10 di Missincat: un album più che erotico, intimo, ma di quella intimità che mette a disagio

Caterina Barbieri si mette a nudo come donna e come artista e nel farlo parte dal sangue

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Qualsiasi cosa tu possa fare, io posso farla sanguinando.

Ho letto questa frase su Instagram, scritta su un paio di slip indossati, immagino da Ali Tate, è lei che viene citata a didascalia della foto, e condivisa da Amanda Palmer.

Non ho idea di chi sia Ali Tate, ma di Amanda Palmer ci si può fidare.

Qualsiasi cosa tu possa fare, io posso farla sanguinando.

La scritta si trova proprio in prossimità del pube, su una macchia rossa che spicca in quegli slip bianchi.

Chiaramente fa riferimento alle mestruazioni, ma è una frase che mi ha fatto riflettere. E mi ha fatto pensare a una artista di cui intendo parlarvi oggi: Missincat, consapevole che associare una qualsiasi artista alla parola mestruazioni potrebbe provocare disagio, ma ancor più consapevole che questo disagio sia qualcosa che alberga nella testa di chi un disagio lo vive a prescindere dalle parole che uno scrittore può decidere di tirare fuori dal cilindro, e fortunatamente Missincat non rientra tra queste persone e spero neanche voi che state leggendo.

Missincat, quindi, e il sanguinare.

Ho conosciuto Missincat, al secolo Caterina Barbieri, questa estate a Berlino, dove mi trovavo in vacanza con mia moglie e i miei quattro figli e dove sapevo lei abita da anni. Lei ha proposto a me e alla mia famiglia di vederci nel suo quartiere, quel Mauerpark, ci ha spiegato, che da dopo la caduta del muro è diventato un quartiere a altissima intensità giovanile. Anzi, un quartiere a totale densità giovanile, perché gli adulti, una volta caduto il muro, sono voluti tutti scappare a Berlino Ovest, in massa, lasciando campo libero a giovani, studenti, anche scappati di casa, che hanno quindi fatta propria la zona, trasformandola, era ovvio, in un grande luogo di incontri e di fermento. Un luogo in continuo cambiamento, come del resto tutta Berlino, quantomeno idoneo per conoscere una artista come Missincat, che in dieci anni di carriera solista, 10 è anche il titolo del suo nuovo album, il primo totalmente in italiano, ha cambiato già tante pelli.

Ho conosciuto Missincat questa estate a Mauerpark, quartiere di Berlino, in un ristorante vietnamita. In realtà, però, ci conoscevamo almeno da otto anni, seppur da lontano, virtualmente si dice per motivi che confesso mi sfuggono. Perché da critico musicale conoscevo Missincat per quello che aveva fatto con le Vertigini, la band tutta al femminile nella quale aveva militato come bassista,nella sua prima vita, quando ancora stava a Milano, e poi per le sue prime prove da solista, tutte arrivate quando ormai si era trasferita a Berlino. Per questo, quando nel 2010 ho cominciato a lavorare all’idea della prima antologia Anatomia Femminile ho pensato di coinvolgerla, complice la partecipazione a quel progetto di Zoe Vincenti, in quel caso fotografa di tutte le cantautrici coinvolte, e nelle Vertigini voce solista. Missincat, al secolo Caterina Barbieri, come detto, si era già trasferita a Berlino, quindi il suo è stato un coinvolgimento a distanza, tramite i social. Era sui social che avevo conosciuto Zoe, sui social che avevo conosciuto Massimo Roccaforte di NDA Press, la casa discografica che poi nel 2011 pubblicherà quella prima antologia, e sui social che avevo conosciuto quasi tutte le artiste che avrei coinvolto. Virtuale un cazzo, verrebbe da chiosare, perché la vita che conduciamo sui social, almeno per come la intendo io, è assolutamente reale, e le conoscenze, anche le amicizie che facciamo sui social, sono in tutto e per tutto equiparabili a quelle che facciamo di persona, e se uso questo vecchio modo di dire non è perché pensi che sui social non ci si conosca di persona, ma solo perché la lingua italiana evidentemente non si è ancora aggiornata ai nostri tempi.

Sia come sia, Missincat, contattata a distanza, mettiamola così, ha deciso di prendere parte a quel progetto così strampalato, allora. L’idea, ne ho parlato ormai quasi allo sfinimento, nasceva dalla mia necessità di spiegare a mia figlia, allora di nove anni, che presto sarebbe diventata una donna, una donna adulta, intendo. Io, da scrittore, mi trovavo e mi trovo ancora oggi, nell’incapacità di raccontare cosa significhi essere donne in Italia in questa porzione di storia, e mi trovo nell’incapacità di spiegare più in generale significhi essere donne. Di qui l’idea di chiederlo a una serie di cantautrici della scena indipendente, a partire da parti del corpo. Anatomia Femminile, appunto. Una idea semplice, che in qualche modo mi era venuta in mente proprio mentre in Italia si apparecchiava la tavola per affrontare per la prima volta da tempo la questione femminile, si pensi a tutta la vicenda del Se non ora quando, partita sicuramente dal casus belli delle Olgettine, di Noemi e tutta quella storia lì, e poi sfociata in un nuovo femminismo, con il film Il corpo delle donne della Zanardo come autoproclamato manifesto. Un’idea semplice, quindi, che avrebbe anche potuto avere un suo riscontro commerciale, solo avesse avuto dietro un’etichetta capace di muoverlo come avrebbe dovuto. Un’idea semplice che avrebbe potuto avere un riscontro culturale, pure, se invece non si fosse in qualche modo impigliato nelle tante difficoltà che essere cantautrice in Italia all’epoca, come oggi, comporta. Da quel progetto è comunque nato qualcosa di più grande, sempre sotto il nome Anatomia Femminile, quindi altre due antologie, con in totale una settantina di artiste coinvolte, un Festivalino, ovviamente andato di scena sui social, e dove se no, che ha visto pubblicati oltre trecentoventi video inediti di cantautrici che eseguono dal vivo un loro brano, eventi live in giro per l’Italia, dal Mei di Faenza passando per Sanremo, via via fino a Roma. Lì, in quel primo vagito di Anatomia Femminile, Missincat cantava la sua prima canzone in italiano, Tu Con Me, dedicata ai capelli. Di lì a poco sarebbe anche uscita Capita, in duetto con Dente, oggi indicata spesso come la sua prima esperienza con la nostra lingua, lei che ormai oggi parla quasi esclusivamente inglese e tedesco. Perché il progetto Missincat è stato, almeno fino a 10, uscito recentemente, un progetto di cantautorato pop-rock in lingua inglese. E in questa definizione così generica, in realtà, c’è davvero buona parte di quello che Missincat ha provato a fare, anzi, è riuscita assai bene a fare, lontano da noi, ha preso quello che oggi viene chiamato Indie, la contiguità con quel Dente che in qualche modo è stato il padre putativo del genere, insieme a Niccolò Contessa de I Cani, non è mica casuale, lo ha spinto verso una maturità compositiva che affonda le radici più in quello che un tempo era il nostro underground, la musica alternative, insomma, quella che ruotava intorno al Tora Tora, e ha poi shakerato il tutto tirandone fuori un prodotto squisitamente pop, intendendo con Pop, fatemi usare questa cavolo di lettera maiuscola, non quello che passa nelle nostre radio di flusso, intendiamoci, ma più quello di una St.Vincent, di una FKA Twigs, volendo guardare un po’ più indietro di una Imogean Heap, roba matura e leggera al tempo stesso, profondamente dolorosa ma non per questo dimessa, anzi, tirata a lucido come di chi sa che è anche dall’estetica che si capisce un’anima, l’occhio, nel caso specifico l’orecchio, vuole la sua parte. Perché nei brani contenuti in 10, titolo che non indica la decima prova di studio della nostra, in realtà arrivata con questo al quarto lavoro dopo l’esordio di Back in My Feet, Wow e Wirewalker, nei brani contenuti in 10, dicevo, Missincat si mette a nudo, come donna, come artista, come cittadina del mondo, e nel farlo parte dal sangue, quello con da cui e con cui questo mio scritto è partito. Giocando su piani narrativi che una voce lieve, femminea e bambinesca insieme, Missincat si fonde completamente, almeno questo sembra a noi che ascoltiamo, con Caterina, andando in qualche modo a compiere una sorta di quadratura di un cerchio durato, appunto, dieci anni. Dieci anni duranti i quali Missincat ha sperimentato non solo come artista in prima persona, ma come produttrice, una gamma di suoni tanto ampia quanto la gamma che si trova tra l’elettropop adulto di 10 e il cantautorato lo-fi, tutto voce, e chitarra dell’esordio, dieci anni quest’anno. Un cerchio che ha visto e vede Missincat vestire i panni della storyteller, voce narrante presente, certo, ma non necessariamente protagonista delle storie narrate. Ascoltate la consapevole Oggi No, o la contemporaenissima, nei temi trattati, Mare, per non dire della curiosa Più Vicino o dell’amara Come Una Dea, per scoprire una artista che è al tempo stesso Alice nel Paese delle Meraviglie e Wonder Woman, Lady Godiva e Ophelia, Betty Boop e la Gioconda. Canzoni, so di ripetermi, che sono delle istantanee, non delle storie, badate bene, delle istantanee, nelle quali si possono trovare brandelli di carne sanguinante a fianco di pezzi di cuore palpitante, anime eteree e pelli tirate a lucido. Missincat ci fa male, ma lo fa per il nostro e il suo bene.

Dovendo, o meglio volendo trovare una immagine che rappresenti in maniera plastica le nove canzoni in italiano che compongono 10, questo incontro ravvicinato tra il personaggio Missincat e la sua autrice Caterina Barbieri, mi viene in mente una lontana performance artistica, forse dovrei chiamarla istallazione artistica, di Marina Abramovic e dell’allora suo compagno Frank “Ulay” Uwe Laysiepen. Una installazione del 1977 dal titolo Imponderabilia, ne avrete sicuramente sentito parlare. L’installazione avvenne alla Galleria Comunale  d’Arte Moderna ci Bologna. C’era una porta stretta, molto stretta, unico accesso alla museo, e sullo stipite della porta, una di fronte all’altro c’erano i due artisti, Marina Abramovic e Ulay, completamente nudi. Qualcosa di disturbante, più che di erotico, di intimo, certo, ma di quella intimità che mette a disagio. Un disturbo cui chi voleva accedere al museo non poteva però sottrarsi, semplicemente girandosi dall’altra parte, proprio perché i due stavano sulla port, a restringerne notevolmente il passaggio. Il pubblico, in pratica, non poteva entrare senza toccare, strofinarsi, aggrovigliarsi a quei corpi, prendere parte alla loro nudità, alla loro intimità esposta. Per una volta sono i corpi nudi a imporre la loro presenza violenta, e chi è vestito prova assai più imbarazzo di chi non ha abiti.

Ecco, Missincat ci aspetta sull’uscio della sua arte, Caterina a restringere lo spiraglio per entrarci. Entrambe nude, a porci di fronte al nostro dolore.

Lasciamoci disturbare da tanta leggerezza.

Lasciamoci sedurre.

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