Adaline: senza amore l’eterna giovinezza è un incubo

Blake Lively interpreta una donna che non invecchia più, in fuga perenne per non essere scoperta. Ha l’eternità tra le mani, eppure ha smesso di vivere e amare. Fino a quando un uomo ne incrina le certezze. Un film romantico vecchio stile, che non racconta i paradossi del tempo ma quelli del cuore.

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Per uno straordinario fenomeno fisico Adaline Bowman (Blake Lively), nata nel 1908, smette di invecchiare a 27 anni. Una condizione apparentemente fortunata, che si ritorce contro questa giovane vedova con figlia a carico la quale, progressivamente, fatica a nascondere il proprio segreto. Temendo di divenire una cavia da laboratorio – il film ricorda che sono gli anni del maccartismo, dunque non si sa mai – si dà alla macchia, approntando un programma meticolosamente rispettato: ogni dieci anni cambia identità e lavoro, per rendersi irreperibile. Questo significa perdersi la crescita della figlia e negarsi anche l’amore, perché lei reputa impossibile stare accanto a un uomo col quale non poter condividere il reciproco invecchiamento – e, si intuisce, almeno una volta tenere fede al proprio principio deve esserle costato molto.

Ecco che, giunti ai nostri giorni, quando una giovane bibliotecaria di San Francisco dal nome fittizio ha deciso di scomparire nuovamente, compare per la seconda volta qualcuno che incrina le certezze di Adaline: un fascinoso filantropo dall’aria romantica e perbene, Ellis Jones (Michiel Huisman), che la corteggia ponendola di fronte all’interrogativo se fuggire ancora o affrontare le proprie paure. A complicare lo scenario si aggiunge il padre di lui, William (Harrison Ford), che probabilmente appartiene al passato della donna.

Nonostante la trama, Adaline non è un film sui paradossi temporali e non ha nulla delle concitate concatenazioni narrative dei racconti contemporanei, scatole cinesi talvolta cervellotiche di flashback e flashforward. Gli unici paradossi che interessano al regista Lee Toland Krieger sono quelli del cuore, la regola dei sentimenti negati che si è inflessibilmente imposta Adaline. La quale, pur avendo a disposizione un’esistenza infinita, ha deciso di non viverla nella sua pienezza.

È il personaggio principale, nato all’inizio del secolo, a dare il tono al film, un melodramma vetusto, quasi ottocentesco: ricco di passioni, colpi di scena, persino agnizioni. I protagonisti sono gradevoli, beneducati e di ottime letture, e la seduzione tra Ellis e Adaline è punteggiata da omaggi di libri e visite a cinema diroccati di cent’anni fa con tanto di planetario.

La narrazione è garbata, con una didattica voce off che spiega i passaggi più criptici: condendo il fenomeno del mancato invecchiamento di spiegazioni parascientifiche che sono la cosa più tenera e buffa di un’opera decisamente retrò, nutrita di un’impalpabile nostalgia per un’epoca che rimonta al massimo al secondo dopoguerra. Non tanto per le vicende storiche, ma per lo stile di quei tempi: buone maniere, civiltà della conversazione, eleganza del corteggiamento.

Adaline è uno spettacolo vecchio stile, legnoso e un po’ lagnoso, che racconta quel mondo che reputa migliore non tanto direttamente, attraverso i flashback – tutto sommato contenuti, considerato il tipo di storia –, ma soprattutto facendolo affiorare attraverso le maglie di una contemporaneità ineluttabilmente meno affascinante, con un tocco vintage nei gesti, abbigliamento, comportamenti, che la riscattano dalla sua sbrigativa ineleganza. E così conquista il pubblico cui è naturalmente destinato. Gli altri sorrideranno, o non capiranno.

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