Generazioni che si confrontano e generazioni che confliggono

Un pianeta che sta per morire, con internet a gestire le nostre vite. Noi siamo quelli che non ce l'hanno fatta a regalare ai figli un futuro migliore, se non addirittura un futuro

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L’altro giorno a mia figlia non funzionava l’iPad. Lo metteva a caricare, perché dava l’uno percento di batteria rimasta, ma non succedeva nulla. Proprio nulla, nel senso che non si caricava, ma la batteria rimaneva costantemente all’uno percento. Per ore e ore. Al che ci è venuto il sospetto, perché in fondo siamo perspicaci, che ci fosse un problema. Come tutti, quindi, sono andato in uno di questi laboratori gestiti da cinesi. Subito la tizia che sta al bancone, perché è un laboratorio gigantesco, con tre vetrine, in zona via Padova, mi ha fatto notare come l’iPad di mia figlia fosse curvato. Non me ne ero accorto, forse perché non gestisco un laboratorio che aggiusta aggeggi tecnologici, più probabilmente perché la vita è troppo caotica, anche a luglio. Sia come sia la tipa mi ha dato il referto riguardo l’iPad in questione, al che sono uscito e sono andato in un altro laboratorio. Non è cattiveria, ma quando ti sparano certe cifre è sempre bene fare confronti. Al secondo laboratorio ero già stato più volte, sempre per questioni simili. Sta nello stesso palazzo dove abitavo fino a un anno fa, e il gestore, cinese, si chiama Matteo.

Questa faccenda dei cinesi che usano nomi italiani per non confonderci mi fa sorridere, perché io, personalmente, sono molto più confuso nel sentire al telefono un tizio che parla con forte accento orientale e mi dice, “sono Matteo”, più che altro, ma questa è altra faccenda. Lì da Matteo, che rispetto all’altro laboratorio ha un negozio molto più piccolo, una stanza, roba di quartiere, ci sono due persone davanti a me. Una sta finendo di pagare, l’altro è un signore parecchio anziano. Entro e mi metto dietro di loro. La signora paga, saluta e se ne va, tocca al signore. Per capire la scena, avrà intorno a ottantacinque anni, pochi capelli ben sparsi sulla testa, calzoni ascellari tenuti su con una cinta elastica, la camicia fresca, sotto la quale si vede la canottiera, scarpe di tela coi lacci. Un classico ottantacinquenne da città, direi. Si avvicina e inizia a parlare, a voce piuttosto alta, tipica di chi non sente molto. Io sono a meno di un metro da lui, perché, ripeto, il negozio è piccolo. L’anziano inizia, “Buongiorno mi può aiutare, non riesco più a trovare i siti porno”. Potrei dire di aver sussultato, insicuro di quello che ho sentito. Ma non è vero, il tizio parla a volume talmente alto che non ci sono dubbi. Ha detto proprio, “Buongiorno, mi può aiutare, non riesco più a trovare i siti porno.” Mi è ovviamente venuto da ridere, ma tanto il tipo parlava a voce alta e non mi ha sentito sbuffare, come quando ti torna su qualcosa che hai bevuto e cerchi di trattenerlo.

Ha infatti proseguito, spiegando esattamente cosa era successo, esattamente per quanto sia possibile a un tizio di ottantacinque anni con i pantaloni ascellari. “Le mie figlie mi controllano il cellulare e devono aver fatto qualcosa, perché io prima andavo su Gogol e scrivevo ‘SITI PORNO’ e mi comparivano, adesso non mi è più possibile”. Tralasciando la poeticità di chiamare Gogol il posto dove vai a cercare i siti porno, invece che Google, la cosa che più mi ha colpito, sappiatelo amici leghisti che cagate tanto il cazzo sul sovranismo e queste paure di commistioni di razze, è la professionalità con cui Matteo, il cinese titolare del negozietto, ha ascoltato l’anziano, girandosi lo smartphone tra le mani come se da qualche parte, lì all’esterno, ci fosse un problema capace di impedire al vecchietto erotomane di andare su Gogol. Forse perché anche il vecchietto ottantacinquenne con i pantaloni ascellari ha capito che il problema non era nello schermo o nel retro dello smartphone ha ripetuto tutto il discorsetto, per filo e per segno.

Al che Matteo ha acceso lo smartphone, ha controllato qualcosa, e, suppongo, avrà visto che le figlie del vecchietto appassionato di Valentina Nappi hanno messo dei filtri per impedire al loro anziano genitore di guardare scene che ai loro occhi devono sembrare un po’ poco associabili a coloro che da piccole le teneva sedute sulle ginocchia facendole dondolare. A quel punto, però, Matteo ha chiesto al signore anziano di mettersi seduto da una parte, perché nel mentre doveva servire me, concludendo in qualche modo un siparietto che io, fossi il regista di questo film, avrei portato avanti almeno un altro quarto d’ora.

Il fatto è che, da sempre, le generazioni che si susseguono faticano a capirsi.

Cazzata, un tempo le generazioni più giovani non pretendevano di essere capite dalle precedenti, non era loro diritto farlo, non lo chiedevano perché sapevano che finché ci sarebbero state quelle precedenti sarebbero state loro a pretendere rispetto e a indicare in qualche modo la strada da seguire. Non siamo esquimesi, nessuno ha mai pensato che gli anziani dovessero andare a morire nel silenzio del pak, almeno fino a un certo punto. Certo punto che è coinciso con l’invenzione dei giovani, cioè quella fascia di età intermedia tra i bambini e gli adulti, suppongo che abbiate presente di cosa parlo, e che magari ne facciate anche parte. Ecco, i giovani non ci sono sempre stati, o almeno, c’erano ma non erano stati codificati in quanto tali. O eri un bambino, e quindi eri totalmente alle dipendenze degli adulti, sia a livello di necessità sia a livello di obblighi, o eri un adulto, e nel caso fossi un adulto più piccolo di un altro adulto, gli portavi rispetto e evitavi di provare a convincerlo di quelle che, con ogni probabilità, allora neanche ti passava per la testa di chiamare “tue ragioni”.

Poi, nel Novecento, a un certo punto, qualcuno ha pensato che i giovani potessero essere un target commerciale, e quindi eccoti gli adolescenti, i teenager, i giovani, appunto. La cosa, va detto, è coincisa anche con quella che da allora è stata la musica per i giovani. O meglio, anche qui, e sto ovviamente tagliando con la falce dei passaggi che potrebbero anche essere fondamentali, la cosa è coincisa con quella che all’epoca è stata la musica per i giovani, il rock ‘n’ roll, quella che gli ha fatto scoprire la ribellione, il sesso, la gioventù, appunto, e che oggi viene considerata una musica per vecchi, per noi.

Perché è di questo che voglio parlarvi e che il vecchietto coi pantaloni ascellari e le figlie stronze che gli impediscono di cercare SITI PORNO mi ha permesso di introdurvi, del fatto che se oggi provate a far notare a un giovane, un giovane tipo, nel mio specifico, senza andare lontano, uno dei miei figli adolescenti, che la loro musica è obiettivamente una musica demmerda, derivativa al cento percento di musica che nel secolo scorso ha prodotto esemplari assai più vividi e interessanti, ma soprattutto, per dirla col solito Mark Fisher, incapace di indicare una qualsiasi strada per il futuro, in questa perfetta metafora dei tempi che dette musiche sono chiamate a rappresentare, loro, i giovani, gli adolescenti, i miei figli, ti rispondono che è sempre stato così, che da sempre i genitori dicono ai figli che ai loro tempi si stava meglio e che da sempre i figli rispondono di no.

Ecco, sappiatelo o giovani adolescenti che ascoltate musica discutibile e che, in questo sì giovani adolescenti, siete armati da quell’assolutismo ideologico che vi fa pensare che qualsiasi cosa vi passi per la testa sia verità scolpita sulla roccia, non è affatto sempre stato così.

I miei genitori sono nati nella seconda metà degli anni Trenta, durante il fascismo, e a pochissimo dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. I miei nonni erano nati alla fine dell’Ottocento, essendo mio padre secondo di due figli, ma nato a distanza di venti anni dal fratello e mia madre settima di otto figli, quindi arrivata quando mia nonna era già grandicella.

Ecco, né io con loro, né, tantomeno, loro con i loro genitori abbiamo mai parlato di questi argomenti. Nel senso, mio padre era un grande appassionato di Modugno, per dire, e a me non è mai venuto in mente di dirgli che Modugno faceva cagare, era roba per vecchi, e che i Dead Kennedys, la musica che ho scoperto io da ragazzino, fosse molto meglio di Modugno. Ascoltavo Modugno in casa, ascoltavo Le Orme e Jackson Browne quando a gestire lo stereo era mio fratello Marco, più grande di me di otto anni, ascoltavo Baglioni quando era il turno di mia sorella Caterina, più grande di me di sei anni, e poi mettevo sullo stereo i Dead Kennedys. Che probabilmente al resto della mia famiglia faceva cagare, perché poco capivano quel furore, quelle distorsioni, quelle stonature, ma visto che si era in periodi in cui la musica stava cambiando sensibilmente si dava forse per scontato che le cose dovessero girare così, cambiassero, appunto.

Mio nonno Mario, per intendersi uno che aveva fatto la Prima Guerra mondiale negli Arditi, repubblicano figli di repubblicani, e che per non andare a fare la Seconda Guerra mondiale coi fascisti aveva prima perso un posto da ferroviere, finendo a lavorare al macello, e poi era ricorso al metodo estremo di tagliarsi un pollice con la mannaia davanti al gerarca che ne reclamava l’arruolamento, ecco, mio nonno Mario aveva una tombola che si chiamava La tombola dei capelloni, e che rappresentava, appunto, con un disegno sul cartellone con tutti i numeri e sulle varie cartelle, dei capelloni non tanto riversi da quelli ritratti nel fumetto The Freak Brothers. Ma quando mio fratello, sul volgere dei settanta, si è presentato in casa coi capelli lunghi e piastrati, una sorta di James Taylor anconetano, non è che gli ha fatto una scenata, ha probabilmente pensato che aver combattuto per la libertà non era stata questa grandissima cosa, ma ha accettato i cambiamenti. Del resto chi ha fatto le guerre, come lui, o chi le ha subite, come i miei, non hanno mai rimpianto i bei tempi andati, perché i tempi andati non erano poi così belli, e perché c’era una potente idea di futuro, lì, davanti ai loro occhi, cui guardare per loro ma soprattutto per noi, figli e nipoti.

Forse io e i miei fratelli abbiamo provato, prima generazione a farla, figlia di chi aveva vissuto sulla propria pelle la ricostruzione, e aveva avuto modo di prendere parte, magari non proprio da protagonista, al boom economico, ecco, forse io e i miei fratelli abbiamo potuto testare in qualche modo una qualche forma di ribellione, ma eravamo anche in provincia, e le rivoluzioni, specie quelle culturali, sono arrivati assai dopo che nel resto del mondo.

Io suonavo la chitarra elettrica, ve l’ho raccontato, laddove mia madre aveva visto un futuro fatto di violoncello, ma loro erano stati sfollati, e mio padre era stato sfollato dove io andavo ai concerti New Wave e punk, per loro deve essere stato quasi esaltante vedere una evoluzione, un cambiamento, una volontà di andare avanti.

Poi, e qui, in genere, passo dall’essere un teorico della teoria antropologica dell’hauntologia al passare per un vecchio brontolone di quelli che si lamentano di come gli architetti tirano su i palazzi nei cantieri, poi di colpo tutto si è fermato. Siamo arrivati al nuovo millennio, che doveva essere nella nostra fantasia quello delle navicelle spaziali, dei teletrasporti, della Luna, e ci siamo trovati in un pianeta che sta per morire, con internet a gestire le nostre vite. E soprattutto con la musica che non è più in grado da tempo di evolversi, ma si limita a ripetere vecchi cliché, senza neanche sforzarsi troppo di passarci sopra una mano di bianco.

Questo ha anche fatto sì che si guardi alle altre generazioni, quella dei nostri anziani come quella dei ragazzi, con sospetto, se non addirittura con ostilità. I vecchi sono quelli a cui impediamo di guardare i SITI PORNO, i giovani quelli che ascoltano musica demmerda. Noi, ma si può tranquillamente essere parte delle altre due generazioni, ne sono certo, semplicemente adottando preconcetti e pregiudizi giusto un filo differenti, noi siamo quelli che non ce l’hanno fatta a regalare ai figli un futuro migliore, se non addirittura un futuro.

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