Se la strada potesse parlare, il razzismo raccontato come un melodramma (recensione)

Il regista premio Oscar per "Moonlight" adatta un romanzo di James Baldwin. È la storia di due giovani neri, il cui amore viene messo a dura prova quando lui finisce in prigione, accusato di violenza sessuale. Un film che parla di razzismo con uno stile visivo elegante e manierista.

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Dopo l’inatteso risultato del precedente Moonlight (2016), Oscar per il miglior film, il regista Barry Jenkins ritorna con Se la strada potesse parlare, adattamento del romanzo omonimo di un autore iconico e controverso come James Baldwin. Baldwin, morto nel 1987, è stato un intellettuale nero, omosessuale, cosmopolita, attivista del movimento per i diritti civili e autore di acute riflessioni sull’identità afroamericana. Una figura non conciliante e non conciliata, come racconta un bel documentario recente dedicatogli da Raoul Peck, I am not your negro.

Nel titolo italiano del film, Se la strada potesse parlare si perde il riferimento dell’originale If Beale street could talk alla “strada di new Orleans – come scrive Baldwin – in cui sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni uomo di colore americano è nato qui. Beale street è la nostra eredità”.

Se la strada potesse parlare racconta la storia del legame intenso, esclusivo, tra due giovanissimi di colore di 22 e 19 anni, Fonny (Stephan James) e Tish (Kiki Lane), i quali, cresciuti insieme a New York, s’innamorano e hanno un bambino. Fonny ha aspirazioni d’artista, ma viene arrestato per un’accusa di violenza sessuale messa in piedi da un non insospettabile poliziotto bianco. L’amore non si spezza, ma Tish è costretta a portare avanti la gravidanza da sola, mentre le rispettive famiglie di piccola borghesia fanno di tutto per trovare i soldi per pagare i costi della dispendiosa causa processuale.

Barry Jenkins rimescola le carte di una storia d’impianto classico, da un lato aggrovigliando la cronologia, con continui andirivieni temporali; dall’altro sublimando il realismo della vicenda attraverso un approccio poetizzante e di marcato estetismo, come accadeva già in Moonlight. Scelta che allontana il film dalla scrittura di Baldwin, e stende sul racconto, elegante e senza strappi – con una raffinata colonna sonora jazz, la fotografia calda, ralenti e sinuosi movimenti di macchina – una patina che pare stemperare eccessivamente la durezza della storia.

Probabilmente però l’obiettivo di Jenkins in Se la strada potesse parlare è diverso. Il regista cerca una dizione originale per parlare di razzismo, smarcandosi dall’obbligo del realismo che talvolta in film marcatamente “impegnati” rischia a sua volta di trasformarsi in una gabbia espressiva.

Se la strada potesse parlare cerca di trattare il tema in modo differente, in arrischiato equilibrio tra lirismo e manierismo. Quando racconta l’amore tra Fonny e Tish, la lentezza avvolgente d’uno stile fatto di sospensioni narrative regala delle epifanie, in cui il quotidiano viene trasfigurato e trasformato in qualcosa di atemporale, che dice davvero dell’intimità esaltante della relazione amorosa. Soffrono di più le parti legate al dramma, in cui pure s’innestano elementi che creano tensione: la descrizione della vita della piccola borghesia nera, le dispute tra le famiglie dei due ragazzi, gli inserti di foto documentarie in bianco e nero, che contrastano con l’impaginazione visiva morbida del film.

Alla fine Se la strada potesse parlare pare più un melò che un dramma carcerario, infatti Jenkins non mostra né lo stupro né il processo, ma solo gli strazianti dialoghi tra Fonny e Tish in carcere separati da un vetro. Ne risulta un film sicuramente squilibrato però personale, con alcune sequenze memorabili – quella in cui Tish racconta il suo lavoro di commessa in un grande magazzino elegante, che rivela la contorta psicologia alla base dell’intolleranza dei bianchi. Va detto però che, a chi lo guardi in chiave politica, con questi due protagonisti che paiono accettare lo status quo senza ribellarvisi, il film suonerà rinunciatario e irritante.

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