Guardo a Your Capricious Soul di Michael Stipe come si guarda a un palpito di vita in mezzo all’apocalisse

Stigmatizzare la ricerca di consensi nell'era dei social: niente streaming per Stipe, nessun ascolto distratto, stop all'azzeramento di tutto

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Cassandra non ha fatto una bella fine, diciamocelo apertamente. Certo, quelli e quelle a cui predisse la morte sono in effetti morti, la città di cui predisse la fine, la distruzione, l’annientamento è caduta, puntuale come le tasse, perché se una ha il dono della preveggenza non ce n’è, ci azzecca sempre. Ma alla fine, per mano di Clitemnesta e Egisto, lì a Micene, durante l’attentato a Agamennone, morì anche lei. E non che in precedenza se la fosse passata benissimo, tra stupri (hanno idea i tifosi dell’Ajax cosa faceva il loro eroe per passare il tempo?), rapimenti e la visione sconcertante della sua Troia data alle fiamme, con tutti i suoi parenti uccisi, alcuni per mano del loro stesso sangue. Una che vedeva la fine imminente e ha provato in tutti i modi a mettere in guardia gli altri di cosa il Fato avesse riservato loro, inascoltata. Del resto, chiunque abbia più figli si è trovato di fronte a strane richieste dei figli maggiori, alla nascita dei più piccoli, e non è che la prima cosa che detti genitori sono andati a pensare è: adesso diamo ascolto ai più grandi e uccidiamo i piccoli. Immagino.

È anche vero che Cassandra era una predestinata, e non sempre capita a chi ha figli, anche parecchi. Talmente una predestinata che ancora oggi è una Cassandra chiunque predice un futuro poco fausto, o forse sarebbe meglio dire un futuro catastrofico. Cassandra, dunque. Brutta storia. Come è brutta la storia che mi sono preso il tempo e lo spazio di raccontare negli ultimi anni. L’apocalisse. La fine imminente. La distruzione del pianeta musica. Noi a cavallo che vediamo in controluce, all’orizzonte, la fiamma della Statua della Libertà coperta di sabbia, ricordate? Più un Plinio il Giovane che racconta della morte dello zio famoso, più che Cassandra, ma di Plinio la gente in genere si ricorda solo che ce n’erano due, il Vecchio e il Giovane, e tante grazie se si ricordano almeno questo.

Va bene anche Cassandra, non scartiamo grasso.

Cassandra e l’annuncio della fine imminente.

La fine del sistema musica per come lo abbiamo conosciuto, non certo perfetto, ma sicuramente meglio del niente che ci si prospetta all’orizzonte.

Lo dico da anni. Anche se non sono un preveggente. Non sono un predestinato. Non sono neanche particolarmente arguto, a dirla tutta, mi limito a guardare dalla finestra e raccontare cosa vedo, magari con giusto quel pizzico di malizia che l’età e l’essermi prudentemente tenuto fuori dai giochi mi ha concesso. Come un drone che ha tutto il paesaggio di fronte, non solo un dettaglio vicino. Un drone che ha però anche gli zoom, sia chiaro, mannaggia a me e quando mi addentro in metafore che poi non so gestire.

E per questo, guardando dalla finestra, magari diciamo guardando nella stanza in cui abito, perché anche io sto dentro l’apocalisse che mi sono trovato a descrivere, nel pianeta di cui ho annunciato la fine imminente.

L’ho fatto ripetutamente, andando a scoperchiare situazioni che mi sembravano paradossali, che erano oggettivamente paradossali, ma che per ragioni a me sconosciute erano lì, palesi, da anni ma mai raccontate, date per normali, naturali, e l’ho fatto ripetutamente andando a prendere magari a sberloni quelli che ravvedevo come responsabili di questa fine imminente, mica solo a urlare come Cassandra, cazzo, subendo per questo messe al bando, minacce, insulti, tutto molto effimero, perché parlo di musica, roba leggera, certo, ma con un carico di pressioni notevoli, stressanti.

La fine è imminente. Ho detto. La fine è arrivata. E la fine poi è arrivata davvero.

A questo punto dovrei poter dire che non mi ha trovato impreparato. Non che mi interessi particolarmente dire la verità. Non ho fatto mia l’idea che il postmoderno sia superato, forse si è intuito, e il realismo in sé mi sembra tanto triste quanto sopravvalutato. Specie se sfocia nell’ipermoderno, moralismo vuoto e sterile, senza neanche la volontà di stupire e evadere. Dovrei dire che la fine non mi ha trovato impreparato per una mera questione di meriti, ho buttato giù un albero, o ho contribuito a farlo, non vuoi farti una foto con il tronco appoggiato a terra, la sega in mano?

Ma la storia di Cassandra, sopra, dice molto. Lei sapeva, sapeva tutto, ma è stata rapita, stuprata, fatta prigioniera e infine ammazzata, il tutto dopo aver visto morire tutti i suoi cari, la sua città data alle fiamme, morte e distruzione ovunque.

Io non sono mica un preveggente, sarò libero di rimanerci male?

In fondo, pensateci, sono sempre gli altri quelli che si salvano, i paranoici che vivono di merda tenendo sempre d’occhio i sismografi, quelli che hanno un bunker fornito di tutto sotto casa, ma che per non farlo sapere ai vicini preferiscono vivere tutta la vita isolati, infelici, quelli che si mettono a dieta ancora prima di essere ingrassati, di avere il colesterolo alto, quelli che pur di non morire non vivono, in sostanza.

Meglio morire come Cassandra, a questo punto. Almeno sai che non resterà nessun altro a organizzare un premio in tuo nome.

Perché oggi, in questa terra desolata e fumante che è il pianeta musica dopo la sua implosione, landa desolata e fumante per la quale mi aggiro spaesato, come nelle scene iniziali di Lost, dopo l’incidente aereo, al ralenti, senza colonna sonora, senza rumori di fondo che non sia quel costante ronzio proprio della distruzione, sicuramente senza voci umane, perché mi è evidente di essere un sopravvissuto, un Will Smith che presto si troverà a parlare con dei manichini dentro un negozio di dischi, questa sì metafora azzeccata, cazzo, peccato non averci pensato prima, in questa terra desolante e fumante per la quale mi aggiro, il pianeta musica, sembra davvero di essere nel giorno dopo l’Apocalisse. Non succede più nulla. Non dico che non succeda più nulla di rilevante, intendiamoci, non succede più nulla e basta. Uno si guarda intorno e vede solo macerie, macerie che in parte ho contribuito a rendere tali, perché magari prima lì c’erano non dico grattacieli, ma quantomeno palazzi, ma che ora sono macerie e basta, neanche di quelle buone per costruirci su qualcosa, e in questo il postmoderno, e che cazzo, è stato fenomenale. Solo macerie. E morte. Tutti quelli che fino a ieri erano lì, che facevano gli spavaldi, i fenomeni, quelli che parlavano di sold out, esibivano certificati d’oro e di platino, si muovevano con crew che neanche Putin, ora sono in terra, riversi, il sangue a ettolitri. Ricorderete anche voi, forse. Era tutto un parlare di gente il cui nome oggi non lascia traccia nella memoria, ma che se la cantava e se la suonava neanche fossimo al cospetto di Wagner o Ligeti. Anzi, se glielo facevi notare, che polvere erano e polvere sarebbero tornati a essere, l’aspetto è dalla mia, ragazzi, fatevene una ragione, ti maledicevano, pubblicamente, invitando i propri seguaci a fare altrettanto, poveri stolti.

Ora sono corpi esanimi, lì a terra. E potrei anche star qui a fare i nomi, non è che ci vuole poi un grande impegno di fantasia. Che fine ha fatto il Nek che mi mandava allegramente a cagare in diretta su RTL 102,5 durante il Festival di Samremo? O dove sono i numeri promessi e mai esibiti dei biglietti venduti dai TheGiornalisti al Circo Massimo? Anzi, dove sono proprio i TheGiornalisti, visto che la pantomima del Love al Massimo non è durato neanche una settimana, bye bye e vai di nuove finzioni? Ma la lista è davvero lunga, e inutile da esibire. Sono morti tutti, e sembra che tutti abbiano anche una fottuta paura di mostrarsi, preferendo far propria la logica della preda che si finge morta sperando di scappare al predatore. Niente più sfarzo, quindi, niente più sold out proclamati ai quattro venti e più finti di un totem di cartone, niente più vendite milionarie, perché tanto poi lo sanno tutti che i numeri dello streaming, per dirla alla Salmo, sono il corrispettivo della Champions League vinta però il giovedì sera giocando a calcetto con gli amici. Niente più finti duetti con star internazionali, star che neanche sanno della vostra esistenza sul pianeta Terra, perché in ogni nazione la loro canzone ha un featuring diverso, scelto direttamente dalla discografica, figuriamoci se sanno chi siete. Niente più Disco più importante dell’Anno, perché poi guardi la classifica e in testa ci trovi Stocazzetto che con qualche milione di streaming ha fatto schizzare in vetta una canzone che è costata duecento euro, prevalentemente di birre e sciroppi, zero studio di registrazione, e più che altro proprio zero studio. Niente, è tutto morto. Tutti tentano di mettersi insieme, esattamente come succede in quei film e telefilm apocalittici, in cui le bande si alleano per sconfiggere i cattivi, che siano gli zombie, i vampiri o chi vi pare. Quindi vai di duetti, di featuring, di trii, di quartetti, chi più ne ha più ne metta. Poco conto che il niente che quei duetti frutteranno dovrà essere spartito per venti autori, cinque editori, tre case discografiche, chissà quanti artisti, management e via discorrendo, l’importante è esserci, fingersi vivi. Gira voce che vorrebbero fare così anche a Sanremo, pur di infilare più nomi tra i venti concorrenti. Anche se su Sanremo quest’anno c’è una sorta di maledizione, una nebbiolina insistente e pervasiva che non permette a nessuno di brindare e festeggiare, come accadeva in passato. La parola d’ordine è “trasparenza”, perché non vorrai mica che poi scatti una qualche polemica, una qualche inchiesta, che arrivi un mega Tapiro d’Oro a stazionare davanti all’Ariston anche con Amadeus. Trasparenza, che al momento fa rima con inconsistenza, perché nulla si sa, nulla si dice, tutti morigerati e francescani.

In questo scenario di morte e distruzione, però, c’è ancora un palpito di vita. È ovvio, succede sempre così, è successo a Troia, se no non ne avremmo avuto notizia, succede anche nelle serie tv, perché visto mai che arriva una nuova stagione o uno spin-off. Nessuna fine è mai definitiva, al limite si tratterà di raccogliere i cadaveri, buttarli in una fossa comune, cospargerli di calce e seppellirli, tanto la faccenda degli zombie è una leggenda, mica è reale. Credo.

Il palpito di vita, nello specifico, lì, come un fiore che sboccia al ralenti, mentre tutto ancora è devastato, risponde al nome di Your Capricious Soul di Michael Stipe. Sì, quel Michael Stipe lì, il frontman dei R.E.M., band americana che ha lasciato le scene ormai quasi due lustri fa, una delle voci più significative del momento di passaggio tra i due millenni, fondamentale per chiunque sia nato tra i sessanta e i settanta, ma non solo, ha deciso di tornare in scena, e lo ha fatto con un singolo che prende decisamente le distanze dalla musica della band di Athens, Georgia. Il brano in questione, in realtà già fatto sentire dal vivo, in una di quelle occasioni in cui si è presentato con una lunga barba da asceta. Un brano, sempre che sia possibile spiegare con parole semplici il senso del testo di una canzone firmata da Stipe, che sembra voler stigmatizzare la ricerca di consensi nell’epoca dei social, e già a rileggerlo provo vergogna per me, incapace ovviamente di rendere quella tensione che la canzone porta in sé, con quell’elettronica vuota, capace di mettere ansia, con la voce riconoscibile e altra al tempo stesso, quella mancanza di circolarità che in genere ci si aspetta dai brani rock e pop, quella irrisolutezza che la canzone ci sbatte in faccia nel finale, lasciandoci così, con un coito interrotto. Tutto voluto, ovviamente, intendiamoci, e in quell’ansia lasciata addosso all’ascoltatore è il senso del brano, credo. Si respira dalle ferite, non solo dalla bocca, per dirla col poeta.

Ma è anche altro il motivo per cui si guarda, o meglio, io guardo a Your Capricious Soul di Michael Stipe come si guarda a un palpito di vita in mezzo all’apocalisse. Il ritorno di Stipe, converrete con me, è atteso da sempre, intendendo con quel sempre dal momento in cui i R.E.M. si sono sciolti, otto anni fa. Sicuramente il cantante avrebbe trovato facilmente casa in una qualsiasi major, avrebbe potuto presentare il brano in anteprima in qualsiasi show televisivo di successo, qualsiasi radio se lo sarebbe conteso. Di più, una qualsiasi piattaforma di streaming, da Spotify a Tidal, ne avrebbe dato anteprima con grande lustro e prestigio, perché è Michael Stipe, e che cazzo. Invece Stipe, in giro per presentare il suo nuovo libro fotografico, ha deciso che la canzone sarebbe uscita solo sul suo sito, gratuitamente o in versione a pagamento, per beneficenza al movimento di attivisti Extincion Rebellion, che si occupa di cambiamento climatico, con donazioni che possono partire da 77 centesimi di dollaro. Chi acquista il brano, quindi decide di non usufruirne gratuitamente, ha diritto a degli optional che vanno dal master del brano in Aif al poster in pdf legato alla canzone, a una galleria di 73 autoritratti di Stipe, da sempre dedito anche alla pittura, chi lo vuole gratis ha il brano in M4A. A chi è più attento non sarà sfuggito che il formato che Stipe mette a disposizione di chi acquista il brano è decisamente impraticabile per chi è abituato a ascoltare la musica con supporti quali lo smartphone o il talbet. Considerando poi che il brano non è in streaming sembra proprio che Stipe abbia deciso di non rendere possibile un ascolto frammentario, distratto, di quelli che hanno appunto portato all’apocalisse di cui sopra, alla morte, alla distruzione, all’azzeramento di tutto. Un palpito di vita, appunto, perché è proprio in queste forme di ribellione, certo una ribellione non violenta, a un sistema che ha appiattito tutto, prima, e fatto implodere il tutto, poi, che si può cominciare a ricostruire qualcosa. Curioso che a farlo sia un artista che ha già tanto dato, e non, per dire, un giovane che si sarà pure accorto che coi milioni di streaming non ci si campa. Non è invece curioso che a farlo sia Stipe, come in precedenza ci aveva provato anche Thom Yorke, perché la consciousness passa anche dal modo in cui la musica la ascolti, non solo da quella in cui la pensi, la componi e la esegui.

La vita è ancora lì, direbbe Cassandra prima di morire. Viva la vita.

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