Apocalypse Now Redux: in tv c’è il viaggio al termine della notte dell’animo umano

Stasera alle 21 Iris trasmette la versione del 2001 del capolavoro di Coppola, con 50 minuti di scene inedite. Un film fluviale e ambizioso, che ripensa alle fondamenta le possibilità del linguaggio cinematografico. Ipnotico come il suo protagonista, un indimenticabile Marlon Brando.

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Tutti ricordano la sequenza in cui gli elicotteri americani attaccano i vietnamiti al suono della Cavalcata delle Valchirie, che il colonnello Kilgore (Robert Duvall) fa diffondere perché è convinto esalti i suoi uomini. Niente di più giusto che utilizzare Wagner in Apocalypse Now, che stasera Iris trasmette nella splendida versione Redux, che Coppola rieditò nel 2001 con ben 50 minuti in più rispetto all’edizione originale del 1979. Giusto, perché il compositore di Bayreuth teorizzò nell’Ottocento l’opera d’arte totale, una nuova forma di teatro che sintetizzava tutti i linguaggi espressivi che la precedevano, dando loro nuovo significato.

Indipendentemente dal giudizio sull’esito finale, l’operazione portata avanti con folle determinazione da Francis Ford Coppola possiede davvero le caratteristiche dell’opera d’arte totale, sorta di nuovo linguaggio riassuntivo del passato e insieme ponte gettato enigmaticamente verso il futuro.

Tutto è fuori scala in Apocalypse Now, a partire dall’ormai leggendaria fase di lavorazione del film, rievocata dal documentario Viaggio all’inferno. Come se l’apocalisse fosse davanti e insieme dietro la macchina da presa, visti il tifone nelle Filippine che distrusse le scenografie, l’infarto di Martin Sheen, la crisi matrimoniale di Coppola, le bizze di Marlon Brando, i costi smisurati, che Coppola coprì con soldi in gran parte propri. L’odissea delle riprese e quella del racconto combaciano a tal punto che diventa difficile capire se il risultato finale sia un’opera di finzione o piuttosto una sorta di documento dal vero sul mastodontico set cinematografico.

Il viaggio nel cuore di tenebra, insomma, investe tutti: il colonnello Kurtz (Brando) che in Vietnam ha conosciuto la materia di cui sono fatti gli incubi più profondi dell’animo umano e li ha sposati, trasformandosi in una quasi divinità che dispone delle volontà e delle vite altrui; il capitano Willard (Sheen), mandato a ucciderlo in una missione segreta che lo conduce, attraversando un fiume che accoglie tutti i simboli che lo spettatore è disposto a riconoscervi, oltre i confini del Vietnam e di se stesso; e infine Coppola, anch’egli lanciato oltre gli steccati rassicuranti di un racconto tradizionale, immerso in un’avventura fuori controllo che ne mette alla prova i limiti (“ogni uomo ha un suo punto di rottura” dice il generale a capo dell’operazione).

Apocalypse Now è la riflessione teorica e la messa in pratica di quello che accade quando si supera il confine: fisico, psicologico, individuale, collettivo. Il suo simbolo è il ponte di Do Lung, linea di separazione tra il Vietnam e la Cambogia in cui si è nascosto Kurtz: un’architettura traballante (come l’inconscio dei protagonisti e degli spettatori invitati al viaggio), ogni giorno distrutta dai vietcong e ricostruita nottetempo dagli americani.

Per raggiungere la soglia che conduce all’ignoto però, è indispensabile prima incamminarsi attraverso tutto il noto. E qui è l’operazione di sintesi, dei linguaggi e delle arti, ambiziosamente condotta da Coppola, che fagocita bulimicamente segni e frammenti di passato: spaziando tra i generi cinematografici, dal musical all’horror, compresenti in Apocalypse Now (lo si vorrà mica definire un film bellico?); ripercorrendo la cultura in “alto” (Conrad, Il ramo d’oro di Frazer, Gli uomini vuoti di Eliot, Dante) e in “basso” (musica rock, dai Doors a Hendrix; il surf, le conigliette di Playboy); oscillando tra film d’autore europeo e il cinema come spettacolo di massa (“Questo è meglio di Disneyland”, dice il soldato Lance del Vietnam).

L’esito è davvero una nuova forma d’arte totale o cosa? Coppola consegna ai personaggi la propria risposta: al francese Hubert De Marais (Christian Marquand), che nella più importante sequenza reintegrata nella versione Redux dice a Willard: “Voi americani state combattendo per il più grande nulla della storia”. E a Willard stesso che, rivolto a Kurtz, afferma a proposito della sua strategia di comando: “Io qui non vedo alcun metodo”.

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