Gioventù Bruciata di Mahmood è un diario R’n’B di un artista che ama raccontarsi, la recensione

Tra beat orientaleggianti e apporti melodici, le canzoni si spostano lungo l'asse personale dell'artista che disegna la sua Milano e i suoi pensieri

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“Gioventù Bruciata” di Mahmood si colloca, non senza una certa timidezza, nell’universo delle novità musicali italiane che non attingono dalle grandi tematiche della denuncia sociale che tanto fanno discutere quando registrano l’ascesa nelle classifiche e il successo radiofonico. Alessandro Mahmoud, questo il suo vero nome, negli ultimi mesi ha ottenuto il plauso dei concorsi per la musica italiana più importanti: a dicembre ha portato a casa il primo posto di Sanremo Giovani con Gioventù Bruciata, salendo sul podio insieme a Einar per poi bissare la vittoria al 69° Festival di Sanremo con Soldi.

Il suo personaggio, la sua musica e le sue origini, per alcuni giorni, hanno fatto ombra sulla sua musica con le polemiche di matrice politica e conservatrice: nato a Milano da madre sarda e padre egiziano, con quei versi cantati in arabo all’interno del brano portato all’Ariston, Mahmood è stato oggetto involontario di insofferenza, ma ha sempre risposto con carisma agli attacchi social e mediatici. Il suo contrattacco è stato silenzioso, perché tra la decisione di rappresentare l’Italia all’Eurovision e il lancio dell’EP “Gioventù Bruciata”, Mahmood ha portato avanti quello che è ufficialmente il suo lavoro: creare musica R’n’B e continuare a scrivere testi e a portare in giro la sua opera prima.

“Gioventù Bruciata” di Mahmood nasce principalmente come diario personale, come lo stesso Alessandro ha raccontato a Billboard ItaliaNei suoi spostamenti e nei suoi viaggi porta sempre con sé un taccuino sul quale prende appunti e scrive parti dei testi, lasciandosi ispirare da ciò che lo circonda. Compone al piano, lavora sui beat che i produttori gli affidano e, spontaneamente, raffina il lavoro in un processo di maturazione che è sempre necessario quando si deve scrivere della musica. Le sue sonorità R’n’B, come molti hanno notato, sono già un suo tratto distintivo: Mahmood è riconoscibile, e questo fa già di lui un artista singolare, dettaglio oltremodo raro nel panorama musicale contemporaneo in cui tutti vogliono essere qualcuno che già esiste e già ha prodotto.

La sua fierezza per l’opera appena pubblicata si esprime soprattutto nel featuring con Fabri Fibra presente nel brano Anni ’90, una canzone che ha di nuovo visto i due artisti lavorare insieme dopo la collaborazione per Luna del rapper di Fenomeno. Mahmood racconta di aver inviato delle note vocali a Fibra per chiedergli un parere: «Avevo uno special in cui non sapevo se intervenire io o se coinvolgere qualcun altro», e la risposta è arrivata con entusiasmo. Fibra si trovava a Los Angeles, e al suo ritorno si era subito messo all’opera per completare il brano dell’amico Mahmood. Il risultato è un brano elettronico con dinamiche in levare, voci alterate dallo scratch e da giochi artificiosi sul pitch della linea vocale. Il moog gioca sulla sinusoide, specialmente nel ritornello che suona come un inno demotivazionale: «Gli anni ’90 ci hanno fatto male, siamo venuti da fuori città sognando l’America».

Il dipinto degli anni ’90 di Mahmood è quello di una generazione svogliata, che non ha più l’entusiasmo di andare al cinema, che preferisce crogiolarsi nelle paranoie. La periferia, del resto, è l’habitat pericolante di Soldi, l’opening track di “Gioventù Bruciata” di Mahmood che racconta la difficile condizione di un ragazzo che si ritrova da solo con una madre dopo l’allontanamento del padre. L’influenza etnica e l’ampio ricorso ai bassi profondi accompagnano quella che è la migliore performance canora di Alessandro, capace di spostarsi tra le scale minori senza stonare. No, non lo fa solo in studio, perché anche sul palco dell’Ariston ha dimostrato una grande capacità di controllo sull’intonazione.

La malinconica title-track, seconda traccia dell’EP, è una delle tante istantanee presenti nel disco. Mahmood fotografa ancora la periferia, poi l’Egitto, poi trasforma il brano in un selfie acido per imprimere in musica la sua quotidianità. Probabilmente anche in questo caso volge lo sguardo al padre assente, come suggerisce il ritornello: «C’è qualcosa che non capisco, come fare un tuffo nel Mar Rosso, l’ho dimenticato troppo presto ma ricordo bene quando mi dicesti “resto”». Nessun beat spinto dal groove e nessuna dinamica che trascini l’ascoltatore come accade per Soldi. Gioventù Bruciata è il classico brano da ascoltare, come se si guardasse l’uomo dietro l’artista e lo si scoprisse dal profondo.

Uramaki si apre con un pad e l’uramaki è il cibo giapponese dell’addio: «Potevamo amarci in un parcheggio quando mi hai augurato il peggio. Ridammi la poesia, finisco l’uramaki e vado via». Le atmosfere di Gioventù Bruciata ritornano in questa strana ballad dal sapore amaro. La batteria è più incalzante ed esplode nel ritornello, per poi attutirsi nelle strofe in cui il sound si fa notturno ed evocativo: «Vorrei tornare a un anno fa per parlare con te, ma serve del talento per amare uno come me». In queste frasi Mahmood racconta la sua personalità complessa, forse troppo indecifrabile per essere condivisa in amore e colorare di pazienza e calma una relazione. Lo dice nello special e lo dice nell’arrangiamento, dove il pad crea l’ambiente dispersivo.

“Gioventù Bruciata” di Mahmood continua con Asia Occidente, dove la dicotomia esistenziale imbriglia il mood del pezzo e descrive le due facce del vissuto dell’artista. Nel sottosuolo rimbomba ancora quell’individuo che in Soldi si contraddiceva: «Fuma narghilè sotto Ramadan», e l’ossimoro attitudinale è qui presente, di nuovo, con più contorni urban: «Hai il vizio di parlare male di noi, di me, di come preferivi il Campari ghiacciato all’ora del tè». Il padre, probabilmente, tornerà sotto casa: «Con la voglia di fare lo stesso sbaglio, ma ora non ti assomiglio più. Mi chiamerai sotto casa, farò finta di niente come sempre. Come se io fossi l’Asia e tu l’Occidente». A quel punto fa il suo ingresso la batteria, ma solamente per un piccolo frammento, perché poi ritorna la strofa e tutto si attutisce.

La scelta musicale sembra voler dare risalto alle parole delle strofe, così piene di dolore e risentimento, ma quest’ultimo non si manifesta in modo violento. Mahmood scaglia un rimprovero pieno di sentimento: «Mi sembra stupido dirti “rimani”». L’Asia e l’Occidente diventano due mondi, due persone troppo diverse per abbracciarsi di nuovo e volersi bene. Due realtà geografiche si incarnano in due personalità contrapposte e non più avvicinabili. La spinta R’n’B di Soldi, più ricca di casse e side-chain, ritorna con Milano good vibes in cui Mahmood fotografa la sua città che in estate diventa deserta e proprio per questo sogna di trovarsi in una spiaggia cubana. Strumenti orientali dividono lo special dall’ultimo ritornello e chiudono il pezzo. Milano good vibes è un brano fresco, quasi estivo e decisamente molto radiofonico, di quelle canzoni che possono assolutamente funzionare all’interno dei club per un pubblico che consuma cocktail e nuove scoperte, ogni sabato sera al suono del beat di Alessandro.

Mai figlio unico chiude “Gioventù Bruciata” di Mahmood ed è, probabilmente, il brano più autobiografico del disco. Alessandro parla della sua Milano Sud che sembra l’Africa, dove lui gira con le vecchie Puma e talvolta rinuncia a salire sull’autobus. Racconta di quelli che lo guardano in modo strano per via dei suoi tratti orientali. Racconta, ancora, di avere fratelli e sorelle dall’altra parte del mondo e di avere tanti amici, ma è come se volesse guarnire il suo racconto con una latente solitudine: «Ho tanti amici, lo ammetto. È una ricerca di affetto. Forse di me, forse di te si scorderanno».

Ascoltare “Gioventù Bruciata” di Mahmood significa sfogliare le pagine del suo vissuto, lievemente mascherato da metafore o da apporti di vita mondana, ma che ci fanno entrare nella sua casa fatta di assenze e incensi. Le prime si configurano come serrature dalle quali spiare in silenzio il quotidiano di un giovane artista che lotta per portare le sue giornate sul palco; gli incensi, infine, si disegnano con il beat orientaleggiante che è presente in tutte le tracce del disco. Alessandro canta e lo fa bene, articola i suoi flussi di coscienza senza mangiarsi le parole e senza confondere chi ascolta.

Mahmood collabora con i produttori Dardust e Charlie Charles, e quest’ultimo è già una firma importante per la scena trap. Dardust, inoltre, negli anni ha lavorato insieme a Fedez, Marco Mengoni e Francesco Renga. “Gioventù Bruciata” di Mahmood è il primo EP dell’artista milanese, forte del successo raggiunto con la vittoria a Sanremo e promettente, oltremodo, nel panorama R’n’B che lo accoglie con entusiasmo come nuova rivelazione della musica italiana.

Commenti (1):

Adriano

Finalmente qualcuno che sottolinea l’aspetto R&B di Mahmood! Se ne sono sentite di tutti i colori al riguardo (rapper?!). In Italia purtroppo manca completamente il riconoscimento di questo genere musicale, forse giusto con l’etichetta “urban” si riuscirà a far capire che non esistono solo pop, rock e rap

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