Addio a Peter Fonda, l’indimenticabile protagonista di Easy Rider

Malato di cancro, muore a 79 anni l'attore diventato icona grazie al film simbolo della controcultura degli anni Sessanta. Era figlio del leggendario Henry, fratello di Jane e padre di Bridget Fonda.

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A 79 anni è morto nella giornata di venerdì 16 agosto Peter Fonda, l’indimenticabile protagonista di Easy Rider, a seguito di complicazioni respiratorie dovute al cancro ai polmoni che l’aveva tormentato in questi ultimi mesi.

Sua moglie Parky ha rilasciato una dichiarazione a nome della famiglia: “In uno dei momenti più tristi della nostra vita, non siamo in grado di trovare le parole appropriate per esprimere il dolore nei nostri cuori. E, mentre piangiamo la perdita di questo uomo dolce e gentile, desideriamo anche che tutti celebrino il suo spirito indomito e l’amore per la vita. In onore di Peter, per favore, alza un bicchiere alla libertà”.

Peter Fonda apparteneva a una delle grandi famiglie cinematografiche della storia di Hollywood, figlio del leggendario Henry, padre di Bridget e fratello di Jane Fonda, che l’ha subito ricordato così: “Sono molto triste. Era il mio fratellino dal cuore dolce. Il chiacchierone della famiglia. Ho passato dei bei momenti da solo con lui in questi ultimi giorni. Se n’è andato ridendo”.

Rispetto al padre e alla sorella la carriera di Peter s’è svolta in tono tutto sommato minore. Ma forse, persino più di loro, Peter Fonda è stato un’icona, grazie a quello spartiacque e incredibile fenomeno di costume nella storia del cinema che fu appunto Easy Rider. Fu una deflagrazione nel 1969 questo film, vincitore del premio come opera prima a Cannes, che Peter scrisse anche (ottenendo una nomination all’Oscar) e produsse. Fu una plastica rappresentazione, dal sapore volutamente mitologizzante, del mondo dei giovani e della controcultura, di cui metteva in scena la passione per le droghe, la musica rock di Hendrix, Byrds, Steppenwolf, e soprattutto le figure dei protagonisti, il Billy del regista e attore Dennis Hopper e il Wolf, detto Capitan America, di Peter Fonda, cui si aggiunge il Doc di Jack Nicholson (che ottenne la seconda nomination del film come non protagonista).

L’inizio di Easy Rider, al ritmo di “Born To Be Wild” degli Steppenwolf

A cavallo dei loro chopper si mettono in viaggio attraversando il paese, da un lato simboleggiando la diversità d’una nuova generazione inquieta, dall’altro, con qualche ambiguità, dimostrandosi eredi della tradizione dei pionieri, seguendo il mito americano del rinnovamento e del cambiamento attraverso l’apertura di una nuova frontiera. Easy Rider riscosse anche un notevole successo al botteghino negli Stati Uniti, ben 41 milioni di dollari, terzo incasso dell’anno. E il risultato commerciale fu fondamentale, permettendo il cambio della guardia che portò all’affermazione della New Hollywood della nuova generazione di registi, Coppola, Scorsese, De Palma. Nel 1998 per Easy Rider arrivò anche il riconoscimento dell’American Film Institute, che l’ha inserito all’ottantottesimo posto della classifica dei film statunitensi più importanti di sempre. E nello stesso anno fu scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso, ritenuto “significativo dal punto di vista culturale, storico o estetico”.

Peter Fonda
Peter Fonda accanto al padre Henry

Nato a New York nel 1939, quando arriva a Easy Rider Peter Fonda è già un attore piuttosto noto, con esperienze teatrali a Broadway e diversi film, dalla pellicola di guerra I Vincitori (1963) a Il Sole Nella Stanza (1963) accanto a Sandra Dee, fino al primo ruolo che lo rivela alla critica, quello di un alienato mentale in Lilith, La Dea Dell’Amore (1964) di Robert Rossen. Nel 1966 è tra i protagonisti de I Selvaggi del maestro del cinema indipendente Roger Corman, che in qualche modo prelude alle atmosfere di Easy Rider. E i viaggi lisergici di quel film sono anticipati da quelli de Il Serpente Di Fuoco, sempre diretto da Corman nel 1967, in cui Peter Fonda è un regista in crisi che cerca sé stesso attraverso l’LSD, in un’opera (scritta da Jack Nicholson) che si regge sulla sua performance e i viaggi psichedelici.

In Metzengerstein, l’episodio di Roger Vadim di Tre Passi Nel Delirio (1968), recita per una volta accanto alla sorella Jane, prima di imbarcarsi nell’avventura di Easy Rider. Dopo tenta anche la via della regia, con tre film: Il Ritorno di Harry Collings (1971) è un western, in cui Peter Fonda è anche protagonista, un cowboy insofferente dimidiato tra vita domestica e voglia di libertà, in un ruolo che mette in luce le parentele tra il personaggio di Easy Rider e miti americani ben radicati; il fantascientifico Idaho Transfer (1973), tra distopia e viaggi nel tempo; ultimo Wanda Nevada (1979), strampalato western melodrammatico sul legame tra un baro e una ragazzina, che si segnala soprattutto per il cameo del padre Henry Fonda, per l’unica volta insieme al figlio in un film.

Peter Fonda
Una immagine recente di Peter Fonda accanto alla sorella Jane

Gli anni Ottanta e Novanta furono decisamente in tono minore, con titoli come il farsesco La Corsa Più Pazza D’America (1981), Ore 13: Dopo Il Massacro La Caccia (1985), la partecipazione nel 1996 a Fuga Da Los Angeles di John Carpenter. Il 1997 è l’anno della rivalsa, con L’Oro Di Ulisse (1997) di Victor Nuñez, in cui nel ruolo da protagonista, un apicoltore vedovo minacciato dai malviventi che fa di tutto per tenere insieme la famiglia, Peter Fonda ottenne una meritata nomination all’Oscar con una prova di recitazione intensa e sommessa.

Il trailer de “L’Oro Di Ulisse” (1997) con cui Peter Fonda ottenne la nomination all’Oscar

Il seguito è stata una carriera di alti e bassi, con film anche di autori interessanti, come lo Steven Soderbergh de L’Inglese e Ocean’s Twelve, il James Mangold di Quel Treno Per Yuma e, persino, la partecipazione a Ingannevole È Il Cuore Più Di Ogni Cosa, diretto nel 2004 da Asia Argento. Ma sembra quasi, in questi e altri film minori, che la presenza di Peter Fonda fosse spesso usata prima che per le qualità, indubbie, dell’attore, per il profumo di leggenda che l’icona di Easy Rider riusciva ancora a irradiare, quella promessa inestinguibile di libertà che sa eternamente di anni Sessanta e corse senza meta in motocicletta.