Western stars di Bruce Springsteen è una proiezione di diapositive e saggezza blues (recensione)

Il Boss sceglie l'orchestra per disegnare i suoni con una penna stilografica

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“Western stars” di Bruce Springsteen nasce oggi, 14 giugno, da quel vento dell’ovest che nelle ultime settimane ci ha regalato le anticipazioni di Hello sunshineThere goes my miracleTucson Train, anteprime che ci hanno fatto cogliere il motivo dei 5 anni di silenzio discografico del Boss. Le attese dopo “High hopes” (2014), infatti, avevano trovato sollievo in “Springsteen on Broadway” (2018), ma non era abbastanza.

Le “stelle dell’ovest” di Springsteen sono un pretesto – lo dice egli stesso – per tornare alle riflessioni soliste, questa volta con la scelta della location della California del Sud in un viaggio extratemporale negli anni ’60 e ’70 fatto di tratti antropologici tipici, paesaggi che brulicano di avventure bucoliche e uomini comuni che passeggiano sollevando la polvere dalla terra, ma è una polvere che non dà noie al respiro. Ascoltare il nuovo disco del Boss è come andare al cinema.

I 70 anni di Bruce Springsteen non sono un concetto che si ripete, non arrivano a fare di lui un autore consumato e schiavo di un loop ossessivo che rende ogni nuova produzione una fotocopia di quella precedente, e lo avevamo capito quando avevamo ascoltato per la prima volta Streets of Philadelphia e l’avevamo accostata a Born to run come sua antitesi. Anche oggi, dunque, il Boss dimostra capacità e intuizione, e troviamo conferma con la partecipazione di Burt Bacarach in qualità di direttore d’orchestra e di Ron Aniello come produttore.

“Western stars” di Bruce Springsteen è la sinergia in musica di due mondi che si incontrano per abbracciarsi: la novella country e il fraseggio incantevole degli archi. Il Boss è il cantastorie, il proiezionista che ha documentato storie che ora vuole raccontarci in prima persona, diventando il narratore che sa di estemporaneo, che sa seguire un ordine preciso anche quando deve dipingere il disordine emozionale.

Hitch Hikin’ ci presenta un banjo, lo stesso che immaginiamo quando vediamo un americano passeggiare sull’asfalto con un sacco sulle spalle, un cappello e gli stivali dai quali non riesce a liberarsi. Esposta come una ballata accomodante, la canzone racconta di un viaggiatore solitario che si orienta con il vento e che viene accolto da una coppia in auto e da un camionista, ma quando intervengono gli archi una storia apparentemente banale diventa una poesia, una parabola contemporanea che trova il suo seguito ideale in The Wayfarer, una ninna nanna nella quale gli archi diventano l’abito da sera, la dolcezza dell’incantesimo che conosciamo soltanto con i viaggi nel passato che sono tipici della musica.

Se Tucson Train è l’illusione di un apporto di musica leggera in termini di arrangiamento non si può dire altrettanto del testo: Bruce Springsteen dà voce a un operaio che attende il treno che gli farà riabbracciare sua figlia e lo fa con un brano pop ed evocativo, dove gli archi disegnano note essenziali ma che puntano al miocardio. La title-track prosegue l’opera, e ci ritroviamo a distinguere tra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Uniti di Springsteen, quelli che si configurano come una serie di fotografie lomo catturate lungo i paesaggi montuosi e desertici del Nuovo Continente, ancora percorsi dai cowboy che, in Western stars, splendono ancora come stelle.

Sleepy Joe’s Café è la celebrazione del luogo, di un’America che si riduce a un bar nel quale troviamo Mary e quel rumore che i boccali di birra fanno quando vengono poggiati sul bancone, sentiamo le voci dei lavoratori che arrivano insieme al tramonto e che, in quel momento, dimenticano le fatiche che ritroveranno nei giorni successivi. Bruce Springsteen canta: «Entro in quella porta e la settimana di lavoro scompare, il lunedì mattina è un milione di miglia lontano». La scelta, non a caso, è ricaduta su un arrangiamento spensierato e scandito dall’Hammond di Jon Brion, ma tutto si calma in Drive fast (the stuntman), una ballata che dà voce alla testimonianza di uno stuntman che amava troppo il pedale e non pensava al muro, e per questo si ritrova a sopportare lo strazio di una serie di fratture che, tuttavia, lo riportano a casa lo stesso.

Chasin’ wild horses è il momento del rimpianto. Un uomo osserva la notte e volge lo sguardo verso le stelle, le stesse che ignorava quando diventava vittima delle sue scelte, aspetto che gli archi, la chitarra acustica e lo slide sottolineano con una nenia toccante quanto l’intro del pianoforte di Sundown, che dopo i primi accordi si rinforza con sfumature pop. Il Boss gioca con la metafora del tramonto, che in questo stato di cose diventa la condizione che nessuno vorrebbe vivere ma anche il momento della giornata in cui i pensieri si affollano maggiormente fino a diventare invadenti.

Somewhere North of Nashville è l’interludio di “Western stars” di Bruce Springsteen, il racconto acustico di un uomo che fronteggia l’ennesimo fallimento. In cima alla lista delle cose che non gli sono riuscite, però, c’è lei, e i rimpianti si ripropongono con prepotenza in Stones, una ballata più nervosa e alleggerita dalle note audaci degli archi. Nel testo, le “pietre” sono il peso delle cose non fatte o non dette, la zavorra che ci costringe al terreno e ci impedisce di liberare la mente e i desideri.

There goes my miracle dipinge la malinconia di un uomo che cerca l’amore e la buona sorte, e grazie all’epicità degli archi che introducono il brano scopriamo l’intensità di una riflessione matura e sincera, resa preziosa dal canto appassionato del Boss che sa rendere emozionante anche un sipario introspettivo, specialmente quando scomoda la notte per cercare il giorno. Quest’ultimo arriva con il saluto di Hello sunshine, una preghiera al sole al quale Springsteen chiede di restare per fendere la tenebra dell’animo. Il sole sorge prima del minuto 2, quando il Boss esegue dei vocalizzi per abbracciare la sessione d’archi ritmati dalle spazzole che accarezzano il rullante. Onirica e quasi country, Hello sunshine ci prepara all’uscita di scena.

Moonlight Motel chiude il disco e apre i cuori. Il motel del titolo è un non-luogo dove esiste solo il riposo: «In un tratto di strada bianca esiste un posto nel quale nessuno viaggia e nessuno arriva». In questa canzone l’udito e il respiro si posano, perché il Boss è responsabile della nostra emozione e vuole stimolarla fino all’ultimo, anche quando è l’ora di accogliere la notte. Ci accompagna, dunque, agli ultimi secondi del disco con la dolcezza di un arpeggio acustico e di carezze d’archi. Quando il disco finisce, lui esce dalla nostra stanza e ci lascia la sua musica.

Ispirato dalla discografia pop della California del Sud degli anni ’60 e ’70, “Western stars” di Bruce Springsteen è quell’album che coinvolge dalle prime note, perché il Boss è il narratore che ha sempre nuove diapositive da mostrarci e nuovi suoni da sottoporci. Lo ha fatto anche questa volta e si è sentito libero di coinvolgere anche quel David Sancious che faceva parte della fase embrionale della E Street Band.

Se “Western stars” è un bel disco lo dobbiamo al gioco dei contrari: il titolo potrebbe contenere un riferimento al cinema o al cielo, e il giorno e la notte sono i due mondi ricorrenti di tutto il disco, all’interno del quale il Boss si muove per insegnarci come si legge una storia attraverso i suoni e attraverso la storia di ogni uomo.

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