Ci sarà un seguito del documentario Leaving Neverland sul processo a Michael Jackson del 2005, ma ad una condizione

Il regista sta pensando ad un seguito del documentario Leaving Neverland sul processo a Michael Jackson del 2005, che lo assolse dalle accuse di pedofilia

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Potrebbe avere un seguito il documentario Leaving Neverland su Michael Jackson e i presunti abusi sessuali perpetrati ai danni di diversi bambini alla fine degli anni Novanta. Trasmesso da HBO ai primi di marzo riaprendo un aspro dibattito tra sostenitori dell’assoluta innocenza di Jacko da un lato e della sua evidente colpevolezza dall’altro, Leaving Neverland è arrivato anche in Italia questa settimana, trasmesso da Canale 9 in due parti, e ha generato un’ondata di indignazione che ha riguardato perlopiù le vittime e non il presunto carnefice.

Le accuse di Wade Robson e James Safechuck, che nel documentario raccontano di anni di abusi sessuali da parte di Michael Jackson nell’ambito della “frequentazione” che hanno avuto con lui tra i 7 e i 14 anni, avvenuti nella tenuta/parco giochi di Neverland e non solo, sono state accolte perlopiù con scetticismo dal pubblico, che sui social si è scagliato contro il documentario per una serie di motivi. Ritenuti scarsamente attendibili per una serie di ragioni che vanno dal modo in cui è stato girato il documentario (pochi documenti e molte testimonianze, quasi esclusivamente delle vittime e dei loro familiari) al fatto che Robson abbia precedente testimoniato al processo contro Jackson nel 2005 in sua difesa sostenendo di non essere mai stato abusato, i due protagonisti sono stati ricoperti di insulti e identificati come accattoni in cerca di fama sulla pelle della leggendaria superstar, come spesso accade in casi di victim shaming.

Ma a dividere il pubblico, a causare sconcerto ed innescare una serie di conseguenze a catena (dalle radio che bandiscono Jackson ai musei che ritirano le sue statue) è il fatto che nei loro racconti ci sono indubbiamente elementi di verità già acclarati in sede processuale, come il fatto che Jackson avesse l’abitudine di far dormire i bambini che ospitava a Neverland nel suo letto, che teneva i loro familiari in stanze separate, che aveva fatto istallare un sistema di allarme a protezione delle intrusioni nella sua stanza da letto ed altre inquietanti circostanze che contribuiscono a rendere credibili le testimonianze degli abusati. C’è poi una verità processuale, che ha visto assolto Jackson in 9 capi d’imputazione su 10 dichiarandolo non colpevole delle accuse di svariati reati a sfondo sessuale. E proprio quel processo potrebbe essere al centro di un secondo documentario.

Diretto da Dan Reed, che si era già occupato dell’argomento pedofilia nel documentario The Pedophile Hunter, Leaving Neverland potrebbe avere un seguito dedicato al processo che il cantante ha affrontato nel 2005 per approfondire quella assoluzione, come ha spiegato in una lunga intervista a thestage.com. Il progetto sarà messo in cantiere solo se il principale accusatore dell’artista in quel procedimento, Gavin Arvizo, accetterà di parlarne.

Sì, mi piacerebbe farlo. Il film che mi piacerebbe seguisse a questo è il processo di Michael Jackson. Potrei farlo solo se la vittima e la sua famiglia partecipassero. Sarebbe un film molto più debole senza di loro. Non voglio far seguire a Leaving Neverland un film più debole. Se Gavin Arvizo e la sua famiglia fossero d’accordo a partecipare, mi piacerebbe molto raccontare la storia di quel processo. Penso che sia affascinante e sorprendente che Michael sia stato assolto. Il modo in cui è accaduto è una storia incredibile e dovrebbe essere raccontata.

Il regista difende il proprio lavoro dicendosi “sicuro” dell’onestà intellettuale con cui è stato realizzato, visto che le testimonianze dei due protagonisti sono state sottoposte a controlli e fact-checking rigorosi, che c’è stata una lunga preparazione prima di girare e che molte delle contestazioni che arrivano dai fan di Jackson sono infondate. Ad esempio, la critica relativa al fatto che i due testimoni risultassero molto freddi, quasi intenti a recitare un copione, con rarissimi momenti di emozione e tensione evidenti, è stata rigettata da Reed come frutto della diffusa “ignoranza su come le persone effettivamente elaborano l’impatto psicologico a lungo termine degli abusi sessuali su minori“, soprattutto quando avvengono, come in questo caso, senza costrizione fisica: “Nessuno di questi ragazzi sta dicendo che Michael lo ha spinto a terra o buttato in un angolo violentandolo brutalmente. Non è quello che stanno dicendo“. In effetti i racconti dei due uomini sembrano rievocare degli incomprensibili e ingiustificabili legami sentimentali con Jacko, sfociati tra i 7 e i 14 anni in rapporti sessuali di cui ricordano nitidamente i dettagli ma che, in quei momenti, non comprendevano essere sbagliati e abusanti. I loro racconti somigliano più a quelli di relazioni tossiche in cui le vittime sono convinte di avere un rapporto d’amore con il loro carnefice: Robson e Safechuck parlano di Jackson come qualcuno che hanno amato, di cui cercavano le attenzioni perché spinti da un affetto accecante nei confronti di un idolo, al punto da scambiare l’abuso per una dimostrazione d’affetto e da non rendersi conto che rapporti sessuali tra un adulto e un bambino o pre-adolescente è sempre uno stupro, un abuso di potere, un reato punibile penalmente.

Per loro l’abuso sessuale in quel momento non era traumatico. Dicono nel film che è stata un’esperienza piacevole, amorevole, gentile e premurosa. L’abuso sessuale su minori è un atto criminale, lo sappiamo. Ma non stanno ricordando qualcosa che li ha davvero sconvolti in quel momento. Le conseguenze psicologiche si manifestano durante l’età adulta perché la tua vita è costruita su una bugia, la tua infanzia è costruita su una bugia. Devi mentire a tutti: tua madre, tuo padre, tua sorella, tuo fratello. E questo ha un prezzo. Non si tratta di qualcuno che si ricorda di essere stato stuprato o qualcuno che ha tentato di ucciderli (…) Non è quel tipo di trauma. Le persone ancora non lo capiscono (…) Ricordare l’abuso è questo strano mix del sapere col senno di poi che si trattava di essere stati abusati da bambini, ma anche il ricordo di quel momento di quanto si sentissero bene.

La famiglia dell’artista continua a sostenere la sua innocenza e ritiene che l’opera di Reed “non è un documentario, è un tabloid assassino” che “prende accuse non corroborate su cose che presumibilmente sono avvenute 20 anni fa e li tratta come un fatto“.

Il documentario è disponibile in streaming gratuito su Dplay Italia.

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