Gianrico Tedeschi compie cento anni, una vita in scena

Anche il presidente Mattarella fa gli auguri a un artista che ha attraversato il secondo Novecento. Teatro alto con Visconti e Strehler, varietà popolare con Garinei e Giovannini. E poi cinema, televisione, anche pubblicità. La sua è un’arte della leggerezza mai superficiale

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Buon compleanno Gianrico Tedeschi! Giungono anche gli auguri del presidente della Repubblica Mattarella per i cento anni che compie oggi questo grande attore milanese, nato il 20 aprile del 1920 in una casa di ringhiera a Porta Venezia, da una famiglia di estrazione popolare. “La faccia più beffarda del teatro italiano” secondo Antonio Gnoli, che aggiunge: “Quando ti è di fronte sembra che rida. E quando ride davvero sospetti che ti prenda in giro”.

E sembra che, aggiungiamo noi, prenda un po’ in giro anche sé stesso. In questo dato, diremmo, fisiognomico è incisa la cifra dell’arte di questo attore inesauribile. Ha recitato fino al 2016, attraversando il secondo Novecento e questo scorcio di nuovo millennio all’insegna della disponibilità al mestiere, tra alto e basso, teatro (soprattutto, il primo amore), commedia musicale, varietà televisivo e cinema, quest’ultimo un po’ di controvoglia, per la cronica difficoltà del teatrante a svegliarsi presto al mattino. C’è persino la pubblicità nella sua carriera, quella dei tempi gloriosi del Carosello, con le Caramelle Sperlari (ma anche più recentemente la Kraft accanto a Marina Massironi), a dargli una notorietà che lo rende caro anche ai bambini. Una delle ragioni per cui, sebbene non esattamente un divo, Gianrico Tedeschi per la generazione di chi ha più di cinquant’anni resta un volto incredibilmente familiare.

La passione per il teatro nasce da ragazzo, come ha raccontato anche in un recente libro intervista curato dalla figlia Enrica Tedeschi, Semplice, buttato via, moderno (Viella editore), quando il padre ogni domenica lo porta a vedere gli spettacoli, e la folgorazione arriva “al dal Verme di Milano a vedere Ermete Zacconi. Recitava ne Gli Spettri di Ibsen. Fu una cosa strana. Mi impressionò il verismo. Allora decisi che il teatro sarebbe entrato nella mia vita”.

La vocazione diventa mestiere, incredibile a dirsi, in campo di concentramento. Gianrico Tedeschi partecipa alla Seconda guerra mondiale da sottotenente e, fatto prigioniero dai nazisti dopo l’Armistizio, passa due anni in un campo di prigionia. Dove per passare il tempo, avendo per compagni gente come lo scrittore Giovanni Guareschi e il futuro segretario del Pci Alessandro Natta, si mette a organizzare delle recite, soprattutto Pirandello, Enrico IV, Il Piacere Dell’Onestà. “Mi venne l’idea che potevamo allestire una recita nel campo. Imparammo le parti, ci procurammo perfino dei vestiti da donna e alla fine debuttammo davanti a tutti i prigionieri. Fu un successo incredibile. Decisi così che avrei fatto l’attore”.

Dopo la guerra, è la volta dell’Accademia di Arte Drammatica a Roma diretta da Silvio D’Amico. La prima volta all’esame d’ammissione viene bocciato. Passa la seconda, poi D’Amico dirà che s’era trattato d’un disguido di segreteria, vai a sapere. La formazione è d’eccellenza. E così sarà la sua carriera, ricca di ruoli e d’esperienze. Non inganni l’eterogeneità delle sue interpretazioni, e non si scambi la naturale disposizione alla leggerezza e al teatro leggero per superficialità. Gianrico Tedeschi è ben inserito con la sua arte nella trasformazione del teatro italiano del secondo dopoguerra, con l’emergere progressivo del ruolo del regista e la precisa volontà dello spettacolo di sintonizzarsi sulla società del tempo.

Infatti, a scorrere le sue prime sortite, si trovano subito i nomi dei due registi che hanno maggiormente inciso sul rinnovamento culturale di quella stagione, Visconti e Strehler. “Era un periodo incredibile – ricorda Gianrico Tedeschi –, dopo la guerra, la voglia di rialzarsi. Visconti era irresistibile, fascino alla stato puro. Strehler non aveva un carattere facile, ma con lui tutto diventava un grande gioco. Gli sono grato, perché mi ha regalato uno dei personaggi a cui sono più affezionato, Peachum nell’Opera Da Tre Soldi”, e anche, naturalmente, L’Arlecchino Servitore Di Due Padroni in cui è Pantalone. Per Visconti, nel 1952 è in una Locandiera rivoluzionaria, con una compagnia d’eccezione con Paolo Stoppa, Rina Morelli, Marcello Mastroianni, Rossella Falk, che mette in scena un Goldoni senza più la patina da fine Settecento, senza lazzi, con scenografie che, grazie a Piero Tosi, guardano sia a Longhi che all’asciuttezza rarefatta della pittura di Morandi.

La Canzone di Peachum da L’Opera Da Tre Soldi di Brecht

Gianrico Tedeschi manterrà sempre la sua propensione a inseririsi in contesti diversi. È perfetto nel Plauto dei Menecmi, in cui, dice il grande critico Sandro De Feo, “è l’attore più plautino di tutti”. Ed è a suo agio anche nella leggerezza salace di George Bernard Shaw o nell’assurdo di Ionesco, che è uno dei primi a portare sui palcoscenici italiani. “L’Amedeo così patetico e ridicolo fatto da Gianrico Tedeschi vi farà comprendere fino a quale punto sia vero che Ionesco è poeta di tragicommedia”, ancora De Feo.

Non è meno incisivo nello spettacolo leggero, che per quella sua asciuttezza e semplicità recitativa gli si addice con naturalezza. “Perché sono un frivolo“, dice, ma anche perché ama tantissimo cantare, come rammenta la figlia Sveva, anche lei attrice. Basta solo ricordare, a teatro, la versione italiana di My Fair Lady, nel 1964, in cui è il protagonista, il professor Higgins. A vederlo in scena arrivano sia Ingrid Bergman che l’interprete storico di quel ruolo, Rex Harrison, con cui passa tutta una serata in trattoria a cantare: “Giuro che non ho mai sentito uno più stonato di lui”, chiosa.

Il segreto della sua arte, lo spiega bene il critico teatrale Antonio Audino, è nella dinamica di una voce mobilissima, oltre che dotata d’un timbro elegante: “L’abilità dei toni che restano sempre umanissimi, ma giocati sempre su tonalità molto diverse. Come tutti i grandi attori Tedeschi riesce a manovrare la frase con una duttilità incredibile, a illuminarla, colorirla di accenti, ma senza mai cadere nel vezzo e nel compiacimento”. Mai caricaturale né forzato, e per questo anche più efficacemente satirico.

Il cinema, nonostante i tanti film, resta un incontro mancato. Anche se a scorrerli emergono titoli interessanti: Adua E Le Compagne (1960) di Antonio Pietrangeli, Il Federale (1961) di Luciano Salce, clamoroso successo di pubblico accanto a Tognazzi, l’episodio Illibatezza di Roberto Rossellini da Ro.Go.Pa.G (1963), fino a Brancaleone Alle Crociate (1970) di Mario Monicelli in cui, esibendosi nell’impagabile finto dialetto latino-viterbese del film, è “lo santo romito Pantaleo” che finisce dritto dritto all’Inferno insieme al peccatore Gigi Proietti. Gli chiede un cameo anche Roberto Andò, recentemente, per il suo Viva La Libertà (2013). E per il cinema talvolta, presta la sua preziosa voce al doppiaggio: con almeno un capolavoro, il “suo” Walter Matthau della deliziosa commedia di Elaine May, È Ricca, La Sposo, L’Ammazzo (1971).

L’episodio Illibatezza, diretto da Roberto Rossellini, in Ro.Go.Pa.G

Avendo esperienza con la commedia musicale di Garinei e Giovannini, invece la tv è un contenitore ideale per Gianrico Tedeschi, in un tempo in cui registi e autori erano gente del calibro di Antonello Falqui, Dino Verde, Antonio Amurri. Quindi accanto alla prosa televisiva (I Giocatori, Tredici A Tavola, La Professione Della Signora Warren), c’è il varietà Eva E Io (1961), con Bice Valori e Lina Volonghi, i monologhi di gustoso non sense ne Il Poeta E Il Contadino (1973) di Cochi e Renato, e Bambole Non C’È Una Lira (1977), in cui le vicende di una compagnia squattrinata diventano l’occasione per una scorribanda nella storia dello spettacolo leggero italiano (e qui gli autori si chiamano Maurizio Costanzo, Marcello Marchesi, Verde).

Gianrico Tedeschi ne Il Poeta E Il Contadino, in tv

Nella maturità emergono ruoli in cui la riflessione sulla vecchiaia diventa più urgente. Nel 2001 è la volta de Le Ultime Lune di Furio Bordon, che qualche anno prima era stato il passo d’addio di Marcello Mastroianni. Nello stesso anno, Minetti. Ritratto Di Un Artista Da Vecchio di Thomas Bernhard, un autore aspro e apparentemente, ma solo apparentemente, lontano dalle corde complesse di Tedeschi. Più recentemente, ormai nonagenario e dunque capace di imprimere con la sua sola presenza in scena un segno indelebile, arrivano Farà Giorno (2014), in cui è un vecchio partigiano costretto alla convivenza con un bulletto dalle simpatie neonaziste e il definitivo commiato dalle scene, Dipartita Finale (2016), gioco d’attori con Franco Branciaroli, Ugo Pagliai e Massimo Popolizio.

Non possiamo dunque che augurare un compleanno felice a Gianrico Tedeschi, invitando il pubblico, giovane e meno giovane, a riscoprire lo stile della sua arte, che ha contribuito a una stagione irripetibile nella storia dello spettacolo italiano. Si può cominciare dall’affettuoso ritratto biografico che gli ha dedicato Barbara Pozzoni, visibile in questi giorni su RaiPlay.

Dipartita Finale, l’ultima interpretazione di Gianrico Tedeschi