Da 5 Bloods: il Vietnam è ancora lo specchio dell’America, nell’ambizioso film di Spike Lee su Netflix

Quattro veterani di guerra afroamericani tornano in Vietnam, sulle tracce dei loro fantasmi e di un tesoro. Un racconto incendiario e contraddittorio. In cui Spike Lee parla di razzismo e di un mondo non esattamente in bianco e nero

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La qualità maggiore di Da 5 Bloods, l’ultimo film di Spike Lee, da oggi in programmazione su Netflix, sta nella sua natura contraddittoria, così ambiziosa nell’accumulazione di cose e temi, da condurre a un risultato squilibrato, persino confuso. E certo, se proiettiamo il film, com’è inevitabile fare, sullo sfondo degli Stati Uniti di questi giorni, con le proteste e i disordini seguiti alla morte violenta di George Floyd, come fare a dire che quegli stessi squilibri e confusione non costituiscano la problematica fotografia di un paese?

Cerchiamo di andare per ordine, anche se Spike Lee gioca volutamente sullo spiazzamento, tramite una sovrapposizione di epoche, figure, storie, materiali d’archivio e finzione, formati diversi anche, dal widescreen sino al 4:3 di riprese sgranate in 16 millimetri. Il racconto parte da un filmato d’epoca in cui Muhammad Ali spiega le ragioni del suo rifiuto all’arruolamento per la guerra contro i vietnamiti: “Perché dovrei sparargli? Non mi hanno chiamato negro né mi hanno linciato”.

In Vietnam, però sono andati a combattere tantissimi afroamericani. Tra loro Paul (Delroy Lindo), Otis (Clarke Peters), Eddie (Norm Lewis), Melvin (Isiah Whitlock Jr.). I quali, giunti all’oggi, tornano da reduci nel Sud-est asiatico per rendere omaggio al commilitone che era il loro ispirato leader, Stormin’ Norman (“il nostro Malcom e il nostro Martin”, riferendosi a Malcom X e Luther King), per riprenderne le spoglie da riportare con gli onori militari in patria. Ma c’è un altro obiettivo, meno nobile, che si sovrappone al primo e lo oscura: un tesoro in lingotti d’oro, con cui il governo americano all’epoca doveva pagare i nativi Lahu per l’aiuto offerto contro i Viet-cong, un bottino che i quattro amici vogliono ritrovare e dividersi.

Che cos’è Da 5 Bloods? È chiaramente una requisitoria sul razzismo interminabile dell’America e sullo sfruttamento ai danni della gente di colore che, viene ricordato, erano l’11% degli americani ma il 32% dei combattenti in Vietnam. Mandati lì da un paese che, ancora negli anni Sessanta, non assicurava loro quei diritti fondamentali richiamati a gran voce da Martin Luther King in un altro brano d’archivio che chiude il film. E sono diversi i numi tutelari che compaiono a cadenzare la vicenda, Milton L. Olive III, ucciso a 18 anni nel 1965, il primo nero a ottenere la Medaglia al Valore, l’attivista Angela Davis, Marvin Gaye attraverso la musica del suo capolavoro What’s Going On, che raccontava il dolore di una nazione descrivendo insieme la bellezza del creato e della fratellanza.

Quella fratellanza messa a dura prova, in Da 5 Bloods, da un’altra ragione: l’avidità, l’altro filo portante lungo cui si muove il film. All’inizio i quattro veterani si riabbracciano commossi in aeroporto. Quando comincia la caccia al tesoro le cose, drammaticamente, cambiano. “So cosa fa l’oro all’animo umano. Finché non si trova niente la nobile fraternità regge, ma quando i mucchietti d’oro si accumulano cominciano i guai”: queste sono le parole di un esperto e disilluso cercatore d’oro ne Il Tesoro Della Sierra Madre di John Huston, punto di riferimento inaggirabile di Da 5 Bloods.

Nel quale il sentimento di fraternità dei quattro amici per la pelle vacilla paurosamente. E, poiché alla missione si aggiunge David (Jonathan Majors), figlio di Paul, finisce per essere messo duramente alla prova persino il legame di sangue tra padri e figli. E viene da chiedersi se non dipenda anche da questo la scelta per la colonna sonora di Marvin Gaye, tragicamente ucciso dal proprio genitore.

Non è un film che assicura o pretende lucidità Da 5 Bloods, anche perché accumula troppe linee narrative e personaggi non sempre essenziali: il trafficante francese che entra nell’affare (Jean Reno); la rampolla dell’aristocrazia transalpina (Mélanie Thierry) che espia le colpe di famiglia con la sua fondazione benefica; l’ex prostituta vietnamita (Lê Y Lan) degli anni della guerra legata sentimentalmente a Otis. C’è, soprattutto, il peso di Norman (Chadwick Boseman), che Paul vede letteralmente come un fantasma e la cui voce morale resta, per tutti, un monito. Perché, come richiama un altro personaggio: “Chi ha conosciuto bene la guerra sa che non finisce mai, nella realtà o nella propria mente”.

Spike Lee sul set con i protagonisti di Da 5 Bloods

Così la trama si sfalda in molti rivoli ed esplode, come le mine sotterrate da decenni nell’intricata foresta del Vietnam, che a distanza di tanto tempo fanno male come le cicatrici e i traumi irrisolti del gruppo, per colpa di un passato che non passa mai davvero e che li ha resi anticipatamente vecchi. Forse per questo, nei flashback, Lee mostra il ventenne Norman insieme ai suoi quattro commilitoni però non ringiovaniti, ma già anziani, esattamente come sono nelle sequenze dell’oggi.

Da 5 Bloods, anche nei suoi momenti più declamatori, non distribuisce certezze allo spettatore e procede avanti per paradossi, come il nero Paul che indossa un cappellino trumpiano con su scritto “Make America Great Again”. Spike Lee delinea personaggi imperfetti e sgradevoli, che non consentono la tranquillizzante identificazione dello spettatore e lo obbligano invece a interrogarsi sulla natura di un mondo trasversalmente incattivito, impossibile da interpretare secondo categorie binarie: buoni e cattivi, americani e vietnamiti, bianchi e neri, padri e figli. Una realtà confusa e dolorante. Che Spike Lee ritrae nella sua complessità, con l’onesta di chi ammette di ritrovarsi tra le mani più domande che risposte.