Addio a Flavio Bucci, attore di razza e indimenticabile Ligabue in tv

Muore a 72 anni un interprete che ha attraversato cinquant'anni di storia dello spettacolo, tra teatro, cinema e tv. Fu un irregolare, anche dissipatore del suo talento. Lavorò accanto a Volonté, Sordi, Tognazzi

489
CONDIVISIONI

È morto oggi a 72 anni l’attore Flavio Bucci, a Passoscuro, per un infarto. La notizia l’ha data il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, con un post sul suo profilo Facebook: “Quando un artista se ne va lascia sempre un gran vuoto. Mi dispiace molto della scomparsa dell’attore Flavio Bucci, che da anni risiedeva a Passoscuro. […] Un grande caratterista, di quelli che hanno fatto grande la cinematografia italiana. Esprimo le condoglianze mie e dell’Amministrazione ai familiari e amici”.

Il volto lungo e irregolare, occhi grandi e inquieti, una fisionomia da caratterista e un talento sicuro da protagonista, come talvolta riuscì ad essere, soprattutto col ruolo che gli diede la fama, quello del pittore naïf Antonio Ligabue, nello sceneggiato in tre puntate diretto da Salvatore Nocita e trasmesso su Rai Uno nel 1977, con enorme successo di pubblico e critica. Al punto che ne fu tratta anche una versione breve cinematografica che fu premiata al festival di Montreal. Bucci più che interpretare, “diventa” Ligabue, di cui restituisce con incredibile adesione drammatica i tormenti dell’artista, forse matto, certo “irregolare”.

Irregolare e anche sregolato lo era anche Flavio Bucci, che nei vizi d’una vita dissipata ha sperperato occasioni professionali e patrimoni. Il talento, quello è sempre restato, in una vita che lo ha visto attraversare teatro, cinema, televisione. E persino doppiaggio, fu la voce di John Travolta ne La Febbre Del Sabato Sera: “Mi presentarono Travolta, gli dissero che io ero la sua voce italiana. Risposi che, allo stesso modo, lui poteva considerarsi la mia faccia americana”.

Flavio Bucci aveva cominciato dal teatro. Era nato a Torino nel 1947 da una famiglia di origini molisano-pugliesi e si era formato nella Scuola del Teatro Stabile della citta piemontese. Col trasferimento a Roma, nel 1968, giungono i primi ruoli teatrali, L’arcitreno di Silvano Ambrogi, il Peer Gynt (1968), Amleto (1969), Il principe (1970). Nel 1971 arriva la chiamata del cinema, da Elio Petri, regista allora popolarissimo dopo l’Oscar di Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto, che lo vuole per La Classe Operaia Va In Paradiso (1971) accanto a Gian Maria Volonté e poi con Ugo Tognazzi in La Proprietà Non È Più Un Furto (1973), nel ruolo che gli era più caro, quello da protagonista dell’impiegato di banca Total, che rovina la vita a un macellaio che per lui è il simbolo della volgarità del denaro.

L’exploit del Ligabue coincide con gli anni di maggiore attività, tra cinema e tv. Sul grande schermo è con Guliano Montaldo ne L’Agnese Va A Morire (1976), poi Suspiria di Dario Argento (1977), sperimentando note da commedia grottesca per Gegè Bellavita di Pasquale Festa Campanile (1978), e incarnando in Maledetti Vi Amerò, esordio del 1980 di Marco Tullio Giordana, il ruolo di un ex sessantottino che diventa il simbolo della fine di un’epoca e del tracollo di una generazione (celebre il suo monologo su cosa è di destra e cosa di sinistra). Poi seppe mostrare la sua cifra da caratterista nella parte del prete Don Bastiano in Il marchese del Grillo (1981) di Mario Monicelli, accanto ad Alberto Sordi (che non gli era simpatico, al contrario di Tognazzi, di cui disse invece che “era l’unico che sapeva vivere davvero”). Per il cinema fu anche coproduttore di Ecce Bombo di Nanni Moretti.

In tv, dopo il Ligabue, fu Russ Brissenden nel Martin Eden di Giacomo Battiato, Don Sturzo nello sceneggiato di Giovanni Fago sul sacerdote fondatore del Partito Popolare, ruolo che interpreta in maniera ancora convincente, il commissario Ciccio Ingravallo in una edizione di Quer Pasticciaccio De Via Merulana. Sul piccolo schermo mantenne una presenza duratura, nella prima serie de La Piovra (1984) di Damiano Damiani, I Promessi Sposi ancora di Nocita, e poi partecipazioni meno significative, fino all’ultima volta de L’avvocato Guerrieri – Ad occhi chiusi, nel 2008, di Alberto Sironi. Il 2008, in una carriera che comprese più di 50 partecipazioni cinematografiche, fu anche l’anno di un altro ruolo molto importante, quello nella parte del politico Franco Evangelisti ne Il Divo di Paolo Sorrentino, cui regala la sua sorniona svagatezza.

Due matrimoni falliti (uno con la principessa Micaela Pignatelli), tre figli per i quali ammise di non esser stato un buon padre, negli anni le occasioni per Flavio Bucci si diradarono, per colpa di quella sua vita sregolata di cui parlò con franchezza e senza ipocriti ravvedimenti negli ultimi anni della sua vita, non felici per le ristrettezze economiche. Nel 2018, appena in tempo, Riccardo Zinna gli dedicò un documentario-ritratto, Flavioh accompagnando l’attore in un viaggio on the road a bordo di un camper in giro per l’Europa, attraverso luoghi e persone che ne avevano scandito la vita artistica. Un omaggio che costituisce un modo per entrare nel suo particolare universo.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.