Associare Keith Emerson agli uomini violenti e ai femminicidi è un’occasione persa per tacere

Come fa uno come Romagnoli su Repubblica, uno che è anche un bravo scrittore, capace di usare la lingua, di trovare idee originali, a dire una cosa del genere nella sua rubrica?

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Tanti anni fa, quando ho cominciato a scrivere, pensavo che il racconto fosse una forma narrativa molto interessante, e mi interrogavo perché in Italia venisse così poco preso in considerazione. All’epoca, del resto, erano gli anni Novanta, in molti di quelli che venivano considerati, anche a ragione, le rockstar della letteratura, penso ai minimalisti americani, Ellis, Mc Inerney, Leavitt, citavano Raymond Carver come proprio idolo, e Carver solo racconti aveva scritto per tutta la sua vita. In Italia, però, niente, chi scriveva racconti era considerato poco, come se fosse il romanzo la vera prova provata che uno fosse uno scrittore e non un semplice scribacchino.

A confortarmi in questo mio interrogarmi su faccende che, a venticinque anni, mi sembravano fondamentali, arrivò un libro che trovai a suo modo geniale, seppur vagamente stucchevole in alcuni punti. Era una raccolta di racconti, appunto, che per di più metteva in pratica un escamotage in tutti i suoi racconti, sempre lo stesso, come se l’autore si fosse imposto una regola tassativa. I racconti, vado a memoria, dovevano durare poco, intorno alle trenta righe, non di più, e il finale avrebbe dovuto cambiare il senso del racconto. Due regole, quindi, non solo una.

Il libro, molto bello, o che all’epoca mi parve molto bello, era Navi In Bottiglia di Gabriele Romagnoli, uno degli autori scoperti da Pier Vittorio Tondelli nelle sue antologie Under 25, mi sembra di ricordare.

Da allora Romagnoli ha continuato a scrivere, libri, certo, ma prevalentemente articoli, diventando una firma di punta del giornalismo. I racconti continuano a essere vessati in Italia, forse a ragione. Io non scrivo più narrativa, ma di questo non credo si siano accorti in molti.

In molti, invece, almeno nella mia bolla social, si sono accorti di uno degli ultimi editoriali di Gabriele Romagnoli, da qualche tempo titolare della rubrica La Prima Cosa Bella per La Repubblica. È lui, lì, a scrivere buone notizie, così lascia intendere il titolo, un po’ come altrove fa Gramellini.

Qualche giorno fa, l’8 luglio per chi incappasse in questo articolo in futuro, Romagnoli ha scritto un suo editoriale sull’Hammond L-100 appartenuto a Keith Emerson, leggenda delle tastiere, in mostra al Metropolitana Museum di New York.

L’Hammond, riportato anche in foto, è malconcio, e chi conosce l’arte di Emerson sa anche bene perché. Romagnoli sembra non sapere molto di Emerson, a parte il suo essere stato parte del trio che lo vedeva suonare con Lake e Palmer. Sa, perché questo lo sanno anche i sassi, che Emerson era solito avere dei veri e propri scontri fisici col suo amato strumento, lui cita il ficcare i coltelli tra i tasti, per mantenere le note e un finale con tanto di fuoco appiccato. Rock ‘n’ roll, in buona sostanza. Ma nel raccontarci tutto questo, parte integrante della mitologia e immaginario del rock neanche di prima mano, Romagnoli azzarda un accostamento che, diciamolo, non è dei più felici. Passa infatti a parlare di donne picchiate, uccise, donne di cui ha raccolto le storie, ci tiene a farci sapere, donne, dice, “finite nelle mani sbagliate”, imbastendo quindi un parallelo tra uomini violenti, femminicidi, e Keith Emerson, artista. Donne, prosegue, salvate da altre mani, si suppone a loro volta di uomini, come lui e Emerson. A leggere questo parallelo, scritto anche con toni volutamente poetici, sentiti, mi sono risalite le palle su per i canali dai quali, mi hanno spiegato quando è nato il mio primo figlio, Tommaso, a un certo punto della prima infanzia scendono, andando a riempire lo scroto. Perché, mi chiedevo mentre leggevo, come cazzo fa uno che è anche un bravo scrittore, capace di usare la lingua, di trovare idee originali, a dire una cosa del genere? Cioè, non è in grado, Romagnoli, di leggere nell’iconografia rock? Cosa avrà mai pensato quando ha visto Jimi Hendrix bruciare la sua chitarra elettrica, la sua amata chitarra elettrica, o cosa deve aver pensato, per dire, quando ha visto Brian Molko colpire le casse dell’Ariston, durante il passaggio sanremese dei Placebo? Anche lui, come le salme che erano presenti in sala è trasalito, non capendo perché un musicista dovesse rovinare le attrezzature e gli strumenti che gli permettono di suonare. Figuriamoci, signora mia, c’è gente che spaccava una chitarra a concerto, come Kurt Cobain, che infatti era un drogato e giustamente è morto suicida, o Pete Townshend dei The Who. Addirittura i Clash, che infatti erano dei punk, sicuramente dei delinquenti, hanno immortalato il momento in cui il loro bassista, Paul Simonon, spacca il suo strumento nella copertina di London Calling, facendone una delle immagini più famose di tutti i tempi, chissà che bel parallelo con un uomo che uccide la moglie perché non gli ha preparato il piatto che si aspettava che ci si potrebbe tirare fuori.

Il punto è, credo, che a volte invecchiando ci si rincoglionisce. Lo dico perché ho da poco compiuto cinquant’anni e inizio a vedere i primi segni di cedimento. E lo dico perché leggo cosa ogni giorno scrive gente non tanto più vecchia di me, da Michele Serra a Romagnoli, appunto. Gente certo costretta a tirare fuori una idea al giorno, ci mancherebbe altro, ma che magari se non ha di meglio da dire forse a volte dovrebbe lasciare uno spazio vuoto, come a indicare un fallimento umano, umanissimo.

Keith Emerson, artista tormentato la cui storia e vita è emblematica della sua arte quanto del proprio tormento, non violentava il suo strumento, no, lo suonava come un Dio e, nel furore delle sue esecuzioni, lo percuoteva, conscio di avere di fronte uno strumento, non certo una donna. Semmai lasciava per sé i lati oscuri del proprio essere, questo ci ha detto la sua biografia, ma questi, anche un Romagnoli poco ispirato converrà con me, rientrano in quella ineluttabile categoria di fatti da racchiudere nel folder “cazzi suoi”. Le donne percosse, accoltellate, bruciate vive, non sono paragonabili a un Hammond, che non può soffrire e morire. E non lo sono, percosse, accoltellate, bruciate vive perché sono capitate tra le mani sbagliate, non diamo un tono poetico a qualcosa che di poetico nulla ha. Sono vittime di criminali, punto e basta. E i criminali vanno raccontati con parole dure, da criminali. Senza accostarli a geni della tastiera, seppur geni che uno conosce solo perché faceva parte di un trio con Lake e Palmer (magari anche per la sigla di Odeon, toh).

Siccome però ho letto con attenzione Navi In Bottiglia, e di quella raccolta felice di racconti, felice in quanto ben scritta, mi ricordo soprattutto un racconto, L’Uomo Con La Pioggia Dentro, una storia che vi consiglio di andarvi a cercare, la trovate anche online, e che oggi potrei benissimo essere io, inondato dalla pioggia, come la terra che mi ha dato i natali, ma non per la pioggia che ha inondato la terra che mi ha dato i natali, ma per la stronzata che mi è toccata leggere nella rubrica di Romagnoli, ecco, siccome però ho letto con attenzione Navi In Bottiglia, e quindi un po’ di gratitudine per Romagnoli la provo, vado a pescare nel mio passato, e nel passato di un altro di quelli che un tempo pensavamo fossero geniali e che oggi spesso consideriamo vecchi tromboni, Michele Serra. Vado a pescare nel nostro comune passato, mio e di Serra, per andare a suggerire un argomento di cui scrivere su La Prima Cosa Bella in uno di quei giorni, come lunedì 8 luglio 2019, in cui qualcosa di sensato proprio non vuole uscire, almeno non farà altri danni.

Ricorderete tutti, è una domanda retorica, non rispondete, che Serra ha a lungo diretto quel piccolo gioiello di satira che si chiamava Cuore. Lo ricordate se c’eravate allora, perché era una lettura imperdibile, ammettetelo anche voi che oggi siete a vostra volta dei tromboni, magari non così vecchie, e lo ricordate anche se non c’eravate, perché grazie ai social ogni tanto torna in auge qualche memorabile copertina, su tutte quella che uscì riguardo il cambio dell’ora legale e i socialisti, che torna di dominio pubblico ogni anno. Ecco, su Cuore c’era una rubrica, di cui, ve l’ho detto che mi sto anche io rincoglionendo, non ricordo esattamente il titolo. Qualcosa come Motivi per cui vale la pena vivere. Era una rubrica che raccoglieva i voti dei lettori, che li esprimevano, in tempi pre-internet, spedendo lettere e cartoline. Ogni settimana c’era la classifica dei Motivi per cui vale la pena vivere. All’epoca, si era negli anni Novanta, io e i miei amici ci vedevamo a Piazza Cavour, la piazza principale di Ancona, quella vicino al comune e che si trova tra il corso e il viale. Ci vedevamo lì, senza bisogno di darci appuntamento, sempre allo stesso posto, e suppergiù alla stessa ora. L’ora era poco prima di cena, verso le 19, e poi dopo cena, verso le 22, prima di andare da qualche parte, un pub, un locale dove si faceva musica. Il posto era la panchina davanti all’edicola, per noi semplicemente “la panchina”. Essendo tutti lettori di Cuore, non mancavamo ogni settimana di votare tutti “la panchina di Piazza Cavour” come Motivo per cui vale la pena vivere, e “la panchina di Piazza Cavour” finiva puntualmente in Top 10. Arrivò addirittura nei primi tre posti, un paio di volte, spinta dal nostro entusiasmo. Ma il primo posto, lo sapevamo, era inattaccabile. Faceva un campionato a sé, come il Celtic in Scozia in quegli anni, o come la Juventus, recentemente, da noi. Nessuno è mai riuscito a conquistare il primo posto, dal primo numero di Cuore in cui è apparsa la rubrica all’ultimo.

Ecco, prima di svelarvi l’arcano, mi urge specificare che l’argomento che suggerisco di trattare a Romagnoli, lo stesso che ha tenuto la testa della classifica di Cuore della rubrica Motivi per cui vale la pena vivere è in perfetta linea con la poetica che può spingere un uomo a scrivere che Keith Emerson che suona il suo Hammond maltrattandolo è come un uomo che uccide una donna, stessa testa, stesso modo di vedere il mondo. Sguardo bonario verso le donne, povere creature, fortuna che ci siamo noi uomini sensibili, intelligenti, colti. Peccato, giusto, che ogni tanto a qualcuno sfugga la mano, e pianti un coltello tra i tasti, o tra le costole.

Ecco, ho detto tutto, e mentre mi sto gonfiando di pioggia, come il protagonista del racconto L’Uomo Con La Pioggia Dentro, gran bel racconto, lancio l’argomento per la prossima puntata de La Prima Cosa Bella. Al primo posto della classifica di Cuore della rubrica Motivi per cui vale la pena vivere c’è sempre stata lei, sempre e solo lei, la figa. Almeno su quello, credo, anche Keith Emerson si sarebbe trovato d’accordo con Romagnoli, credo.

Commenti (6):
Matteo B.

Cercavo possibili parole per reagire a quel pezzo di Romagnoli e le ho trovate qui, apprezzo dunque la capacità di esporle in modo logico: io per dire faccio fatica, la prendo troppo sul personale e sbaglio.

Purtroppo tanto di ciò che si scrive e si legge è asservito alla retorica, a piccoli schemi mentali che oggi o domani sono di moda, sono sulla bocca di tutti, e allora si salta di palo in frasca, si accostano cose slegate tra loro…grandi musicisti e criminali, come ci si può prendere una simile libertà? Svilire così la storia del rock, palesare la propria ignoranza a riguardo e rovesciarla addosso agli altri…gran bell’esercizio, complimenti.

Bcleo

Condivido ogni parola, essendo incappato nel delirante pezzo di Romagnoli che mi ha lasciato basito per l’ingiustificabile pressappochismo. Ah, la rubrica di Cuore si intitolava “Il giudizio universale”.

Marco B.

Da estimatore fin dal lontano 1972 del progressive rock, di cui Keith Emerson è stato geniale protagonista, non posso che rivolgere una sola parola: grazie.

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