Amy Winehouse: un immenso talento attratto dal vuoto e dall’autodistruzione

Dovremmo avere il coraggio di separare il concetto di utilizzo delle droghe per ampliare le percezioni sensoriali dalla dipendenza cercata e voluta per fini distruttivi

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Il 23  luglio del 2011, a Londra, nella sua casa a Camden Town, Amy Winehouse fu trovata senza vita dall’amico – guardia del corpo Andrew Morris. Uccisa volontariamente o involontariamente da dosi eccessive di vodka dopo aver passato la notte a  letto guardando su  youtube i suoi video musicali . In seguito l’amico sostenne che avrebbe dovuto insospettirsi per il fatto che Amy non aveva mai ripercorso  la sua vita artistica guardandosi ossessivamente in televisione; sembra che avessero ordinato una cena e con quella lei si era chiusa in camera al piano di sopra. Dopo questa insolita attività, la mattina fu trovata esanime da Andrew, accanto al letto, a terra, sei bottiglie di vodka. Ci fu un’autopsia su un corpo stremato dall’abuso di alcool, droghe, anoressia, bulimia, farmaci, autolesionismo, pressioni del business musicale, impossibile da nascondere al pubblico, alla stampa, agli amici. L’autopsia fu un atto formale per cercare di capire se si era trattato di suicidio volontario o di causa accidentale. La dottoressa che l’aveva in cura smentì la prima ipotesi, sostenendo che Amy aveva ottenuto l’affidamento di una bambina caraibica, che aspettava con gioia il suo arrivo imminente, che era “ pulita” da sei mesi, insomma, che  anche  il giorno prima le aveva detto di non avere alcuna intenzione di morire. La madre, che l’aveva vista poco prima, disse che la sua morte era questione di ore.

A distanza di sette anni, il suo ex marito Blake Fielder-Civil, con cui continuò a vedersi fino alla fine, raccontò alla stampa di avere il devastante senso di colpa per averla spinta verso l’eroina ed ogni tipo di droga pesante  nei sei mesi successivi al matrimonio e in seguito.

Qualunque sia stata la causa del mal di vivere che portò  questa artista straordinaria a flirtare per anni con la morte, resta il senso di sgomento per la sua storia finita con un epilogo così tragico, e resta aperta la questione sul perché ad un immenso talento corrisponda così spesso la fragilità emotiva, l’attrazione per il vuoto e l’autodistruzione. Ovviamente questo non vale per tutti gli artisti ma la storia si ripete da secoli.

Un libro di A. Nicolazzo “Il Club Dei 27”, ripercorre le vicende di vari artisti morti casualmente alla stessa età, 27 anni, da Jimy Hendrix, a Jim Morrison, Kurt Cobain, Janis Joplin… dove l’indiscusso e acclamato talento e successo mondiale di pubblico e critica, non sono stati sufficienti a scongiurare la tragica fine prematura, voluta per un’incapacità di gestire le ferite esistenziali, o procurata dalla sregolatezza e dalla dipendenza.

Amy aveva ottenuto in poco tempo tutto quello che un’artista possa desiderare, la fama, la gloria, l’amore, i riconoscimenti più prestigiosi, ben 5 Grammy Awards, collaborazioni con artisti grandiosi, vedi quei fantastici  duetti con Tony Bennett che la paragonò ad Ella Fitzgerald e la definì la più grande cantante di jazz. Lui che mentre canta “Body And Soul” la guarda ammirato, lei che non lo degna di uno sguardo, per poi tuffarsi in suo abbraccio alla fine del brano.

E’ guardando il tributo ad Amy Winehouse che si resta per l’ennesima volta incantati dalla sua bravura, dal suo stile e dal suo carisma insuperabile. Un talento che brilla quando da bambina canta “Happy Birthday” ad una festa in famiglia  e si capisce che quella non è la solita canzoncina anonima e lei non è la solita bambina che la canta, era già tutto scritto.

Ma tornando al binomio talento-autodistruzione è necessario separare il concetto di utilizzo delle droghe per ampliare le percezioni sensoriali, usate da sempre da creativi, letterati, musicisti, scultori, poeti  per questo fine, dalla dipendenza cercata e voluta per fini distruttivi. Nessuno può affermare che senza il loro uso e abuso, la produzione di grandi artisti sarebbe stata più o meno interessante. Nessuno può affermare che lo stereotipo arte-droga non abbia fatto vittime, tra chi non sa riconoscere la “diversità” degli artisti e chi si accosta all’arte. Nessuno deve incorrere nell’equivoco che il pubblico ama di più gli artisti maledetti.

E’ solo che alcuni di loro hanno più familiarità con il vuoto, non hanno saputo colmarlo in altro modo, troppo sensibili, fragili, come tanti ragazzi comuni.

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