Copia originale, la vita è un falso d’autore (recensione)

La storia vera della scrittrice che, per far soldi, si mise a confezionare false lettere autografe di grandi artisti. Un film che si regge sul magnifico gioco a due dei protagonisti, Melissa McCarthy e Richard E. Grant, entrambi candidati all’Oscar.

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Can you ever forgive me? “Potrai mai perdonarmi?”, recita il titolo inglese di Copia originale, derivato dal libro omonimo autobiografico di Lee Israel uscito nel 2008, in cui questa scrittrice specializzata in biografie di scarso successo raccontò la sua incredibile seconda vita da criminale.

Siamo all’inizio degli anni Novanta: alcolizzata, perennemente in bolletta, con una scarsissima propensione ai rapporti umani (e anche alla pulizia), Lee (Melissa McCarthy), trova un diverso modo per sfruttare la sua buona penna, mettendosi a confezionare e vendere false lettere autografe (alla fine saranno più di 400) di autori come Dorothy Parker, Lillian Hellman, Edna Ferber, appartenenti a quella favolosa nidiata di talenti americani emersi negli anni Venti (molti raccolti intorno alla tavola rotonda dell’Algonquin).

Lee non solo sa replicare la grafia degli artisti imitati (se è per questo sa anche fare scherzi telefonici, spacciandosi per Nora Ephron), ma ha il talento che le consente di riprodurne lo stile tagliente, urticante, al vetriolo. È talmente brava che nel 2007 uscì una raccolta delle lettere di Noël Coward comprendente un paio dei suoi falsi.

Nel mezzo di questa esistenza sempre sul filo della misantropia Lee, che adora solo il suo gatto, s’imbatte nel bizzarro Jack Hock (Richard E. Grant), omosessuale elegante e ignorantissimo, maneggione e spacciatore, probabilmente senza fissa dimora. Il dialogo che hanno quando si incontrano per la prima volta è impareggiabile. Lei gli dice di star lavorando a una biografia della diva delle Zigfield Follies Fanny Brice, lui non sa chi sia, quindi Lee gli chiede: “Sei sicuro di essere omosessuale?”.

Nonostante sia un inaffidabile cialtrone, Jack è l’unica persona che le manifesti un autentico affetto, e grazie alla sua teatrale loquela diventa anche il soggetto ideale per aiutare Lee a piazzare i suoi falsi presso i collezionisti. Ma naturalmente, per degli improvvisati del crimine, il gioco non può andare avanti a lungo e l’Fbi si insospettisce.

Alla sua seconda regia dopo Diario di una teenager, la quarantenne Marielle Heller con Copia originale confeziona un solidissimo lavoro che si regge sulla sceneggiatura di Nicole Holofcener e Jeff Whitty e sul magnifico (insieme respingente e commovente) gioco dei due attori protagonisti – infatti sono state queste le tre nomination all’Oscar assegnate al film, nessuna delle quali, purtroppo, andata a segno.

Un certo tipo di spettatori (e bibliomani) apprezzerà il ritratto d’alta borghesia colta newyorkese di Copia originale, dove dopo una battuta acida su Tom Clancy ci si dirige in librerie antiquarie che sembrano dei santuari d’altri tempi. E d’altri tempi è anche la colonna sonora, dal sapore retrò. Che conduce al cuore del progetto di Lee: il quale non riguarda solo il far soldi, ma il riuscire, almeno vicariamente, ad assaporare lo stile di vita degli artisti dell’epoca da lei più amata, grazie a quelle lettere così verosimili da sembrare reali. Al punto da poter affermare di essere “una Dorothy Parker migliore di Dorothy Parker”. La letteratura non imita la vita, la crea, anche quand’è un falso d’autore. Perciò Lee sa bene che quell’anno vissuto pericolosamente è il più entusiasmante e autentico della sua intera esistenza.

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