Fino a qui tutto bene: arriva una commedia generazionale

Roan Johnson racconta le storie di cinque ragazzi che attraversano l’unico rito di passaggio del tempo della precarietà: la fine dell’università. Un ritratto affettuoso, che fotografa speranze e ansie di chi si affaccia a un’indecifrabile vita adulta. Non privo di ingenuità, ma con un contagioso ottimismo.

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In un’epoca senza più riti di passaggio, l’unica cosa rimasta a scandire il tempo e segnare uno scarto tra il prima della giovinezza irresponsabile e il dopo della vita adulta è la fine dell’università. E allora eccoli i cinque studenti fuori sede (tre ragazzi e due ragazze) di Fino a qui tutto bene, fotografati nel momento inevitabilmente simbolico in cui stanno per separarsi lasciando la casa pisana in cui hanno condiviso ogni cosa.

La seconda regia dell’anglo-italiano Roan Johnson (al suo attivo anche il romanzo Prove di felicità a Roma Est) è nata come una videoricerca commissionata dall’Università di Pisa sugli allievi dell’ateneo. In corso d’opera si è trasformata in un film, frutto della sorpresa di regista e sceneggiatrice (Ottavia Madeddu) nel trovarsi di fronte a ragazzi che restituivano un’immagine positiva e non lamentosa dell’esistenza, senza la vita ai tempi della crisi che affligge la narrazione pubblica del paese.

Il merito del film sta nel riuscire a custodire questo reattivo ottimismo, cadenzandolo in toni da avventura picaresca, frammentata e fantasiosa, che si ricollegano all’opera prima di Johnson, I primi della lista, che raccontava gli anni Settanta di una militanza politica alquanto svagata. Il quintetto attraversa il quotidiano con un misto di goliardia e determinazione: ci sono le bevute, i consumi ridotti all’osso (la ricetta della “pasta col nulla”), le bravate (l’atto sessuale consumato per scommessa con un’anguria dal più surreale dei cinque). Ma anche smarrimenti, litigi, inevitabili delusioni d’amore, problemi adulti (una delle ragazze è incinta di un uomo sposato). Sullo sfondo, a compattare il legame ma anche a segnare dolori difficilmente rimarginabili, la memoria di un caro amico morto, forse suicidatosi senza che nessuno riuscisse a comprenderne il disagio esistenziale.

Il film coglie la dimensione agrodolce della vita sospesa: dove l’euforia esibita bilancia il timore delle responsabilità a venire e in cui la sensibilità individuale assume toni non poco egocentrici, cui l’amicizia di gruppo serve strumentalmente come sordina per le ansie personali.

Fino a qui tutto bene non manca di ingenuità, con insistiti controluce e campi di girasoli a stemperare troppo le tensioni: però il tono acerbo e semi-improvvisato suona autentico e attiva l’immedesimazione nei tanti che hanno vissuto esperienze simili. Quando la vita sembra sul punto di trasformarsi in qualcosa d’altro – e quasi nessuno sa precisamente cosa – e le strade cominciano a divergere: come per il quintetto di protagonisti, dove l’unica coppia del gruppo scoppia e in cui non mancano recriminazioni e insofferenze da manifestare. Quando però arriva l’ultima festa i ragazzi si abbandonano a un abbraccio intenso, totalizzante, che è l’altra faccia della paura della separazione e del cambiamento.

Un film che ha le carte in regola per diventare un cult generazionale, per la sua ironia leggera mescolata a una consapevolezza della precarietà che sfocia in un corretto finale interlocutorio, in cui i ragazzi, di fronte all’avvenire, restano in una situazione di stallo, non si sa se per fare un passo avanti o indietro.

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