Discorsi da Oscar: i ringraziamenti sono emozionanti come un Ted Talk

Il palco della cerimonia degli Oscar è diventato un’occasione per dire qualcosa che dia ispirazione. Patricia Arquette parla di femminismo e uguaglianza, lo sceneggiatore Graham Moore confessa di aver tentato il suicidio e poi si rivolge ai ragazzi per dirgli: “stay weird, stay different”.

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Gli Stati Uniti sono il paese dei Ted Talk, dei discorsi, come si dice, “inspirational”, nei quali il miscuglio di vita vissuta e competenze professionali fornisce un grande esempio motivazionale agli ascoltatori. Non è strano quindi che il palco della cerimonia più importante d’America, gli Oscar, ogni tanto assomigli a quello dei Ted e che i ringraziamenti dei vincitori dell’ambita statuetta si trasformino in un’occasione per dire qualcosa di importante e personale. Con la differenza che un Ted Talk dura venti minuti, mentre all’Oscar va tutto condensato in 90 intensissimi secondi.

Certo, c’è ancora spazio per discorsi tradizionali, come quello di J.K. Simmons il quale, forse anche per cercare di far dimenticare il personaggio con cui ha vinto l’Oscar come migliore attore non protagonista, il sadico insegnante di musica Terence Fletcher, ha sciorinato un intervento all’insegna dei buoni sentimenti, ringraziando lungamente la moglie e poi invitando il pubblico a fare una telefonata ai propri genitori. “Se siete abbastanza fortunati da avere un genitore o entrambi vivi su questo pianeta, chiamateli. Non mandate un sms, un’email, chiamateli al telefono. Ditegli che li amate, ringraziateli, e ascoltateli”.

Ma sono due i discorsi che hanno più colpito la mente e il cuore degli spettatori. Il primo è quello di Patricia Arquette, che ha vinto nella categoria miglior attrice non protagonista per il ruolo della madre imperfetta ma sempre presente di Boyhood, il film di Richard Linklater. L’attrice, giustamente, dopo aver ringraziato la propria famiglia, ha ricordato anche quella che ha chiamato la “Boyhood family”. Considerando il curioso esperimento del film, girato a pezzi lungo l’arco di dodici anni, con la troupe che si ricomponeva a ogni stagione per qualche settimana, è facile immaginare che i legami creatisi tra gli attori siano stati molto più profondi di quello che normalmente può accadere su un set.

Poi la Arquette, visibilmente emozionata, quasi respirando a fatica, ha sfoderato gli artigli: “A tutte le donne che hanno partorito, alle contribuenti e cittadine di questa nazione, noi abbiamo combattuto per i diritti di chiunque altro ed è il momento di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte, e pari diritti per le donne negli Stati Uniti d’America”. La sua rottura del cerimoniale è stata accolta da un boato, in testa gli applausi convinti di Meryl Streep e Jennifer Lopez. Ma, quel che più importa, il suo appello politico e femminista è riecheggiato in rete, con molti assensi e qualche critica, come questa, in cui l’attrice è tacciata di aver fatto un intervento nella sostanza poco femminista e valido solo per una minoranza bianca privilegiata.

Il discorso capolavoro è stato quello sorprendente di Graham Moore, il giovane vincitore del premio per la sceneggiatura non originale del film The Imitation Game, dedicato allo scienziato omosessuale Alan Turing. “Quando avevo sedici anni ho tentato il suicidio – ha detto senza giri di parole Moore – perché mi sentivo strano e diverso dagli altri. E adesso sono qui. Perciò vorrei dedicare questo momento a tutti quelli che si sentono strani e diversi, che si sentono inadeguati. Ce la farete, vi prometto che ce la farete”.

E ha concluso con un “Siate strani, siate diversi” (Stay weird, stay different”) che è una palese ed efficacissima parafrasi di quella che è diventata la formula motivazionale per antonomasia, lo “Stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs pronunciato all’università di Stanford. Ovviamente #stayweird è diventato immediatamente trend topic su twitter: ma che uno sceneggiatore premio Oscar sappia come usare le parole per renderle indimenticabili è una cosa che non deve poi sorprendere molto.

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