Venezia 2016, in concorso “Piuma”, i giovani fragili e spavaldi di Roan Johnson

Oltre al secondo film italiano, oggi in concorso al festival c’è "La región salvaje" del messicano Amat Escalante. E nelle rassegne collaterali compare di tutto: un maestro del cinema (Amir Naderi), una rockstar decadente (Nick Cave), un pornodivo (l’immancabile Rocco Siffredi).

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La seconda settimana del festival di Venezia 2016 comincia con il secondo film italiano in concorso, Piuma di Roan Johnson. Ieri era stata la volta dell’aristocratico documentario Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, giovedì 8 toccherà a Questi giorni di Giuseppe Piccioni. Tre titoli che sono il distillato di 125 film italiani visionati dai selezionatori i quali, in assenza dei nomi degli autori consacrati del nostro cinema (si era sperato in Gianni Amelio, ma il suo film non era pronto), si sono indirizzati su tre outsider. Scelte che il direttore del festival Barbera ha difeso strenuamente, definendoli “coraggiosi, fuori dagli schemi, soprattutto quelli della commedia che domina la produzione italiana”.

Insieme a Roan Johnson l’altro titolo in concorso della giornata è il messicano La región salvaje di Amat Escalante. Ma diversi sono i film di cui parlare nel nutrito programma di oggi, dal ritorno fuori concorso del settantenne maestro iraniano Amir Naderi con Monte, a One More Time with Feeling di Andrew Dominik, che scava nell’ombra del musicista Nick Cave. Passando per la suggestiva archeologia cinematografica di Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison e Rocco, il ritratto dell’onnipresente attore hard Rocco Siffredi firmato da Thierry Demaiziere e Alban Teurlai.

Venezia 2016, Piuma di Roan Johnson

Piuma, di Roan Johnson

Cate (Blu Yoshimi) e Ferro (Luigi Fedele), hanno diciotto anni e stanno per affrontare l’esame di maturità a scuola. Ma il destino li costringe ad affrontare una prova decisamente più complessa, perché la giovanissima coppia scopre di aspettare una bambina. Adesso dovrà, in soli novi mesi, sottoporsi a una sorta di corso accelerato alla vita, per essere all’altezza dell’inattesa trasformazione. Un corso che, naturalmente, coinvolge i futuri giovani nonni, anch’essi risucchiati dal turbine d’una esistenza che garantisce ben poche certezze.

Piuma è il terzo film di Roan Johnson, metà italiano metà inglese, che ha anche al suo attivo un romanzo, Prove di felicità a Roma Est e la regia per Sky della serie tv I delitti del BarLume, tratta dai romanzi di Marco Malvaldi. Appartiene alla generazione dei quarantenni, e in questo film torna a riflettere su quelli che potrebbero essere i suoi fratelli minori o, persino, i suoi figli. Con la sua seconda regia, il bel Fino a qui tutto bene, aveva raccontato un gruppo di ragazzi ripresi durante un determinante rito di passaggio, la fine dell’università. E lì ansie e paure erano riscattate da una voglia ottimistica di vivere che fa gettare il cuore oltre l’ostacolo. Quello che sembra facciano Cate e Ferro, che decidono di tenere la bambina nonostante tutto e guardano positivamente avanti. Perché, dicono, “se rimani leggero come una piuma, e con il cuore dalla parte giusta, allora forse ce la puoi fare”.

“Con Ottavia Madeddu, la mia compagna, Davide Lantieri e Carlotta Massimi abbiamo iniziato a scrivere questo film quattro anni fa – ha dichiarato Roan Johnson –, perché ce la facevamo addosso al pensiero di fare un figlio, e volevamo provare ad esorcizzare questa paura. Adesso siamo tutti genitori e Ottavia e Carlotta sono di nuovo incinte”. Piuma è una commedia che racconta anche la precarietà e l’insicurezza dei nostri tempi: “Questa è un’epoca difficile e complessa – dice Johnson – che ci è arrivata nostro malgrado. Ci salveremo se contro la retorica ci giocheremo la carta della leggerezza e dell’ironia, se al pessimismo di questo mondo sapremo rilanciare con l’ottimismo, se non della volontà, almeno dell’incoscienza e del sogno”. Ed è proprio l’ironia intelligente e controtempo degli altri suoi film che ci aspettiamo di trovare in Piuma, che si candida a essere il beniamino sentimentale del pubblico di Venezia 2016. Dopo il festival appuntamento nelle sale per il 20 ottobre, distribuito da Lucky Red.

Venezia 2016, La región salvaje di Amat Escalante

La región salvaje, di Amat Escalante

A Cannes 2013 il presidente di giuria Steven Spielberg ad Amat Escalante ha consegnato il premio per la miglior regia, per il durissimo Heli. E questo già dovrebbe essere un elemento di garanzia riguardo alle capacità del quasi quarantenne regista messicano. Che stavolta è per la prima volta in concorso al festival di Venezia con La región salvaje. La regione selvaggia del titolo è quella di Messico Bajío, dove vive Alejandra, una giovane madre casalinga con due figli piccoli, in crisi col marito infedele. Suo fratello Fabian è un omosessuale che lavora come infermiere nell’ospedale del luogo. Le loro vite sono sconvolte dall’arrivo di una misteriosa ragazza che li invita a seguirla in una foresta nella quale c’è qualcosa che non appartiene a questo mondo, ma che potrebbe risolvere i loro problemi. Qualcosa che possiede una forza irresistibile, cui occorre sottomettersi.

Il regista, che ha detto di essersi ispirato a due casi di cronaca nera riguardanti atti di violenza contro una donna e un omosessuale, ha dichiarato che il film rappresenta “la mia visione della lotta verso l’indipendenza di una donna e dei suoi due bambini, che combatte contro ostacoli imposti dalla cultura in cui è cresciuta. Voglio mostrare cosa potrebbe succedere quando qualcosa che non è di questo mondo potrebbe essere la soluzione a tutti i problemi”.

La región salvaje utilizza un approccio che sconfina nel fantastico e nell’horror, senza per questo perdere un forte radicamento nella realtà messicana, della quale racconta gli strati sociali più bassi, mettendo in scena una parabola ricca di simboli, che può essere letta come una metafora di un paese che subisce ancora una cultura omofobica e oppressiva.

Venezia 2016, Nick Cave

Gli altri protagonisti: Amir Naderi, Nick Cave, Bill Morrison, Rocco Siffredi

L’irrequieto Amir Naderi. A Venezia 2016 il cinema iraniano è stato molto presente. Si è cominciato con l’omaggio ad Abbas Kiarostami, recentemente scomparso, nel giorno d’apertura del festival. Poi, nella sezione Venezia Classici, è stata la volta di un vecchio film di Mohsen Makhmalbaf, censurato dal regime. Oggi tocca ad Amir Naderi, il più irrequieto degli autori iraniani, che ha lungamente vissuto negli Stati Uniti, dove ha firmato diversi titoli della sua filmografia (Manhattan by Numbers, 1993; Marathon, 2000). “Amir Naderi ha contribuito in maniera decisiva alla nascita del Nuovo cinema iraniano negli anni ’70 e ’80 – ha detto Alberto Barbera –, ma anche dopo il suo trasferimento a New York nel 1988, è rimasto ostinatamente fedele a se stesso e a un’idea di cinema di ricerca e sperimentazione per nulla incline alle mode e alle facili scorciatoie”. Amir Naderi è a Venezia per ricevere il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker, e per l’occasione sarà proiettata in anteprima mondiale fuori concorso la sua ultima pellicola, Monte, girata in Italia, sulle montagne altoatesine e friulane. Un film storico ambientato nel 1350 che racconta la storia di un uomo che vuole riportare la luce del sole in un villaggio dominato dall’oscurità.

Nick Cave, l’icona appartata del rock. Sempre fuori concorso arriva One More Time with Feeling di Andrew Dominik (il regista dell’interessante L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford), che costruisce un ritratto documentario di Nick Cave, una delle figure di culto della scena musicale degli ultimi trent’anni, con il suo stile austero e decadente. Il film esce in contemporanea con la pubblicazione del nuovo album di Nick Cave e i Bad Seeds, Skeleton Tree, il primo dopo la tragica scomparsa del figlio quindicenne dell’artista. Nel film vengono eseguiti i brani del disco, inframmezzati – in uno stile che mescola bianco e nero, colore e 3d – da interviste e riflessioni dello stesso Nick Cave, che ci restituiscono il ritratto di un’artista appartato e umbratile, di straordinaria coerenza intellettuale. L’uscita del disco è prevista il 9 settembre, poi il 27 e 28 il film sarà nelle sale italiane grazie all’attenta distribuzione di Nexo Digital.

Bill Morrison, l’archeologo del cinema. Una singolare proposta della giornata è nella sezione Orizzonti, Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison. Il “tempo congelato” del titolo è quello degli uomini, ma anche quello del cinema. Il regista infatti si è recato nella cittadina canadese di Dawson City perché lì, durante i lavori di costruzione di un parcheggio, sono state rinvenute molte bobine cinematografiche dei primi del Novecento, ben conservate sotto il terreno ghiacciato. Il film quindi è il risultato di un lavoro di montaggio di pezzi di film e newsreel girati tra il 1903 e il 1929. Bill Morrison è un archeologo del cinema, le sue opere nascono a partire da materiali d’archivio del cinema delle origini, utilizzati per dar vita a delle composizioni visive in cui il “come”, la grana della pellicola che fa da supporto, non è meno importante del “cosa” è raccontato. “Le immagini possono essere considerate come dei pensieri o delle memorie – ha scritto tempo fa Bill Morrison – la pellicola può essere invece considerata come il corpo, che rende possibile la visione di questi eventi”. Così Dawson City: Frozen Time si fa documento della storia di una città ed è insieme una testimonianza in carne viva dei primordi dell’arte cinematografica.

Rocco Siffredi messo a nudo. Inevitabilmente, molte saranno le attenzioni dedicate a Rocco, il ritratto dell’onnipresente attore hard Rocco Siffredi firmato da Thierry Demaiziere e Alban Teurlai, in programma come evento speciale delle Giornate degli Autori. I due registi dicono che “per descrivere la storia di un uomo imprigionato dai suoi desideri, abbiamo ripreso Rocco sia sul lavoro che nella sua vita privata. Mettendo a nudo l’esistenza quotidiana di una personalità eccezionale siamo riusciti a catturare la sua complessità, i dubbi e le paure. Al tempo stesso, questo ritratto permette di osservare sotto una nuova luce il mondo della pornografia, del quale Rocco di fatto ne rappresenta l’emblema”. È possibile, ce lo auguriamo, che questo documentario riesca a offrire uno sguardo sul mondo dell’hard che non sia né piattamente voyeristico né sensazionalistico. Nutriamo qualche dubbio però che sia possibile “mettere a nudo” una figura come Siffredi che, al di fuori del cinema porno, ha dimostrato una bulimica voglia di sovraesposizione mediatica – da Ci pensa Rocco a Casa Siffredi, il docu-reality sulla vita della sua famiglia – che sembra lasciare ben poco spazio a uno sguardo veramente inedito su di lui. Né sembra che sia “un mondo relativamente inesplorato” quello del cinema hard, fatto oggetto di un’attenzione da parte della programmazione televisiva che oscilla tra morbosità e inevitabile autocensura. La presenza di Rocco a Venezia 2016 potrebbe perciò essere poco più d’una trovata pubblicitaria, ma ci auguriamo di essere smentiti e di assistere a una riflessione non pruriginosa sul mondo del porno e sui fantasmi del desiderio e del potere che si agitano al fondo del più imbarazzante tra i generi cinematografici.

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