Venezia 2016, Emir Kusturica e Monica Bellucci, al Lido arriva la strana coppia

Ultimi due film in concorso al Lido: “On the Milky Road”, con cui Kusturica torna a Venezia dopo quasi vent’anni; e "The Woman Who Left" del filippino Lav Diaz, esponente d’un cinema d’arte estremo e rigoroso. E a un giorno dalla fine impazza il “totopremi”.

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Ultimo giorno di proiezioni a Venezia 2016, per quanto riguarda il concorso, nell’attesa del responso della giuria di domani (e del finale con fuochi artificiali degli hollywoodiani nuovi Magnifici sette firmati da Antoine Fuqua). Nel borsino dei favoriti i film salgano e scendono, e nuovi candidati s’affacciano prepotentemente. Su tutti, sicuramente Jackie, piaciuto molto ai critici italiani (“Che altro bisogna fare per vincere un Leone d’oro?”, titola ironico Il Fatto quotidiano) e anglosassoni (“Straordinario debutto in lingua inglese per Pablo Larraín”, sentenzia Guy Lodge su Variety; “una perspicace riflessione sulla perdita d’innocenza dell’America” dice l’Hollywood Reporter). E a questo punto crescono moltissimo anche le quotazioni di Natalie Portman come miglior attrice, in quella che potrebbe essere una sfida tutta americana con Amy Adams (più per Arrival di Villeneuve che Nocturnal Animals di Tom Ford).

Scendono invece le azioni del Voyage of Time di Terrence Malick, che non è dispiaciuto a tutti ma raccoglie stroncature importanti, come quella di Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che gli appioppa 1 stelletta e lo liquida definendolo “poco più di uno special televisivo”; gli fanno eco Emiliano Morreale su la Repubblica che parla di “kitsch sontuoso” e Cristina Battocletti su IlSole24ore, “Malick si è purtroppo trasformato in un Piero Angela raffinatissimo e filosofico”. E fa capolino, tra i titoli di cui comincia a parlarsi con rispetto, il film in costume Une vie di Stéphane Brizé: “Un film che non si era mai visto, il migliore finora in concorso”, dice Fabio Ferzetti su Il Messaggero; “umile e meraviglioso” secondo l’Hollywood Reporter; anche se poi il giudizio più malevolo arriva proprio dai critici francesi di Libération, “insipido”, dicono.

È il caso però di rimandare le ultime riflessioni sui favoriti di Venezia 2016 a domani, dopo la visione dei due ultimi candidati, il numero 19 e 20 del ricco concorso, che non sono certo due sconosciuti esordienti, dato che si tratta di Emir Kusturica e Lav Diaz.

On the Milky Road
On the Milky Road, di Emir Kusturica

La carriera di Emir Kusturica era cominciata in maniera folgorante proprio a Venezia, nel 1981, con un Leone d’oro opera prima per Ti ricordi di Dolly Bell? E al secondo lungometraggio, Papà è in viaggio d’affari (1985) era stata la volta della Palma d’oro a Cannes, ripetuta nel 1995 da quello che sotto molti aspetti è il suo film più rappresentativo, nelle qualità ma anche nei difetti, Underground, in cui c’è la sua energia pirotecnica e insieme la tendenza a debordare e affastellare storie e personaggi senza un filo narrativo coerente. Una tendenza che è del Kusturica artista ma anche dell’uomo, che non è un centellinatore di talenti ma un generoso dissipatore: e allora è stato attore, musicista con la sua No Smoking Orchestra, costruttore di città.

Oggi torna al festival di Venezia 2016, a quasi vent’anni da Gatto nero, gatto bianco, che vinse il Leone d’argento nel 1998 e a quasi dieci dall’ultima sua vera regia, anche quella sui generis, il ritratto di Diego Armando Maradona del 2008 (che idealmente è un po’ anche autoritratto). Il titolo è On the Milky Road, in cui è regista e attore accanto a un’attesa Monica Bellucci, a cui con grande tempismo Paris Match dedica un servizio senza veli. Un film su cui sono ritornate a galla vecchie illazioni, senza riscontri e gia ampiamente smentite, secondo le quali il festival di Cannes avrebbe rifiutato il film perché il regista sostiene il presidente russo Putin.

In On the Milky Road uno smagrito Kusturica interpreta un lattaio che ogni giorno attraversa il fronte di guerra per portare la sua merce ai soldati. L’arrivo di una misteriosa donna italiana ne cambia completamente il destino. Una storia in tre parti su di un uomo e sul suo paese, che il regista definisce come “una fiaba moderna. Ho adottato un approccio in linea con la mia filosofia, con la mia relazione nei confronti della natura e dei sentimenti che le persone provano realmente per la vita. Abbiamo girato molto a lungo, principalmente in esterni, lottando con l’ambiente, alla ricerca dei paesaggi che catturassero il profondo spazio interiore dei personaggi principali: un uomo e una donna che si innamorano e sono pronti a sacrificarsi con la natura”.

The Woman Who Left
The Woman Who Left, di Lav Diaz

Se in Emir Kusturica ogni cosa pare sottoposta a un movimento frenetico, nel cinema del maestro filippino Lav Diaz il mondo intero sembra invece rallentare, radiografato dallo sguardo di una macchina da presa paziente che dilata il tempo e allenta gli snodi narrativi, privilegiando l’osservazione di uomini e cose di cui rivela, nella durata spesso abnorme ed estenuante dei suoi film, un volto inedito. Un “cinema esperienza”, per l’autore che lo fa e soprattutto per lo spettatore che vi si immerge, spinto a riflettere tanto sulla realtà ritratta che sulla natura stessa dell’immagine cinematografica.

È quello che è stato definito “cinema contemplativo”, una tendenza, più che una scuola, della scena contemporanea, figlia delle sculture temporali di Andrej Tarkovskij, che accoglie registi radicali come Lav Diaz, Bela Tarr, Albert Serra, Pedro Costa, in Italia il Michelangelo Frammartino de Le quattro volte. Lunghi silenzi, vertiginosi piani sequenza alternati a inquadrature fisse: Lav Diaz persegue una versione integralista e coerente di un cinema d’arte certamente non di facile visione, e che pure un festival con la vocazione (anche) alla ricerca ha quasi il dovere di presentare.

All’ultimo festival di Berlino Lav Diaz aveva portato un film, A Lullaby to the Sorrowful Mystery, della durata di otto ore, che era una riflessione sul tema del potere ambientato alla fine dell’Ottocento, al tempo delle rivolte filippine contro il colonialismo spagnolo. Ritorna sullo stesso tema, ambientandolo in uno scenario contemporaneo, in The Woman Who Left, il film presentato a Venezia 2016, che dura un po’ meno della metà. È il racconto di una donna che torna in libertà dopo un’ingiusta detenzione durata trent’anni, Horacia (Charo Santos-Concio), riaccolta da un mondo che le risulta per certi versi irriconoscibile, la famiglia in particolar modo, per altri assolutamente identico, nelle dinamiche sociali immodificabili del privilegio delle élites.

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