Dieci gocce di Eleviole? andrebbe messo in circolo come cura contro la tristezza da clausura (video)

Non prendo gocce per dormire, ma la musica è una delle rare medicine che mi tengono lucido, e mi tengono anche vivo

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Quando l’Internazionale Situazionista si è sciolta ufficialmente, nel 1972, avevo solo tre anni. Ne avevo invece trenta quando, del tutto inconsapevolmente, ho cominciato a mettere in atto quelle derive debordiane che in qualche modo erano parte portante delle attività della IS stessa, non solo inconsapevolmente al momento, ma inconsapevolmente per qualche anno ancora.

Nel 1999, infatti, a causa del mio aver esordito come narratore con la raccolta di racconti “Furibonde Giornate Senza Atti d’Amore” e alla successiva pubblicazione di due romanzi, nel giro per altro di tre mesi, “Questa Volta il Fuoco”, nel marzo 1999, e “Aironfric”, nel giugno dello stesso anno, sono stato contattato dal caporedattore di GenteViaggi che mi ha sostanzialmente proiettato nel mondo delle derive situazioniste senza che né io né lui, né Silvestro Serra, che di lì a poche settimane sarebbe arrivato a dirigere quel giornale, già mio contatto a Panorama, dove proprio nel mentre avevo cominciato a muovere i primi passi nel mondo della letteratura applicata al giornalismo, parlando di musica, senza che né io, né lui, né Silvestro Serra ne avessimo la minima consapevolezza.

È la fine del 1999, non ricordo esattamente il giorno, ma comunque intorno alle vacanze di Natale, nel mentre ho pubblicato su Panorama una intervista a Trent Reznor dei Nine Inch Nails, mio esordio da critico musicale, ho scritto di Beck e del suo Midnite Vultures e non ricordo di cos’altro, nel mentre ho anche iniziato a scrivere per Tutto Musica, insomma, sono già uno che scrive di musica, quando ricevo questa telefonata da Franco Berton Giachetti, questo il nome del caporedattore di GenteViaggi, che mi chiede, parola più, parola meno, “Buongiorno, sono etc etc, vorremmo proporle un reportage per GenteViaggi, su un luogo della sua regione natale, i Monti Sibillini, lei ama viaggiare?”. Ora, non intendo oggi, tappato in casa da quarantacinque giorni, mettermi a parlare del tema “amo viaggiare”, vi basti sapere che la prima domenica dopo che le scuole erano chiuse e le aziende erano chiuse a Milano, settimo giorno di clausura, una vita fa, io e Marina, mia moglie, ci siamo messi seduti sul nostro letto matrimoniale, il suo computer appoggiato in mezzo a noi, a ipotizzare le nostre vacanze estive, dove per nostre intendo nostre e dei nostri figli, e dove per vacanze, questo al momento sembra anche più complicato da spiegare, intendo quell’andare per luoghi piacevoli da visitare in giro, che si tratti di in giro per l’Italia, l’Europa e il mondo, nel nostro caso, poveri illusi, stavamo ipotizzando un viaggio europeo, qualcosa che partisse da Bratislava, città appena toccata l’anno scorso, nel nostro on the road che da Budapest ci ha portato a Berlino, passando per Zakopane, nel bel mezzo di Monti Tatra, Cracovia, in Polonia e poi su su, Berlino, appunto, un viaggio, quello che stavamo ipotizzando, che partiva appunto da Bratislava, andando poi a toccare nuovamente i Monti Tatra, una bellissima scoperta, nel vero senso della parola, perché confesso di non averli mai sentiti nominare finché, circa un anno fa, Marina non me li ha proposti come una tappa della nostra vacanza, per poi passare a Dresda, Norimberga e altri luoghi che solo a nominarli adesso mi viene da dare colpi secchi e fortissimi contro lo spigolo della libreria della sala, non intendo quindi oggi, tappato in casa da quarantacinque giorni, mettermi a parlare del tema “amo viaggiare”, ma di fatto quella telefonata, con conseguente mia visita alla redazione di GenteViaggi, ancora parte della Rusconi Editore, e di lì a poco inclusa nel mondo Hachette, ha dato il vita a una parte importante della mia storia di scrittore, quella situazionista e psicogeografica, perché da quel momento in poi, in quell’occasione scrissi il pezzo “L’ascesa dell’asceta”, parlando appunto dei Monti Sibillini, nelle Marche, e citando, non riuscivo a non parlare di musica anche parlando di viaggi, di derive, dovrei dire visto che ho iniziato questo pezzo parlando di Internazionale Situazionista e di derive, citando quella Cristina Donà che di lì a poco sarebbe diventata una delle mie più care amiche, una sorella, praticamente, e con la quale avrei fatto uno dei viaggi psicogeografici più importanti della mia vita, sempre per GenteViaggi, poi raccontato anche nel mio primo libro psicogeografico, con lei firmato, God Less America, un coast to coast attraverso gli USA sulle tracce di Bruce Springsteen, nel ventennale dell’uscita del suo masterpiece The River, anno del Signore 2000.

Quando dico che avevo trent’anni quando, del tutto inconsapevolmente, ho cominciato a mettere in atto quelle derive debordiane che in qualche modo erano parte portante delle attività della IS stessa, non solo inconsapevolmente al momento, ma inconsapevolmente per qualche anno ancora intendo che avrei impiegato ancora qualche anno, una volta iniziato a andare alla deriva per l’Europa e il mondo, un altro viaggio clamorosamente debordiano ve l’ho in qualche già introdotto, quello fatto nel 2003 nella Malesia di Salgari, ma davvero a quei tempi facevo un viaggio ogni mese, al massimo ogni due mesi, battendo palmo a palmo tutta Europa, prevalentemente, come il Centro America o l’Asia, soprattutto le città, ero debordiano e non lo sapevo, ripeto, chi se ne frega dei luoghi di villeggiatura, che brutta parola, villeggiatura, caspita, avrei impiegato ancora qualche anno prima di incappare nel libro che mi avrebbe spiegato che, in quel mio girovagare senza mappe, erano anni in cui non c’era Google Maps o i navigatori da device, e che in tutti i casi si tendeva a muoversi con stradari e mappe, fatto che mi interessava sempre molto relativamente, preferendo io perdermi e cercare, una volta persomi, di ritrovare la strada andando a incontrare quartieri e luoghi imprevisti, muovendomi a spanne, inseguendo un filo più legato all’emotività che all’urbanistica, non sapendo io che quello era esattamente quello che Debord e i situazionisti avevano codificato, ormai cinquant’anni prima, poco meno, come deriva psicogeografica, London Orbital di Iain Sinclair il libro che mi avrebbe introdotto a questo mondo.

E siccome io sono uno che anche leggendo pratica la deriva, la praticavo già da piccolo, non sapendolo, passando giornate intere in biblioteca, la biblioteca di Ancona, sotto l’Arco de Carola, vicino a dove i miei avevano pensato di passare la loro vita prima che il terremoto del 1972, lo stesso anno in cui andava in frantumi anche l’Internazionale Situazionista, distruggesse Ancona e la casa su per le Scale di San Francesco, siccome io sono un che anche leggendo pratica la deriva, passando da libro in libro, come ora si fa in rete, di link in link, ma ben prima che la rete e i link esistessero e sicuramente ben prima che la rete e link entrassero nel mio mondo, a Iain Sinclair e alla psicogeografia ci sono arrivato a partire da un libro di fumetti, non certo andando alla ricerca di conoscenze sul situazionismo o sull’andare alla deriva.

Il libro che mi ha portato a scoprire Sinclair e il suo London Orbital, e a seguire tutti i suoi altri libri, e tutti i libri che in qualche modo avessero a che fare con la psicogeografia che sono riuscito a procurarmi, credo di avere una delle più rifornite biblioteche in Italia a riguardo, e che poi, ma ci arriverò, mi ha portato a scrivere altri libri psicogeografici, penso ai dodici libri della collana Europe, per dire, specie uno che credo sia il corrispettivo italiano di London Orbital, meno influente a livello internazionale, ma abbastanza a livello nazionale, non solo perché ne riprende pedissequamente l’idea, ma perché ha generato tutta una serie di iniziative in giro per l’Italia, non certo mie, finendo per diventare a sua volta una sorta di matrice, il libro che mi ha portato a scoprire Sinclair e il suo London Orbital è Serpenti & Scale di Alan Moore in compagnia di Eddie Campbell.

Ora, lo so, se comincio a parlare di Alan Moore non ne usciamo vivi, non che si abbia molto da fare, intendiamoci, ma pur adorando andare alla deriva tocca mettere dei paletti, ipotizzare un’idea di arrivo, o di ritorno, se no si rischia di perdersi e basta, senza dare un senso anche emotivo a quell’essersi persi, quindi dirò solo che mi ero a sua volta avvicinato a Alan Moore anni prima, casualmente, più spinto dal fatto che in diversi mi dicevano che gli assomigliavo, seppur con diversi anni di differenza, e non parlo di somiglianza stilistica, intendiamoci, ma fisica, entrambi coi capelli lunghi e ricci, la barba lunga, le dita ornate da anelli, e che una volta conosciutolo mi ci ero perso con le scarpe e tutto, uno dei massimi scrittori contemporanei, andatevi a leggere i suoi V for Vendetta, Watchmen e il romanzo non a fumetti Jeruasalem per credere. Sia come sia, in questa fame bulimica di Alan Moore finisco a leggere anche Serpenti & Scale, opera considerata a ragione minore della produzione alanmooriana. Considerata minore perché non una storia in senso stretto, non un romanzo a fumetti, per intendersi, ma più la cronaca di un’esperienza magica, e in quanto cronaca alanmooriana del tutto visionaria, esperienza magica tenuta dallo stesso Moore a Holborn, il quartiere londinese che ha dato poi il nome anche a SoHo, che sta appunto per South of Holborn, esattamente come a Milano NoLo sta per Nord di Loreto, ma a dirlo fa un po’ ridere.

Comunque, Scale & Serpenti è un piccolo prontuario non solo della magia alla quale Alan Moore sta dedicando da anni energie e attenzioni, ma alla psicogeografia. In poche decine di pagine, infatti, non solo ho incontrato Iain Sinclair, divenendone a mia volta strenuo fan, ma una quantità incredibile di storie e suggestioni che, lo dico pubblicamente, e non è neanche la prima volta che lo faccio, hanno letteralmente segnato la mia vita, e non solo la mia vita di scrittore, sempre che esista una mia vita non da scrittore, e non leggete queste mie parole come un mettere la scrittura al centro della mia vita, o addirittura in testa alla mia vita, c’è in buona compagnia con il resto della mia vita, ma solo perché ritengo, a differenza di Debord e del suo “Ne Travaillez Jamais”, che il mio essere scrittore, che è poi anche il mio lavoro, sia parte fondante della mia vita, non la fondamentale, intendiamoci, ma fondante.

In queste pagine, infatti, queste poche pagine, ho scoperto non solo Iain Sinclair, ma Christopher Wren e Nicholas Hawksmoor, Gabriel Dante Rossetti e i preraffaelliti, io che già da anni passavo parte delle mie estati a Vasto, città dalla quale era partito il padre Gabriele Rossetti, personaggio di cui ignoravo colpevolmente l’esistenza prima di aver messo piede a Vasco e che ha Vasto era titolare della piazza, della scuola, e di tutta una serie di altri riconoscimenti, Gabriele Rossetti, scappato in esilio a Londra dove avrebbe avuto quattro figli, tra i quali Gabriel Dante Rossetti, padre dei preraffaelliti, e quindi avrei scoperto Elizabeth Siddal e l’Ophelia di Milais, Lizzie Siddal, uno dei personaggi centrali della mia poetica, non a caso uno dei miei ultimi libri, nonché un mio monologo teatrale, si intitola “I piedi nudi di Amanda Palmer, i capelli rossi di Elizabeth Siddal”, fino allo stesso Debord e all’Internazionale Situazionista.

Intendiamoci, sapevo chi era Debord, ci mancherebbe pure, e avevo anche più volte affrontato, a fatica, confesso, La Società dello Spettacolo, testo che intuivo importante ma la cui scrittura trovavo e trovo ostica, ma le sue parole, anche riguardo al concetto di spettacolo come accumulazioni di immagini che tengono l’individuo separato dalla realtà, discorso che solo pochi anni prima mi avrebbe fatto inorridire, nutrito a postmodernismo e avant-pop, credo di esserlo ancora oggi, fondamentalmente, postmoderno e avant-pop, anche se l’avant-pop è modernariato, o forse neanche quello, e il postmoderno è quasi una bestemmia, quelle parole di Guy Debord, dopo Alan Moore hanno acquistato per me un senso, specie perché ho scoperto, proprio attraverso Alan Moore, e poi Iain Sinclair, e poi Peter Acroyd, Dio quanto ho amato la sua biografia di Londra, e Merlin Coverley e Arthur Machen, i suo L’avventura londinese e l’arte del vagabondaggio potrei citarlo a memoria, e tanti altri, troppi da citare qui, in una pagina di diario della quarantena o del contagio o come diavolo avevo deciso di chiamarlo, mi sono perso. E mi sono ovviamente perso davvero, è evidente, ma non importa, cosa di meglio che simulare una deriva anche scrivendo?, questo è stato il secondo passaggio di questa mia presa di consapevolezza psicogeografica, subito dopo, dove per subito non intendo pochi minuti, ma qualche anno, aver capito che da anni io stavo praticando la psicogeografia, sicuramente da che scrivevo di viaggi per riviste di viaggio, atte a incrementare il turismo, fregandomene bellamente delle mete turistiche tout court, ma andando appunto alla deriva alla ricerca di suggestioni antropologiche, culturali, non certo delle bellezze da guide turistiche, per quelle c’erano già le guide turistiche, appunto, come i programmi di Licia Colò.

La mia scrittura è cominciata a diventare quella che state leggendo ora, un continuo scartamento a lato, inseguendo una suggestione più che una mappa, una intuizione più che una strategia, e so bene che non è del tutto vero, perché scrivo e so farlo e nel farlo so dove vado a parare e come andarci, ma lasciatevi allegramente abbindolare da me, non opponete resistenza, tanto sono io a scrivere e voi a leggere, non è che potete influenzare con la vostra lettura il mio scrivere, la deriva questo è, in fondo, e neanche troppo in fondo, un conoscere vagando, vagabondando, alla deriva, appunto, come direbbe lo stesso Debord, la sola formula per rovesciare il mondo, procedendo a tentoni, provando a scardinare quel capitalismo che ha reso le città, Dio maledica l’urbanistica e e il funzionalismo lecourbasieriano, una sorta di presa di possesso dell’ambiente naturale, tema quantomai centrale oggi, da Greta ai pipistrelli del Covid19, direi, focale, un conoscere vagando per ambienti diversi, legati da nodi, i nodi narrativi nel caso, scrivo come erro, prendendo nel caso specifico il senso del verbo errare legato al muoversi senza meta, non certo a quello di sbagliare, e lascio che sia il flusso delle parole a rendere ebbro chi legge, laddove per Debord e soci doveva essere l’alcool a inebriare e far perdere contorni e sovrastrutture, le dita laddove per i situazionisti ci dovrebbero essere i piedi, io che tanto ho camminato viaggiando per il mondo, e che ora, ahimè e ahinoi, viaggio dentro le quattro mura di casa mia, come il protagonista autobiografico de Le confessioni di un mangiatore oppio di Thomas De Quincey, come il Diario dell’anno della peste di Daniel DeFoe un testo psicogeografico ante-litteram, loro non solo inconsapevoli di praticare la psicogeografia, addirittura precursori di questa pratica prima che questa pratica esistesse ancora.

Psicogeografia che ha nello spaesamento, del resto, il punto di partenza, scintilla che accende la miccia se non miccia stessa, o detonazione, questo perdere le certezze che il muoversi in territori conosciuti porta con sé, che il muoversi in ambienti in continua mutazione, per quella serie di caratteristiche architettoniche e urbanistiche che nelle metropoli è assai presente in quartieri differenti, anche limitrofi, spaesamento che mai come in questi giorni si è impossessato di tutti noi, incapaci di prendere le misure di un qualcosa che non conosciamo, si tratti di decodificare il Coronavirus che ha sconvolto il nostro vivere quotidiano, o si tratti di codificare i nuovi stilemi di vita che lo stare isolati in casa ci sta facendo sembrare familiari, seppur nella loro anomalia. Spaesamento che quindi si potrebbe stranamente applicare al nostro aggirarci psicogeograficamente dentro casa nostra, luogo a noi conosciuto, se mai fosse questo l’oggetto del mio scrivere.

Perché se la psicogeografia in tempi di pace, quando cioè ci è reso possibile muoverci per le città, anche andando appunto alla deriva, è fondamentalmente un tentare, consapevole o meno, l’ho già spiegato, di porre il soggetto al centro dell’attenzione, coi suoi sentimenti e le sue suggestioni, sentimenti e suggestioni causati dall’ambiente che lo circonda, nel quale vive e lavora, dovessimo definire il termine psicogeografia come fossimo una enciclopedia dovremmo dire qualcosa come “studio degli effetti dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o non, che agisce in maniera diretta sul comportamento affettivo degli individui”, Debord dixit, è evidente che il muoversi reiteratamente dentro le mura di casa, qualsiasi cosa si tratti quando ognuno di noi dice casa, in tempi di cattività, clausura, autoisolamento o come cazzo lo volete chiamare questo strano periodo, sortisce effetti psicologici assai diversi dal solito, lo spaesamento di cui sopra, spaesamento che per altro si va a unire a quello ancora più spaesante, chissà se esiste questo termine, che stiamo tutti vivendo rispetto all’altrettanto quotidiana pratica del vivere.

Mi sto ancora perdendo, girovagando con le parole, flaneur in ciabatte, perché so dove voglio arrivare, e ancora non è proprio a due passi, ma non so esattamente tutti i passi per farlo, come quelli che si trovano di fronte le pareti da scalata, di quelle da palestra, vedono la vetta, vedono quei cazzetti che spuntano, colorati, qui e là lungo la parete scoscesa, ma vai a capire quali cazzetti andare a prendere come punto di appoggio o leva con cui sollevarsi, vallo a capire mentre sei lì sospeso nel vuoto.

Sono sospeso nel vuoto, e quello che posso vedere, se guardo sotto i miei piedi, quelli coi quali camminavo psicogeograficamente, quando si poteva camminare in giro senza correre il rischio di essere fermati dai tutori della legge che ci chiederebbero una autocertificazione, proprio ieri ho visto dal balcone, mia porta sul mondo, una macchina della guardia di finanza, superare a destra uno scooter con su due persone, non esattamente a distanza di sicurezza, per poi tagliargli la strada inchiodando, come in certi polizieschi americani, se guardo sotto i miei piedi, qui a metà dell’arrampicata in palestra, un po’ più di metà, tranquilli, vedo che ho parlato di Internazionale Situazionista, di Guy Debord, di Alan Moore, di Iain Sinclair, di Gabriel Dante Rossetti e Lizzie Siddal e di un sacco di altre cose, soprattutto di psicogeografia, raccontando di come io la abbia per anni praticata poi scrivendone su riviste di viaggio, GenteViaggi in testa, e di come poi la abbia praticata semplicemente scrivendo, voi tutti ne siete testimoni, mentre mi leggete che vado alla deriva.

Quello che però è il prossimo passo, quello che mi può condurre velocemente verso il punto di arrivo, quello sì conosciuto, è un libro, quello cui facevo cenno duemilaerotti parole fa, che è in qualche modo considerato, a ragione, un classico della psicogeografia italiana, e non son certo io, uno dei due autori, a dirlo, ma la critica. Si tratta di “Tangenziali, due viandanti ai bordi della città”, edito da Guanda nel 2010, esattamente dieci anni fa a febbraio, scritto e firmato da me e da Gianni Biondillo, collega e amico, già sapete, non mi ripeto, e frutto di un nostro viaggio psicogeografico in dieci tappe lungo la cinta di Milano, quella iconograficamente fotografata dalle tangenziali del capoluogo lombardo. Una sorta di cover di London Orbital di Iain Sinclair, quindi, ma con un testo differente, il nostro, Milano al posto di Londra, due autori al posto di uno.

Non è di Tangenziali che voglio parlarvi, fermi tutti, ne ho già parlato in passato, e soprattutto l’ho scritto, con Gianni Biondillo, vi basti sapere che quel testo ha sortito almeno due effetti clamorosi, secondo me, il primo è una cattedra in “Elementi di psicogeografia e narrazione del territorio” presso l’Accademia di Architettura da parte dello stesso Biondillo, introdotto da me alla psicogeografia, quando nella primavera 2009 cercavo di convincerlo a intraprendere con me il viaggio a piedi intorno a Milano che avrebbe poi dato vita a Tangenziali, viaggio che per me avremmo potuto anche fare solo mentalmente, siamo scrittori, abbiamo visioni, che cazzo di bisogno abbiamo di vedere di persona?, mica lo capisco, e che lui ha poi voluto intraprendere davvero, dando così vita a Tangenziali, circa ottanta chilometri fatti a piedi lungo i bordi di Milano, con amici e ospiti, un anno dopo uscito come libro, lui, Gianni Biondillo, divenuto quindi un luminare della materia, evviva, l’altro effetto clamoroso è che da quel libro, certo non originale come punto di partenza, London Orbital era lì, dichiarata ispirazione, Iain Sinclair informato del tutto via mail e invitato a prendere parte a una tappa, cosa di cui si è a lungo discusso, salvo poi trovare una data possibile per tutti, certo non originale come punto di partenza, ma sicuramente un primo elemento psicogeografico individuabile come dichiaratamente tale in Italia ha poi generato un libro sul Grande Raccordo Anulare di Roma, mi scuserete se non cito l’autore, ma ho troppa stima di me, molta meno dei tarocchi, dal quale è stato tratto un film che ha vinto il Leone D’Oro come Miglior Film alla 70° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Sacro GRA di Gianfranco Rosi (da un’idea originale di Nicolò Bassetti, diceva il film, ma vai a cagare, corri).

Ecco, questo è l’ultimo tassello cui aggrapparmi per arrivare al finale, che essendo io lo Yoda delle premesse, l’imperatore Ming dei preamboli, pluricampione olimpionico delle introduzioni, è poi il cuore di questo capitolo decameroniano del mio diario della quarantena, giunto oggi alla quarantacinquesima puntata.

Avendo io e Gianni diviso il percorso intorno a Milano in dieci tappe, da fare comodamente partendo ogni giorno da casa, per poi far ritorno a casa, dopo aver coperto la tappa giornaliera, abbiamo anche deciso di farci accompagnare da ospiti, possibilmente a ogni tappa. Gente che potesse portare col loro vagare con noi, Debord ce lo aveva insegnato, un loro valore aggiunto, come noi spaesati, nessuno conosceva quei tratti di strada milanese, pur essendo Gianni milanese di nascita e io in città da anni, amici, conoscenti o anche sconosciuti capaci di portare qualcosa di attinente al viaggio.

La prima ospite, e siamo proprio lì che alziamo la mano per far presa sull’ultimo appiglio prima della vetta, è stata Eleonora Tosca, all’epoca per noi Eleonora la cantante della band degli Ariadineve.

Proprio mentre stavamo mettendo su il progetto, infatti, io, che nel mentre continuavo a fare il critico musicale, nonostante fossi in quel decennio di cui vi ho già raccontato nel quale non collaboravo con riviste e giornali, ma scrivevo solo libri, ero stato informato che la cantante della band, Eleonora, appunto, aveva fatto un viaggio in autostop con un regista, allo scopo di dar vita al videoclip che avrebbe accompagnato il lancio del singolo Sempre al sole. Un autostop fatto senza budget, questa l’idea, quindi una sfida alla Pechino Express prima che Pechino Express esistesse, molto prima, che però non avrebbe dovuto condurre Eleonora a Pechino, ma da Roma a Marina di Ravenna, dove la sera avrebbe tenuto un concerto con la sua band. Visto che l’idea di muoversi in autostop mi sembrava sufficientemente psicogeografica, seppur mi sembra di ricordare Debord odiasse tutti i mezzi di locomozione, ho chiamato Eleonora e le ho proposto, così, senza tanti preamboli, di accompagnarci nel primo tratto di viaggio.

Immaginate la scena.

Siete Eleonora Tosca degli Ariadineve, ventiquattro anni, venticinque da compiere pochi giorni dopo, è maggio 2009 e lei fa gli anni come me il 2 giugno, scoprirò in seguito, vi squilla il telefono, dall’altra parte c’è uno sconosciuto, io. “Ciao, sono Michele Monina, scrivo libri e scrivo di musica,” vado a braccio, non ho registrato la telefonata, “ti andrebbe di fare a piedi con me e Gianni Biondillo, mio collega, un tratto della tangenziale di Milano a piedi, poi ne faremo un libro?”.

Una persona normale, in questi casi, intratterrebbe l’interlocutore, mentre con una mano richiamerebbe l’attenzione di un amico, un parente, qualcuno, chiedendo di chiamare la polizia, per far arrestare il maniaco dall’altra parte del telefono.

Eleonora, invece, ha accettato. Si è fatta questi otto chilometri a piedi con noi, due perfetti sconosciuti, non prima di aver scoperto di essere una mia vicina di casa, vedi a volte la vita, e da quel momento è diventata una delle mie migliori amiche, oltre che la colonna vertebrale, ma questo sarebbe successo poco dopo, del progetto Anatomia Femminile, unica artista presente in tutte e tre le antologie, a tutte le edizioni del Festivalino di Anatomia Femminile e a tutti gli eventi live da quel progetto scaturite.

Nel mentre, va detto, gli Ariadineve non ci sono più, lei, una voce e una penna incredibilmente capaci di trasmettere emozioni, limpida ma estremamente sensuale, ha esordito proprio in Anatomia Femminile a nome proprio, salvo poi intraprendere una carriera solista col nome Eleviole?, col quale ha pubblicato nel 2019 l’album Dove Non si Tocca, lanciato per altro da un altro video, un cortometraggio, nato dopo un altro viaggio, stavolta in bici, da Oporto a Finisterre, seicento chilometri in otto giorni, qualcosa che non tirava in ballo solo la psicogeografia, ma anche femminismo e resilienza.

Proprio oggi, però, e proprio qui, per altro, Eleviole? presenta il suo ultimo video, Dieci Gocce, quelle che la protagonista non deve prendere più per dormire, dice il testo, è evidente che è stata scritta prima di questo incubo, Dieci Gocce, ultimo tratto da Dove Non si Tocca, video che con l’idea di stare in casa e conoscere palmo a palmo il perimetro delle stanze, ma anche con la speranza di uscire presto ha più che qualcosa a che fare. Non lo spoilero, guardatevelo e capirete. Dieci gocce di Eleviole?.

Ecco, io davvero non prendo gocce per dormire, ve l’ho raccontato nei primi capitoli di questo diario del contagio, ma la musica è una delle rare medicine che mi tengono lucido, e mi tengono anche vivo.

Dieci gocce di Eleviole? andrebbe messo in circolo come cura contro la tristezza da clausura, quindi.

Comincio io.

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