O’Live di ORadio si apre col DJ Marco Tropeano il 18 gennaio (intervista)

La web radio di Optima inaugura il live show con un giovane DJ del mondo tech e techouse per un'ora di pura musica

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Il 18 gennaio il live show del DJ Marco Tropeano inaugurerà O’Live, il nuovo show di ORadio, la web radio di Optima. L’iniziativa avrà luogo per due venerdì al mese e verrà trasmessa in diretta Facebook sulla pagina ufficiale di ORadio e su Optimagazine, e ospiterà le esibizioni in console di alcuni noti DJ del panorama house, elettro, deep house e tech house. Il live show del DJ Marco Tropeano si terrà dalle 17:30 alle 18:30, e per l’occasione lo abbiamo sentito per un’intervista.

Il giovane DJ ha recentemente pubblicato l’EP “Portrait of darkness” contente le tracce EllevenMonkada, una collezione di sound in dove il kick si trascina per tutto il brano con un ambiente sonoro fatto di riverberi ed evanescenze, specialmente nella prima traccia. Il risultato è una produzione cupa, una techouse rappresentata da una copertina raffigurante un volto africano con una striscia di colore bianco sugli occhi, che nelle manifestazioni tribali può significare un lutto o una purificazione. Tribalità e musica elettronica si coniugano spesso, e probabilmente il DJ Marco Tropeano – al secolo Giammarco – vuole rispettare una tradizione offrendo il suo personale apporto.

Marco, sei stato scelto da Optima per inaugurare O’Live, il radio show di Oradio. È la tua prima esperienza in una web radio?

Sì, ma mi è sempre piaciuta l’idea di una ripresa degli show, infatti mi è capitato in alcuni eventi privati o in altre occasioni ancora, ma non esattamente presso una radio. In ogni caso non è la prima volta in cui ho a che fare con la ripresa delle mie esibizioni.

I luoghi comuni vedono i DJ come intrattenitori e non come musicisti. Come rispondi a questa visione delle cose?

La questione sarebbe infinita, perché a Napoli come in tutta Italia vediamo tantissimi personaggi pubblici che si improvvisano DJ. Ciò che preoccupa non è tanto il momento in cui questi personaggi si improvvisano DJ, perché capita che altre persone particolarmente note si improvvisino in tantissimi altri ruoli. Il vero problema nasce quando la fama di questi personaggi soffoca veri musicisti che magari sono davvero talentuosi ma non hanno un pubblico già formato. La differenza tra un DJ e un musicista, fondamentalmente, esiste, e per questo molti si avvelenano l’orecchio quando un DJ dice che sta andando a suonare. Allo stesso tempo molti DJ arrivano a certi livelli non di certo per l’immagine, ma perché sulle spalle portano certi studi e certe tecniche. Ci sono indubbiamente dei meriti. Il DJ viene spesso inteso come un intrattenitore perché non viene dato il giusto peso al suo impegno. Quando si parla di eventi, i promoter e gli organizzatori scelgono sempre il DJ che metta la musica che in quel momento va forte. Non si tratta, poi, solamente di mettere musica fino all’alba: chi fa il mio lavoro deve far partire il disco al momento giusto, individuare il mood e tenerlo per un limite di tempo per poi cambiarlo e, infine, concludere la serata con un altro mood ancora.

Nella tua scheda presente su Beatport ci sono 5 tracce, mentre su Spotify si può ascoltare il tuo EP “Portrait of Darkness”. L’oscurità si percepisce anche nelle soluzioni sonore. Un piano e una voce tenuti lontani con un riverbero e un beat che avanza ininterrottamente. Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Io ascolto tanti generi musicali e quando mi chiudo in studio non mi pongo una direzione, mi diverto a spaziare in tante prospettive, e fondamentalmente faccio ciò che mi viene passo dopo passo. Un suono, una voce o un kick della traccia non devono essere per forza simili a ciò che ascolto. Mi capita di ricercare ora il sound più pulito e ora il sound più sporco, anche se devo produrre appena un minuto di traccia. Di solito faccio uso della di Ableton Live, la DAW più usata da producers e DJ che ti consente di intervenire sul suono anche nella dimensione live. Tra gli artisti dai quali prendo spunto riconosco Adam Beyer, ma soprattutto i live di Joseph Capriati, Dixon e Solomun. Di questi punti di riferimento considero ora il riverbero sui bassi, ora la particolarità del kick e via discorrendo.

Da quanto sei sulla scena?

Ho iniziato a suonare a 15 anni, e quando sono arrivati i 18 questo è diventato il mio lavoro. La maggior parte dei locali di Napoli Centro, dove vivo, offrono musica commerciale e se vuoi ascoltare qualcosa di diverso devi allontanarti. Così, a 18 anni, decisi di fare una serata in prima persona in uno dei locali più belli e più grandi della città. Riuscii a organizzarla anche grazie ad alcuni contatti che avevo e all’evento vennero cinquecento persone. Suonai per tutta la notte, e mi contattarono degli organizzatori che non avevano mai sentito parlare di me ma che avevano apprezzato la mia serata, e mi dissero che d’ora in poi avrei lavorato con loro.

Com’è iniziato il tuo 2019? Hai qualche progetto in cantiere?

Ho chiuso delle tracce e sto decidendo su quale etichetta orientarmi. Dedicherò il 2019 principalmente alla produzione, perché adesso per diventare un grande DJ hai bisogno di una traccia che abbia un certo numero di ascolti e soprattutto una buona etichetta. Una buona traccia è un passepartout, un biglietto da visita che ti permette di arrivare a un pubblico sempre maggiore.

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