo molto da dire, si sarà capito, parlare non mi è mai risultato troppo difficile, per cui, anche per non lasciare nell’aria silenzi imbarazzati, sin dalle prime sedute ho cominciato a parlare. Ero lì, steso, storto, e parlavo, parlavo, parlavo, parlavo di niente, ma parlavo, parlavo e parlavo. Parlavo per non pensare al dolore fisico che quelle manipolazioni mi procuravano, seppur un dolore atto a farmi cessare del tutto il dolore. Parlavo per superare anche l’imbarazzo, certo. Nei fatti parlavo per cercare di proiettarmi altrove, in una dimensione parallela nella quale non ci fossero coglioni che se vedono una macchina che pensano proceda controsenso gli si spiaccicano addosso con la propria macchina, una dimensione parallela nella quale, ca va sans dire, non ci fossero neanche collari e spalle da rimettere addosso. Parlavo, parlavo e parlavo, questo potevo fare.

Al punto che, nella mente contorta dell’uomo che stava cercando di far sì che io non fossi contorto, almeno a livello di postura, deve essersi manifestata una visione che il medesimo uomo non ha mancato di esternarmi, non senza sortire, almeno inizialmente, un effetto che andava in direzione opposta a quella che il mio sottopormi a quelle sedute avrebbe dovuto portarmi, cioè terrorizzandomi, e conseguentemente irrigidendomi. Filippo, infatti, ha cominciato a dirmi che secondo lui noi, e per noi intendeva proprio noi due, Filippo e me, avremmo dovuto dar vita a una setta. Così, me ne sto lì steso, con lui che fa pressione sul mio collo o la mia schiena, i lunghi capelli ricci, i miei lunghi capelli ricci, raccolti in una cipolla sopra la testa, quando lui mi dice, parola più o parola meno, “Michele, io e te dovremmo mettere su una setta”. Ovviamente, pazzo sì, ma pazzo lucido, Filippo ha poi proseguito con qualcosa che suonava così: “Tu hai una grande capacità affabulatoria, con le parole non ti sta dietro nessuno, io ho questa capacità di usare le mani che, se vogliamo, potremmo spacciare per miracolosa. Tu hai anche questo look un po’ da Gesù Cristo, da santone, il gioco è fatto”.

Ora, mettetevi nei miei panni. Non vi ci vuole molto, anche perché mentre prendevo parte a quelle sedute di fisioterapia i miei panni erano un paio di mutande, niente più. Ero nelle mani, letteralmente, di un pazzo furioso, uno che voleva aprire una setta con me. Un pazzo furioso che però aveva ben chiaro in mente a che scopo mettere su una setta con me, sia chiaro. “Ci facciamo un po’ di pubblicità, raccogliamo adepti e ci facciamo donare tutti i loro averi, come fanno i santoni orientali. Volendo pretendiamo anche diritti su tutte le donne, in genere nelle sette funziona così.

Sia messo agli atti che al momento ho abbozzato, non avevo altra scelta, del resto, era lui quello che mi stava manipolando, fisicamente, non il contrario. Lungi da me contraddire qualcuno che aveva la mia spina dorsale tra le mani. Alla terza seduta in cui proseguiva con questo discorso, però, ho maturato l’idea di mandarlo a cagare, perché onestamente di fare una versione anconetana di Osho non avevo gran voglia. C’era già un tizio spagnolo che aveva provato a mettere su una setta, incontrando gente in centro, in una casa piuttosto modesta dalle parti di Piazza Roma. Incontri a cui io e i miei amici di allora avevamo partecipato, più che altro per prenderlo per il culo. Le nostre amiche, va detto, erano assai più convinte di noi, nel partecipare, a dimostrazione che la faccenda dei diritti sessuali sulle donne della setta, in caso, non avrebbe fatto una piega. Nei fatti non l’ho mai mandato a cagare, ho semplicemente smesso di frequentarlo, non mancando comunque di pagare le sedute che rimanevano, complice l’assicurazione che ovviamente mi aveva riconosciuto tutte le ragioni del caso. Anche di Filippo non ho più avuto notizie, da un certo momento in poi. So che ha divorziato dalla moglie, all’epoca ancora sua fidanzata, e che continua a operare in zona. Non credo abbia più trovato un altro ipotetico santone come me, perché di sette, che io sappia, non ne ha mai fondate. Suppongo che il suo essere vagamente nazista abbia trovato una certa soddisfazione nella china che l’Italia ha preso negli ultimi anni, ma forse neanche troppo, perché non c’è niente di più distante dal nazismo che il concetto dell’uno vale uno. Fortunatamente non credo avrò modo di chiedergli ragguaglio a riguardo.

Quello è definitivamente parte del mio passato remoto, perché superati i venticinque anni, direi, anche un reato cade in prescrizione.

Ma se dovessi indicare un preciso momento della mia vita in cui ho capito il potere delle parole, e non meno il potere dei gesti, credo sia in una qualsiasi di quelle ultime sedute da Filippo, arrivate, per intendersi, assai prima di incappare nel genio di un Don De Lillo e del suo Mao II o di un David Foster Wallace. Potere delle parole e dei gesti che consentivano a me e a chi mi stava intorno di poter scappare da una realtà altrimenti fatta di dolori, fisici o metaforici poco conta, sempre di dolori si parlava.

So che azzardare una relazione tra un mio incidente in auto e il crack di una intera generazione, incidentalmente la mia, è appunto un azzardo, ma tant’è, le parole servono anche per poter descrivere e dar vita a qualcosa che, nei fatti, non necessariamente esisterebbe. Provateci voi, che so?, a rendere realmente fattibile questa frase “centomila elefanti entrarono correndo nel mio salotto” (citazione, non letterale, di un commento a riguardo della letteratura fatto ormai decenni fa da Stefano Benni, per inciso). Ma nei fatti la mia generazione, quella che per pochi mesi viene decodificata come la “Generazione X” è in qualche modo la generazione che più di qualsiasi altro, la storia non è che l’abbiamo scritta noi, a livello di trama, noi ci stiamo limitando a raccontarla cronachisticamente, è rimasta impigliata nel guado tra un boom economico, quello arrivato dopo la ricostruzione, fisica e metafisica, dalla seconda guerra mondiale, e la crisi economica, quella giunta in quello che Mark Fischer indicava come l’inizio della fine del futuro, con il capitalismo divenuto ubiquo seppur incapace di realizzarsi compiutamente. Per questo, anche per questo, ha cercato indefessamente di rendere possibile una via di fuga (sarà mica un caso che uno dei suoi romanzi più significativi chiudeva proprio sull’impossibilità di trovare nella pagina una via d’uscita, e che più in generale il post-modernismo, prima, e l’iper-modernismo, ora, hanno provato in tutti i modi a scollarci dalla realtà, ironizzando e stigmatizzando, in un caso, frammentando e cristallizzando, nell’altro, quello che in teoria sarebbe dovuto semplicemente essere). Per questo, anche per questo, questa generazione ha visto buona parte dei suoi eroi uscire di scena anticipatamente, vuoi perché morti, penso a Kurt Cobain, allo stesso David Foster Wallace e a tutta quella genia di artisti che hanno ricorso al suicidio o all’autoeliminazione per eccessi, o più semplicemente perché autoesclusisi dal parterre, si guardi appunto a quel Douglas Coupland che un nome a questa generazione ha dato, o più recentemente a Bret Easto Ellis.

Chi invece non è scomparso, ma ha deciso di fermare, si fa per dire, in musica proprio quella necessità di andare altrove è un artista che di questa generazione è da circa venticinque anni, esattamente quei venticinque anni da cui sono partito, uno dei più rappresentativi cantori, Beck.

L’artista, californiano di nascita, ma assolutamente newyorkese per DNA, infatti, giunto al quattordicesimo album, ha deciso che era arrivato il momento di raccontare, alla sua stralunata maniera, alla sua eclettica maniera, lui che è stato artista ultrapop, indie, folk, rap, funky e chi più ne ha più ne metta, la ricerca di quella via di fuga, quel tasto “Iperspazio” che, ce lo ha raccontato direttamente lui presentando il suo lavoro che appunto Hyperspace si intitola, consentiva di finire in un’altra dimensione, sicura, a chi nei primi anni Ottanta si fosse messo a giocare a Androids, videogioco della Atari che in qualche modo ha contribuito con Pacman a poppizzare i videogiochi tutti.

Un pulsante e via, lontano da asteroidi pericolosi e dischi volanti ostili, in un posto sicuro. Un pulsante che si fa metafora negli undici brani del nuovo album di Beck, sette dei quali prodotti da Pharrell Williams, strano scontro tra i titani, se è vero come è vero che tanto Beck è una sorta di John Barth della musica leggera, tanto Williams ne è l’opposto, minimalista nei suoni fin quasi all’eccesso. Uno scontro che ha portato a un ottimo album, stranamente sprovvisto proprio di hit, come invece sulla carta si sarebbe serenamente potuto immaginare.

Il pulsante da schiacciare per scappare dai dolori, dalla vita, dalla fine, nello specifico, ricorre in tutte le canzoni, diventandone fil rouge seppur mascherato. Una sorta di concept che però non ambisce a essere tale, le differenze dei suoni messi in campo nella poco più che mezz’ora di durata. Si tratti dei soldi, della droga, dell’amore, della libertà, tutti i personaggi che popolano queste canzoni hanno premuto quel tasto, o sono in procinto di farlo. Probabilmente lo stesso Beck ha usato queste canzoni, come tutte le altre incise in questi venticinque anni, esattamente con lo stesso scopo, consapevole che tanto lui era uno di quelli nati nel 1970, quando anche la X di Generazione X stava cominciando a sbiadirsi, pronta a essere schiacciata da quella successiva. Mica per niente il grande pubblico lo ha conosciuto con una canzone in cui si autodefiniva “perdente”, invitando l’ascoltatore a ucciderlo, sorta di incarnazione dell’altrettanto iconica t-shirt, resa famosa da Axl Rose, “Kill Your Idol”, solo senza professarsi idolo.

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