Sorry We Missed You, Ken Loach firma un “Ladri Di Biciclette” per gli anni Duemila

Per parlare di precariato, il regista inglese firma con lo sceneggiatore Paul Laverty un’opera che sa di neorealismo. “Io, Daniel Blake” guardava a "Umberto D.", questo ricorda l’altro capolavoro di Vittorio De Sica

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Sorry We Missed You è il messaggio che i corrieri lasciano quando non riescono a trovare il destinatario. Il titolo dell’ultimo lavoro dell’83enne regista britannico Ken Loach, aiutato qui come negli ultimi venticinque anni dal fido sceneggiatore Paul Laverty, è stato lasciato in inglese. Ma molto in questo film ha un sapore da neorealismo italiano.

Loach si è sempre occupato dei problemi della classe operaia, in opere d’impronta marcatamente realista. Eppure è come se, di fronte alla crisi economica dell’ultimo decennio, allo stravolgimento delle dinamiche di un mondo del lavoro sempre più fragile, avesse capito che per raccontare le peripezie dei nuovi precari si rendeva necessaria una forma narrativa ancora più scabra. Una forma, soprattutto, lontana dai vezzi dello storytelling contemporaneo, magari più smaliziati e brillanti, ma che a lui devono suonare come un sottoprodotto di quell’economia di cui è figlia anche l’industria culturale di oggi e il suo modo di dar forma alle storie, così attento al plot e ai personaggi e così poco alla loro umanità.

Per questo, a costo di sembrare un passatista che racconta storie semplicistiche in uno stile anacronistico, ha spogliato le sue ultime opere di qualunque orpello, ritrovandosi con gli esseri umani, i loro bisogni essenziali, le loro sofferenze. Gli ultimi due film, entrambi girati a Newcastle – essenziale per la verosimiglianza l’unità di luogo – Io, Daniel Blake e Sorry We Missed You, formano una sorta di dittico neorealistico. Il primo, la commovente vicenda di un vedovo sessantenne che dopo un infarto ha perso il lavoro, scoprendosi drammaticamente superato dai tempi, è l’Umberto D. di Ken Loach. Invece la storia di Rick (Kris Hitchen), della moglie Abby (Debbie Honeywood), dei due figli e dei loro tentativi di rifarsi una vita grazie a un nuovo lavoro, ricorda nella struttura Ladri Di Biciclette.

Con questo parallelo non intendo dire che siamo di fronte a dei capolavori della statura dei due classici di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. È piuttosto una questione di estetica ed etica della messinscena, che Loach si pone per essere il più onesto possibile con la materia narrata. L’inizio di Sorry We Missed You è folgorante. Rick vuole intraprendere il lavoro di corriere per conto di una piccola azienda. Maloney (Ross Brewster), l’imprenditore, mette subito in chiaro come stanno le cose, utilizzando le formule della nuova lingua di gomma del lavoro. In cui si è imprenditori di sé stessi, “non timbri il cartellino, ma ti rendi disponibile”, e non sei assunto, ma “procedi all’affiliazione”.

Non gli viene chiesto, come al disoccupato Antonio Ricci, se possiede una bicicletta ma se ha un furgone per le consegne. E se più modestamente la moglie del film di De Sica impegnava le lenzuola per riscattare la due ruote al Monte di Pietà, qui è Abby a sacrificarsi, vendendo l’auto che le serviva per il lavoro di assistente domiciliare agli anziani per conto di un’agenzia – un impiego da 12 ore al giorno per un compenso molto basso che dovrà svolgere usando gli autobus. Oltre al furgone, l’altro elemento fondamentale del lavoro di Rick è un costoso dispositivo palmare che gestisce l’intero processo: legge i codici a barre, traccia le spedizioni, indica i percorsi all’autista, lo avvisa sulle tempistiche da rispettare. E, cosa più importante, consente al datore di lavoro che non è il suo datore di lavoro di monitore tutto in tempo reale.

La vita per Rick e Abby diventa difficile. E se Antonio Ricci percepiva la durezza della sua crisi materiale e morale attraverso gli occhi del figlioletto che lo accompagnava per le vie della Roma del dopoguerra, qui è il rapporto di mutismo e contrasti tra lui e lo sbandato figlio adolescente, però legatissimo al padre, a far deflagrare il senso di fallimento del genitore.

Il dramma è sempre a un passo dal melodramma ricattatorio in Sorry We Missed You, con le disgrazie che si sommano l’una all’altra in un modo che a uno storyteller di oggi apparirà poco elegante. Ma già André Bazin lamentava il “demone del melodramma” al fondo della poetica neorealista, che non per questo gli sembrava meno grande. Loach e Laverty di loro ci aggiungono l’attenzione ai dettagli, grazie alle tante conversazioni intrattenute con veri fattorini per capire come costruire un magazzino di smistamento credibile, riempito poi di attori che sono autentici autisti – come in Io, Daniel Blake c’erano i veri impiegati degli uffici di collocamento.

E poi c’è il senso di empatia per gli altri esseri umani come unica chiave di sopravvivenza. Abby cura gli anziani come fossero sua madre – mentre l’agenzia le ricorda che deve considerarli “clienti” –, Rick ha il suo più bel giorno di lavoro quando la figlia l’accompagna a fare le consegne e allora tutto diventa un gioco – il manager però gli ricorda che è assolutamente vietato. Di suo, infine, Loach ci mette la disperazione di un finale senza uscita. Come Antonio Ricci che guardava suo figlio sentendosi, oltre che povero, senza più dignità.