Successo, polemiche, allarme sociale: Joker è il caso dell’anno. Ma il “cinecomic d’autore” si ferma alla superficie

Record d’incasso per il film di Todd Phillips. E polemiche sui rischi di emulazione della violenza. Joaquin Phoenix impressionante. Ma c’è più forma che sostanza nella sua interpretazione. Lo stesso limite del film

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Joker si avvia a un debutto da 95 milioni di dollari al primo weekend in America, un record assoluto per il mese di ottobre, annuncia The Hollywood Reporter. In Italia fino alla prima domenica il film si assesterà sopra i 6 milioni. Tutto questo nonostante, anzi probabilmente anche grazie all’allarme connesso alla “pericolosità” della pellicola, col rischio di emulazioni e il divieto di presentarsi alla proiezione indossando maschere o travestimenti – è ancora forte negli Usa la memoria della strage di Aurora, in cui durante una proiezione de Il Cavaliere oscuro – Il ritorno uno studente universitario di 24 anni, mascherato, fece una strage.

Risultati al botteghino ed enorme attenzione mediatica intorno al Joker di Todd Phillips e del suo protagonista Joaquin Phoenix – al quale pure va addebitata la paternità, tale è l’impatto della sua interpretazione sul senso generale del film – non fanno che confermare l’impressione della vigilia. Quella cioè di trovarsi di fronte a un autentico “caso”, per la capacità del film di posizionarsi in una casella quasi completamente sgombra, quella del film d’autore popolare.

Joker parla al vasto pubblico degli appassionati dei cinecomic – si tratta pur sempre della storia dell’arcinemico di Batman, anche se Bruce Wayne qui è solo un bambino che si vede appena – e allo stesso tempo ai fruitori del cinema alto, data la confezione lavoratissima e l’ispirazione cinéphile, coi rimandi ai classici della New Hollywood e le citazioni scoperte, da Tempi Moderni di Chaplin a Voglio Danzare Con Te con Fred Astaire e Ginger Rogers. E il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia è giunto semplicemente a ratificare un’operazione nata esattamente con quelle intenzioni.

Il cinecomic resta in verità un elemento tangenziale, l’ispirazione di Joker è di altra natura. Il protagonista Arthur Fleck è un modesto clown che ha l’ambizione di diventare uno stand up comedian, dice lui, per diffondere felicità e allegria. In realtà è l’uomo meno allegro del mondo, un individuo tormentato ai limiti della psicopatologia. È una versione aggiornata del Travis Bickle di Taxi Driver: come recitava il manifesto del capolavoro di Martin Scorsese, “un nessuno che sogna di diventare qualcuno, un uomo solitario e dimenticato che deve disperatamente provare di essere vivo”.

Joker

Dal cinema di Scorsese e della New Hollywood, Phillips trae di peso il décor e l’immaginario metropolitano. La Gotham City di Joker è una New York anni Settanta, sporca, aggressiva, alienante. I media in apertura raccontano di una città invasa dai ratti, gli esterni urbani hanno un colorito smorto, violento, gli interni sono squallidi, sporchi, con luci invariabilmente difettose. Le musiche di Hildur Guðnadóttir sottolineano, se ancora ce ne fosse bisogno, la sensazione di un mondo in via di decomposizione.

Al centro c’è Arthur, che vive con una madre malata, ossessionata dal miliardario Thomas Wayne – per cui un tempo ha lavorato –, al quale scrive continuamente misteriose lettere.  Come Travis Bickle, Arthur ama guardare la televisione: e come il Rupert Pupkin di Re Per Una Notte, sempre di Scorsese – l’altro riferimento obbligato di Joker –, sogna il successo televisivo, che per lui corrisponde a un’ospitata nello show di Murray Franklin (Robert De Niro, che era stato Pupkin), famoso anchorman che nelle allucinazioni del giovane diventa una figura paterna.

A questo impianto Joaquin Phoenix aggiunge un’interpretazione che accresce e persino incupisce lo scenario già definito: pallido, emaciato, di una magrezza malsana che infonde paura, squassato da scoppi di risate compulsive che lo rendono socialmente disturbante. Il ritratto di un uomo ai confini della realtà, che consuma la propria esistenza in una solitudine che si avvita sempre di più su sé stessa. La quale però, questo è il dato che ha finito per inquietare chi ha riconosciuto nel film un messaggio politicamente allarmante, si connette alla rabbia sociale della gente comune, che in lui riconosce una sorta di simbolo, portatore e interprete di istanze collettive.

Istanze che inequivocabilmente mirano all’odio di classe e alla ribellione, indirizzando gli scoppi di violenza metropolitana sui ricchi e i potenti. Siano essi il miliardario Thomas Wayne, che vuole diventare sindaco, o il cinico Franklin, che ospita Arthur travestito da Joker nel suo show, facendo leva sul caso umano per aumentare gli ascolti.

Il film è tutto giocato sulla sovrapposizione stridente tra la risata di Arthur e il suo travestimento da clown da un lato, e dall’altro la tragedia umana sottostante, che a ogni sorriso forzato diventa sempre più evidente. Fino a quando la dissonanza tra superficie ilare e sotterranea sofferenza non esplode in forme apertamente conflittuali, tanto individuali che collettive.

Il racconto però resta elementare e dietro le sue ostentate ossessioni non ha una sostanza all’altezza della dichiarata complessità. Il Travis Bickle di De Niro e Scorsese era un personaggio autenticamente ambiguo, un individuo borderline cui il finale della storia – il serial killer trasformato in figura pubblica positiva dai benpensanti, praticamente l’apologia del giustiziere – aggiungeva ulteriore e allarmante ambiguità.

Arthur è un sociopatico integrale, i cui atteggiamenti conducono la storia esattamente dove è presumibile sfocerà. E l’impressionante interpretazione di Joaquin Phoenix, spossante e aderente, è però condotta su una sola nota costantemente ripetuta. L’attore, e con lui la regia di Todd Phillips, sembrano muoversi alla superficie del personaggio, che infatti viene mostrato spesso a torso nudo per sconcertare con la sua magrezza. Ma dietro quella fisicità esageratamente patibolare ci sono cause scatenanti di ordine psicologo piuttosto semplicistiche, che hanno a che vedere con la figura materna anaffettiva e quella paterna assente.

A tratti Joker funziona come un documentario sulle doti interpretative di Joaquin Phoenix, pedinato e scrutato attraverso ogni dettaglio fisico di una prestazione di grande impatto ma anche esteriore, dell’attore che esibisce l’arte della sua recitazione – cosa che non accadeva invece nella straordinaria prova di The Master.

Il limite è lo stesso del film di Todd Phillips, anche lui fermo alla superficie di una forma parassitaria. Joker mostra fin troppo la sua natura derivativa: dichiaratamente da Taxi Driver e Re Per Una Notte, ma anche da Quinto Potere, cui il discorso sui media e il sottofinale rimandano pesantemente, e in generale da quel cinema della New Hollywood ripetuto calligraficamente. Anche il mondo sull’orlo del collasso, più che costituire il cuore della vicenda, è un fondale dato per acclarato. Perfetto, nella sua patologia conclamata e unilaterale, per annodarsi alla figura del personaggio principale. E nella genericità di un racconto che sarà pure visivamente impeccabile ma che, stringi stringi, dice poco, il Joker rischia davvero di trasformarsi in un esaltante vendicatore degli oppressi.